RADICAL CHOC

 

di Andrea Germani

 

Nel 1979 Paul Volcker, presidente della Federal Reserve, alzò i tassi di interesse per mantenere sotto controllo l’inflazione che imperversava negli Stati Uniti, azione che causò la perdita di milioni di posti di lavoro e il fallimento di molte piccole imprese. A farne le spese più di tutti furono le piccole aziende agricole a conduzione familiare, le storiche farm, disseminate perlopiù nel mid-west. Per tutti gli anni Settanta era stato richiesto insistentemente agli agricoltori americani di diventare più competitivi per sostenere i ritmi di crescita della domanda di prodotti alimentari, oppure vendere e togliersi di mezzo. Questi presero a prestito soldi per comprare terra e attrezzature ritrovandosi negli anni Ottanta senza sapere come ripagare i debiti: mentre il valore della proprietà crollava l’interesse sui mutui schizzava alle stelle.

 

Ciliegina sulla torta, il disegno di legge sull’agricoltura dell’amministrazione Reagan del 1985 riduceva i sussidi al settore agricolo per lasciarlo gestire direttamente dal mercato. Le conseguenze furono devastanti: il prezzo del granoturco colò a picco, i grandi gruppi prosperarono e le piccole aziende fallirono in successione. Come scrive Joel Dyer, che ha seguito il fenomeno e ne ha fatto un libro-inchiesta: «gli uomini e le donne che avevano dato retta agli esperti, e avevano fatto esattamente quello che era stato detto loro di fare, persero tutto» [1] . A queste poco lungimiranti decisioni seguirono indebitamenti e pignoramenti di fattorie che produssero nell’America rurale depressione, abuso di psicofarmaci, suicidi, violenze domestiche, microcriminalità e domestic terrorism

 

Il 19 aprile 1995 un furgone caricato con tre tonnellate di esplosivo detonò davanti all’edificio federale Alfred P. Murrah Federal Building di Oklahoma City: 168 persone morirono e circa 700 rimasero ferite. Il più sanguinoso attacco terroristico sul suolo americano prima dell’undici settembre. I responsabili, Timothy McVeigh e Terry Nichols, provenivano dall’America rurale, Nichols crebbe proprio in una fattoria che dovette fronteggiare la crisi degli anni Ottanta. Si conobbero nella base militare di Fort Benning mentre erano arruolati nell’esercito, qui nacque un sodalizio fondato su armi e complottismo paranoico. Nichols fu congedato presto mentre McVeigh andò a combattere la prima Guerra del Golfo. L’esercito americano fornì il know-how per costruire bombe senza considerare il rischio di addestrare militarmente un tizio come McVeigh: survivalista, razzista, ossessionato dalle armi, vicino all’estrema destra antigovernativa, entusiasta esecutore di azioni di efferata violenza in Iraq. Fu congedato con onore e gli vennero concesse ben cinque medaglie. 

 

La crociata contro il governo portata avanti da Nichols e McVeigh aveva trovato un punto di svolta dopo gli assedi di Ruby Ridge del 1992 [2] e di Waco del 1993 [3]. In quelle occasioni le forze di polizia ingaggiarono conflitti a fuoco con fondamentalisti cristiani che intendevano separarsi dagli Stati Uniti; si risolsero entrambe con vittime innocenti fra i civili, anche bambini. Molti ritennero le due operazioni un fallimento, l’operato degli agenti doveva condurre a una de-escalation utile a risolvere pacificamente il conflitto, o perlomeno non produrre vittime fra i non-combatants. D’altronde, in decenni di guerra fredda gli apparati di sicurezza nazionale avevano avuto tempo, modo e lauti finanziamenti per perfezionare tattiche e operatività. Falliti i tentativi di negoziazione i competenti predilessero la vecchia maniera: shoot first, think later.

 

In un paper del 2015 dal titolo The Radicalization Puzzle: A Theoretical Synthesis of Empirical Approaches to Homegrown Extremism Mohammed Hafez e Creighton Mullins propongono questa definizione del termine radicalizzazione: «a (1) gradual “process” that entails socialization into an (2) extremist belief system that sets the stage for (3) violence even if it does not make inevitable» [4]. Il termine può dunque riferirsi anche a tutti quei casi in cui si è ancora in tempo per intervenire prima che la situazione degeneri. A sparare per primi si corre il rischio di produrre l’effetto indesiderato di alimentare quella tensione che l’operato degli esperti dovrebbe stemperare. Come dice Al Capone/Robert de Niro nella scena di apertura del film del 1987 Gli Intoccabili «è vero si pratica la violenza a Chicago ma né da me né dagli uomini che lavorano per me. E lo sapete perché? Perché non è mai un buon affare».

