COGITAMUS. Sei lettere sull’umanesimo scientifico

Bruno Latour

COGITAMUS. Sei lettere sull’umanesimo scientifico

Il Mulino, 2013

di Andrea Germani

 

 

«La tendenza a mettere in rapporto parole come ”pubblico dibattito“ o ”cittadino“ e termini in apparenza ”puramente tecnici“ quali ”inceneritore“ è veramente tipica della nostra epoca e presuppone, come lei giustamente osserva, un nuovo rapporto con la politica» (p. 46). Così scrive Bruno Latour nel suo Cogitamus, raccolta di sei lettere sull'umanesimo scientifico frutto della corrispondenza dello storico della scienza borgognone (provenienza ricordata con un certo orgoglio in numerose parti dell'opera) con una studentessa tedesca impossibilitata a partecipare alle sue lezioni. 

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Non possiamo ancora dirci*

*RISPOSTA A "RIFLESSIONE SU NON SIAMO MAI STATI MODERNI DI BRUNO LATOUR"

 

di Edoardo D'Elia

 

«Dimenticare non è eliminare, è agire in una sospensione di giudizio, o possedere idee distorte dei movimenti: esistere senza Essere», disse il Soggetto.

«Dimenticarmi non è eliminarmi, è caratterizzarmi in una parzialità di giudizio, o possedere un’idea limitata delle interazioni: concedermi d’esistere, ma giammai d’Essere», replicò l’Ibrido.

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Non possiamo non dirci moderni*

*RIFLESSIONE SU NON SIAMO MAI STATI MODERNI DI BRUNO LATOUR

 

di Stefano Scrima

 

«Chi ha trascurato di studiare empiricamente le scienze, le tecniche, il diritto, la politica, l’economia, la religione, la narrativa, ha perso le tracce dell’essere sparso in ogni dove tra gli enti. Se, disprezzando l’empiria, vi ritirate dalle scienze esatte, poi dalle scienze umane, poi dalla filosofia tradizionale, poi dalle scienze del linguaggio e vi ripiegate su voi stessi, nella vostra foresta, allora sì che sentirete una tragica mancanza.» (p.88)

 

Accorgersi d’aver “dimenticato l’essere” non può rimanere un’accensione lirica heideggeriana, è invece un sentimento dirompente, di un’attualità che si fa drammatica; l’afflato di una piccola minoranza occidentale. Che il vivere necessiti l’esser vivi non lo metterebbe in dubbio nemmeno un bambino, ma che nel vivere si possano smarrire i tratti dell’esistenza non è altrettanto banale. Dimenticare non è eliminare, chi l’ha mai detto? È agire in una sospensione di giudizio, o possedere idee distorte dei movimenti.

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NON SIAMO MAI STATI MODERNI

Bruno Latour

NON SIAMO MAI STATI MODERNI

(1991, trad. it.: Elèuthera 2009)

 

di Edoardo D'Elia

 

«L’ipotesi di questo saggio - perché si tratta di una ipotesi e si tratta proprio di un saggio - è che la parola “moderno” definisce due gruppi di pratiche completamente diverse che, per conservare efficacia, devono restare distinte, mentre da qualche tempo non sono più tali. Il primo insieme crea, per “traduzione”, un miscuglio tra tipi di esseri affatto nuovi, ibridi di natura e di cultura. Il secondo per “depurazione”, produce due aree ontologiche completamente distinte: quella degli umani da un lato e quella dei nonumani dall’altro» (p.23). La critica moderna depura ciò che la traduzione ha creato: le reti. Le reti sono i collegamenti, le mediazioni tra le aree ontologiche che considerano tutto ciò che non è solo cultura o solo natura: gli ibridi. Queste due attività vanno insieme - senza traduzione non ci sarebbe nulla da depurare -, ma la modernità si ostina a considerarle separatamente.

 

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