Mussolini e i Musulmani

 

di Andrea Germani

 

Con l’affermarsi della crisi migratoria internazionale, complici i conflitti in corso nel mondo arabo- siriano, è emerso con forza un problema che serpeggiava da decenni negli ambienti più ostili alla convivenza di popoli culturalmente differenti: la presenza di comunità islamiche nel cuore dell’Occidente cristiano.

 

A dimostrazione che i luoghi comuni proliferano in ogni schieramento politico, abbiamo potuto notare come in quest’orizzonte il calderone di marca fascista abbia funto per certi soggetti da riserva cui attingere prese di posizione politiche, mantra e inaccuratezze storiche utili a tenere a freno lo sbarco di islamici nel paese. Altri, che si definiscono “antifascisti”, hanno assecondato le sciocchezze dei primi postulando un’immediata identificazione fra fascismo e ogni razzismo di sorta, per l’appunto anche l’islamofobia.

 

Sarebbe bastato aprire uno dei tanti libri dedicati all’argomento per scoprire che il fascismo mussoliniano si macchiò di tante cose, ma perlomeno si risparmiò l’Islam-bashing. Giancarlo Mazzuca è l’ultimo, cronologicamente, ad aver affrontato questo delicato tema mettendo nero su bianco affinità e convergenze, talvolta strumentali talaltra più genuine, fra certe forme di Islam politico e il fascismo del ventennio. Non c’è bisogno di immaginarsi chissà quali complotti alla Molotov-Ribbentropp che riuscissero a tenere uniti due mondi antitetici. Si pensi al motto “Dio, Patria, Famiglia”; potrebbe applicarsi sia al fascismo europeo sia all’universo valoriale emerso dall’esperienza khomeinista, i cui cardini poggiavano sull’osservanza della legge divina, sul nazionalismo e sulla conservazione dell’ordine sociale, fondato sulla famiglia patriarcale. Oppure si può pensare all’interminabile conflitto tra palestinesi e israeliani: Mussolini e Hitler videro sbocciare i germogli dello Stato Ebraico in Terra Santa e la conseguente rivolta arabo-musulmana. Provate a indovinare per chi tifavano.

 

L’incontro fra il Duce e i musulmani è l’oggetto di indagine del libro di Mazzuca: l’autore ha scelto di porre al centro della sua analisi il dittatore italiano piuttosto che il fascismo, e i musulmani anziché l’eterogeneo Islam. Il rapporto simbiotico creatosi fra Mussolini e alcuni islamici nord-africani e medio-orientali rispecchia questa convergenza meglio di quanto possa farlo l’ipotesi di una presunta connivenza fra fascismo e Islam politico tout court. Per Mussolini il Mediterraneo era prerogativa dell’Italia fascista, diretta erede dei possedimenti romani in Anatolia e a Cartagine; il suo sguardo rivolto verso Sud somigliava per certi versi a quello di Hitler rivolto a Est.

 

A differenza di Hitler che cercava il Lebensraum per dare respiro ai tedeschi, compressi in Germania e oppressi nelle nazioni dell’Europa orientale, Mussolini tentava di rendere compatibile un progetto eurocentrico, quale era il colonialismo ottocentesco, con le esigenze e il modus vivendi dei popoli che abitavano le terre di Africa e Asia. La colonizzazione italiana doveva fondarsi su una forma di collaborazione fra coloni e indigeni il cui rapporto gerarchico non andasse a palese svantaggio dei secondi, come avveniva negli imperi francese e inglese. Anzi, doveva tradursi in una sudditanza moderata, non intrisa di servilismo e di suprematismo bianco-europeo. «Il razzismo è roba da biondi» (cit. in p. 40) dirà il Duce a un giovane Indro Montanelli nei primi anni trenta.

 

Come sappiamo, le cose andarono diversamente: Mussolini cambiò idea e autorizzò il massacro e la riduzione in schiavitù di milioni di abissini, oltre a promulgare le leggi razziali nel 1938. Il Duce aveva intuito di non poter mantenere il potere in Africa con la spada della civiltà cristiana, decise dunque di sfoderare il 20 marzo 1937 la Spada dell’Islam per «assicurare alle popolazioni musulmane della Libia e dell’Etiopia la pace, la giustizia, il benessere, il rispetto delle leggi del Profeta», volendo inoltre «dimostrare la sua simpatia all’Islam e ai Musulmani del mondo intero» (cit. in p. 59). Un capolavoro propagandistico sostenuto da: un largo programma di opere pubbliche (per il pubblico italiano); l’apertura di scuole e associazioni arabo-fasciste nelle colonie e in Italia; la scelta del Fez e altre chinoiseries d’Arabia; l’intenzione di costruire una moschea a Roma, idea a cui il Vaticano si oppose strenuamente; la diffusione di riviste sull’Oriente islamico (la più nota fu l’Avvenire Arabo) da aggiungersi a seminari e convegni a cui parteciparono i figli dell’alta borghesia di fede musulmana; il consolidamento di centri di ricerca e accademie, come l’ISMEO, l’IPO e l’Istituto Orientale di Napoli; dulcis in fundo, la fondazione di Radio Bari nel 1934, stazione «che aveva come mission la conquista mediatica del mondo arabo» (p. 80), ai cui microfoni parlarono intellettuali, politici e religiosi di fede musulmana.