 

La prevenzione dà i suoi frutti nella lotta al terrorismo: gli agenti si infiltrano nei gruppi considerati pericolosi per scoprire cellule dormienti e tenerle sotto controllo, ma può succedere che finiscano per attivarle. Raffaele Alberto Ventura nel suo libro Radical Choc. Ascesa e caduta dei competenti (Einaudi, 2020) racconta del caso surreale dei “quattro di Newburgh” (p. 116): alcuni informatori operarono come agenti provocatori convincendo quattro potenziali islamisti, o presunti tali, a tentare un attacco terroristico. Il problema è che i quattro inizialmente non avevano alcuna intenzione di colpire. Ovviamente furono arrestati prima di commettere l’azione: stanno scontando venticinque anni di prigione. 

 

Questo può definirsi un caso da manuale di effetto iatrogeno, una patologia causata dalla cura. Nel tentativo di tenere sotto controllo ogni rischio prodotto da una società che diventa sempre più complessa si finisce per forzare il corso degli eventi portandoli a corrispondere alle aspettative; «il problema, a monte, è che la nostra società produce troppi rischi: non soltanto non possiamo prevederli tutti, ma ogni azione o non-azione ne produce di nuovi» (p. 17). Nel Novecento l’iperspecializzazione della società ha prodotto milioni di esperti nei più disparati settori affinché il controllo dei rischi fosse al passo con l’evolversi della complessità sociale. Controllare richiede fare delle scelte e ogni scelta comporta un rischio, fra cui quello di produrne inaspettatamente di ulteriori; e così, più aumentano gli esperti e la lunghezza del loro CV, più aumentano e si intensificano i rischi.

 

Ventura con il suo libro completa la “trilogia del collasso” cominciata nel 2017 con Teoria della classe disagiata (Minimum Fax) a cui ha fatto seguito La guerra di tutti (Minimum Fax, 2019). Il leitmotiv di questi tre volumi è la questione delle competenze, e dei competenti, e il dibattito che questo tema ha sollevato dopo le varie crisi globali che si sono sovrapposte negli ultimi decenni. Terrorismo internazionale, guerre in Medio Oriente, crisi finanziaria, politiche di austerità e, ora, la pandemia e gli effetti nefasti delle privatizzazioni nel settore sanitario; tutti questi eventi sembrano al cittadino comune delle gigantesche cantonate prese da persone addette a gestire fenomeni complessi in virtù della loro competenza. Fatto piuttosto grave in un sistema democratico in cui la legittimità del potere costituito si fonda sulla sua capacità di rispettare certe garanzie.

 

Talvolta si sente additare la colpa alla “sovrabbondanza di esperti”, quando il problema è altrove – visto che siamo addirittura in sotto organico [5] – ed è la sovrabbondanza di “quasi-esperti”: cittadini titolati, ma poco preparati, e convinti che ogni generazione sia destinata a stare meglio di quella precedente. Le circostanze cambiano, il mercato si satura, i soldi finiscono, ma non si può deludere chi ha contribuito in passato alla prosperità e, oggi che i suoi figli entrano nel mondo del lavoro, vuole qualcosa in cambio: per accontentare tutti, clienti e fornitori, si abbassa progressivamente il livello qualitativo e i titoli vengono distribuiti seguendo logiche aziendali. Una scuola di formazione finisce per essere valutata secondo quanti studenti riesce ad “attrarre”, operando come un semplice erogatore di servizi. 

 

A ciò si unisce il buon vecchio clientelismo che in un regime di risorse sempre più limitate dota i potenti/competenti di un potere che cresce fino a renderli intoccabili. I tempi cambiano ma i rapporti di potere restano immutati, a tutto vantaggio dei nuovi signori feudatari. Perché se è facile far vincere il concorso al nipote dell’amico quando cinquanta posti sono contesi da duecento diplomati in ragioneria, serve invece un certo potere (e il prezzo per pagarlo) quando i posti sono venticinque e ci sono duemila candidati che presentano fior fior di master e lauree cum laude

 

A quei pochi eroi che resistono in un mondo di burocrazia, gerarchie e pubbliche relazioni [6] tocca sottostare a un sistema di valutazione che gli impone di produrre risultati come fossero agenti immobiliari. Beninteso, non tentativi, perché il progresso scientifico procede per errori e ricalcoli del percorso, ma risultati. Questo porta al fenomeno noto come data dredging, «la pratica cioè fin troppo diffusa di costruire teorie ad hoc a partire da correlazioni spurie che emergono da set di dati non necessariamente rappresentativi». Prima si fa l’esperimento, poi si «cerca la spiegazione che meglio si adatta al risultato» (p. 38), infine si urla agli “analfabeti funzionali” di fidarsi degli esperti. 