 

Sarebbe un errore grossolano credere che Mussolini fosse preso esclusivamente da un sincero rispetto per l’Islam e i suoi milioni di fedeli, eppure non si può negare una certa ammirazione e un discreto fascino esercitato dal mondo islamico nei confronti del romagnolo. D’altronde, alcuni elementi importanti per il regime erano realmente affascinati dall’Islam. Il vate D’Annunzio si spese in lodi al Corano e all’Egitto (cfr. pp. 30-33). Il linguista e orientalista Bernardo Barbiellini Amidei fu persino accusato di essersi convertito all’Islam mentre il professore Carlo Arturo Enderle non ebbe bisogno di convertirsi, visto che musulmano lo era già (il nome da fedele era ‘Alî Ibn Già ‘far). In molti di questi casi si tratta solamente di espedienti di orientalismo, così come lo intendeva Edward Said [1], ma in altri, più sporadici, fu espressione di una certa comunanza di interessi e affinità spirituali che tenevano legate alcune figure autorevoli dell’islamismo e del nazionalismo arabo al mondo fascista europeo.

 

Una presunta affinità fra fascismo e Islam, o semplicemente fra Mussolini e i musulmani, l’avevano intesa anche alcune illustri personalità della Casa dell’Islam: il poeta pakistano Muhammad Iqbal, che arrivò a osannare la “rivoluzione” fascista e a dedicare poesie al Duce; i tunisini M’Hamed Salah e Haseri Scheddine; la “sceriffa” di Massaua (storpiatura italiana di sharifa) Haleuia el-Morgani; alcuni capi berberi sostenitori dell’occupazione italiana della Libia; i musulmani d’Etiopia oppressi dal Negus; il primo ministro iracheno Rashīd ʿĀlī al-Kaylānī, al centro del colpo di stato anti- britannico del 1941; il Gran Muftì di Gerusalemme Muḥammad Amīn al-Ḥusaynī. Mentre si può diffidare delle grandi parole spese da molti sostenitori musulmani del fascismo, una certa autenticità è riscontrata dalla coerenza fra l’operato e le opinioni sostenute dagli ultimi due: al-Kaylānī e al- Ḥusaynī. Il secondo forse ancora più del primo, come vedremo.

 

Ancora oggi trapela una certa ammirazione per il nazionalsocialismo fra gli outcasts d’Oriente, probabilmente sullo stesso piano quantitativo e qualitativo d’Occidente (pochi fanatici, male informati), prova ne sarebbe la circolazione di traduzioni arabe e persiane del Mein Kampf. Ma a fianco del libercolo di Hitler girerebbe nel mondo arabo-persiano un libro giudicato dalla storia un falso palese: il Protocollo dei Savi di Sion. L’antisemitismo è, purtroppo, vivo e vegeto e prospera fra le frange più violente dell’islamismo radicale; l’idiosincrasia ha iniziato a costruirsi a seguito della Dichiarazione di Balfour del 1917 e dell’emigrazione ebraica in Palestina, finalizzata a costruire uno Stato Ebraico in Terra Santa, come postulato dal sionismo di Theodor Herzl. La radicalizzazione anti- semitica aumentò discretamente in Medio-Oriente facendo proliferare tra i musulmani idee intorno a presunti complotti giudaici, a un vago ateismo misantropo degli ebrei e a una sibillina identificazione fra marxismo, ebraismo e capitalismo finanziario. Il complotto per eccellenza, sostenuto e foraggiato dalle “demoplutocrazie” atlantiche di Francia, Inghilterra e Stati Uniti. Non mancava nulla, il retroterra ideologico era stato ben preparato e poteva dare i suoi frutti traducendosi in un calcolato progetto genocida.

 

L’adesione a un certo modello autoritario e anti-democratico è stato prerogativa di numerosi regimi ispirati dalla legge islamica, la sharīʿa, così come lo è tuttora la predominanza dell’aspetto spirituale nelle decisioni di carattere pubblico, conseguenza del categorico rifiuto del materialismo e del progressismo di stampo laicista con tutto il suo portato emancipazionista nei confronti di donne, non- credenti e comunità LGBT. Fortunatamente per le sorti del mondo il legame fra Islam politico e fascismi fu, nella maggior parte dei casi, legato all’opportunismo dei leader: la guerra a Francia e Inghilterra era al centro delle conversazioni, sempre. Mussolini colse un’ipotetica alleanza con il mondo arabo in chiave anti-inglese: il mondo arabo, avvilito da secoli di dominazione straniera, rispose positivamente. Mussolini, inoltre, dovette affrontare l’oltranzismo cattolico e la destra razzista del suo partito che lo costrinsero ad andarci cauto con i musulmani, soprattutto se asiatici e africani. Stesso discorso valse per Hitler, anche se egli non ebbe di questi problemi e non si fece mai remore a mostrare il suo scarso rispetto per il cristianesimo.

 

Il generale delle SS Erwin Ettel, incaricato di seguire gli affari arabi, ebbe grande stima di al-Ḥusaynī tanto da risultare insolita se rivolta da un nazista tedesco a un arabo dalla pelle scura. Mazzuca scrive: «per un fanatico come Ettel, il nazismo e l’Islam presentavano numerosi punti in comune. L’ideologia del capo, la mistica per cui la guida suprema, il Führer come il califfo, detenevano il potere spirituale e quello temporale insieme. L’obbedienza, la disciplina. L’esaltazione nazista della vita come militanza al servizio del partito-Stato, spinta sino al sacrificio di se stessi. La solidarietà sociale. E, certo non ultima, la comunanza dei nemici: ebrei e bolscevichi». (p. 111). Non è strano credere che ci fosse più sintonia fra l’islamismo palestinese e il nazismo tedesco di quanta ne avesse quest’ultimo con il cattolicesimo bavarese.

 

Lo stesso suprematismo ariano-tedesco non fu da ostacolo alla venerazione per il Führer in tutto il mondo: vennero formate fra il 1941 e il 1945 divisioni delle Waffen-SS divise per nazionalità di provenienza degli arruolati europei (principalmente olandesi, baltici, cosacchi e ucraini) e non- europei (ci furono addirittura delle legioni mongole e indiane). Le truppe musulmane contribuirono alla causa: combatterono a fianco dei tedeschi la legione azera (Aserbaidschanische Legion), quella araba (Freies Arabien) la divisione turkmena (Turkistan Infanterie-Division), quella albanese (Waffen-Gebirgs-Division der SS “Skanderbeg”), e la più massiccia divisione “Scimitarra”, formata da più di ventimila musulmani bosniaci, croati e kosovari (Waffen-Gebirgs-Division der SS "Handschar") che presentava come simbolo la scimitarra turca. Divisione privilegiata questa, dotata di un Mullā per ogni reggimento e di un Imam per ogni battaglione, fu orchestrata e benedetta dal Muftì al-Ḥusaynī, ossessionato dall’idea che anche i musulmani facessero la loro parte nella guerra alla democrazia liberale e al “giudeo-bolscevismo” [2]. Assieme alle divisioni irreggimentate nell’esercito tedesco sorsero negli anni trenta e quaranta movimenti giovanili filo-fascisti e filo- nazisti: le Falangi Libanesi, il Partito Giovane Egitto, le Camicie Verdi e le Camicie Azzurre (cfr. p. 5).

 

Nel mondo arabo, soprattutto negli ambienti con scarso tasso di alfabetizzazione, giravano voci incontrollate intorno a una presunta conversione di Hitler all’Islam, (Abû ‘Alî era il suo nome da

fedele) o, peggio, alla sua idea di ergersi a nuovo leader del mondo islamico; effettivamente inglesi e francesi utilizzarono l’ammirazione di Hitler per l’Islam al fine di dipingerlo come anti-cristiano e amico del pericoloso mondo musulmano. Sembrerebbe paradossale che fossero i democratici anti- fascisti a fare esternazioni islamofobe in quegli anni. Mussolini non godette mai di questa ammirazione, forse ebbe qualche fan di lingua araba, ma si trattava perlopiù di giovani rampolli altolocati, maturati politicamente in Occidente. Nemmeno il suo cognome [3] lo aiutò ad avere la stessa fortuna che ebbe il suo omologo tedesco, il quale sforzandosi di meno ottenne decisamente di più. Come una legione araba, a Mussolini fu solo promessa ma non se ne fece più nulla, e questa può figurare come l’ennesima conferma dello sfasamento che intercorreva fra l’Italia e la Germania dell’epoca. 

 

[1] Edward Said, Orientalismo, Torino, Bollati Boringhieri, 1991.

[2] Per ulteriori informazioni intorno ai legami fra Hitler, Mussolini e i leader del mondo arabo si consigliano i seguenti testi: Renzo de Felice, Il fascismo e l’Oriente, Bologna, Il Mulino, 1988; Stefano Fabei, Il fascio, la svastica e la mezzaluna, Milano, Mursia, 2002; Enrico Galoppini, Il fascismo e l’Islam, Parma, Edizioni all’insegna del Veltro, 2001. 

[3] “Mussolini” deriverebbe dalla mussolina, un tessuto morbido e leggero proveniente da Mossul in Iraq; un’altra ipotesi, meno accreditata, vuole che derivi da muslimin, plurale di muslim, ovvero “musulmano” in lingua araba (cfr. p. 6). 

Giancarlo Mazzuca

Mussolini e i musulmani

Milano, Mondadori, 2017