 

Nel bel mezzo di una pandemia, mentre studiosi e medici cercavano di capirci qualcosa di un virus pressoché sconosciuto, un Ministro della Repubblica italiana se ne venne fuori chiedendo alla scienza “certezze inconfutabili” e non “tre o quattro opzioni per ogni tema”. E questo spiega, o perlomeno dovrebbe spiegare, molte cose sulla differenza fra gli esperti e i quasi-esperti, spesso promotori di un anti-intellettualismo che va sempre molto di moda nei periodi di crisi.

 

Non potrà che andare peggio, o meglio, a seconda dei punti di vista e della fonte di reddito. Il sistema «non può permettersi di fermarsi, altrimenti non riuscirebbe a intervenire sui problemi che ha precedentemente creato: esso è costretto ad accelerare per inseguire se stesso, inanellando sempre nuovi problemi e nuove soluzioni, all’infinito – o, per meglio dire, finché riesce a finanziare la sua corsa» (p. 8). Compiuta la scelta non si torna indietro, pur di arrivare ad operare con il solo scopo di dare senso alle scelte fatte in passato e di mantenere gli accordi presi. Per dire, nel 2015 le forze armate italiane avevano 205 cappellani militari che costavano al contribuente più di 10 milioni di euro l’anno solamente in stipendi; solo quest’anno si è riusciti a rivedere l’accordo siglato con la Santa Sede nel 1961, ma sono ancora molti i casi in cui ci si arrende all’idea che il danno vada minimizzato, non evitato dal principio. Shoot first, think later.

 

«Il problema è che questo benessere ci costa sempre di più. Cosa succederebbe se non potessimo più permettercelo?» (p. 228) è una delle domande con cui si chiude il libro. Procedure sempre più complicate richiedono investimenti sempre maggiori e una specializzazione del personale che non si riduca all’ennesimo corso di aggiornamento aziendale, riassunto in una carrellata di slide e un test con le risposte suggerite dagli esaminatori. La storia è piena di casi di addetti che avevano sulla carta le qualifiche per eseguire certe mansioni per poi ritrovarsi, loro malgrado, a essere responsabili di disastri epocali per mancanza di competenze, materiale o informazioni: la Campagna italiana di Russia del 1941 – 1943; il disastro di Chernobyl del 1986; l’incendio della cattedrale di Notre-Dame (vedi il paragrafo Nostra Signora dei rischi, pp. 103 – 114). 

 

Certi eventi capitano perché i sistemi di valutazione in una società meritocratica mirano a trovare il “miglior candidato possibile”, pur non avendo criteri validi per fare un matching di questa portata, finendo per testare tutto tranne ciò che effettivamente serve che il candidato sappia fare. Se esistesse un metodo di valutazione così accurato forse non ci sarebbe bisogno di farcire il CV con discutibili soft skills pur di non ammettere che uscito dall’università uno, legittimamente, non sa fare nulla. Rende bene l’idea il racconto del 1961 Tecnocrazia integrale dello scrittore di fantascienza Lino Aldani in cui si narra l’avventura di un funzionario pubblico che si prepara a un concorso con domande difficilissime di fisica e geometria per ottenere un posto da spazzino municipale (p. 162). 

 

Dobbiamo rassegnarci all’idea che un esperto non sappia riconoscere un fanatico quando gli dà un fucile in mano, o che si limiti ad apporre la firma su un titolo che diventa carta straccia finita la cerimonia di consegne, ma che sembra essere diventato necessario per fare un qualsiasi colloquio di lavoro? Forse dovremmo togliere patenti da esperto a chi non lo è prima che faccia ulteriori danni. Think first, shoot later

 

[1] Joel Dyer, Raccolti di Rabbia, Roma, Fazi Editore, 2002, p. 6.

[2] https://ilmanifesto.it/lamerica-ostaggio-delle-milizie/

[3] https://thevision.com/cultura/waco-fbi-setta/

[4] Mohammed Hafez, Creighton Mullins, “The Radicalization Puzzle: A Theoretical Synthesis of Empirical Approaches to Homegrown Extremism”, Studies in Conflict and Terrorism, 38:958–975, 2015, p. 960.

[5] https://www.censis.it/formazione/università-sono-aumentati-gli-iscritti-ma-non-abbastanza-colmare-il-gap-con-l’europa

[6] Vedi Networking

 

Raffaele Alberto Ventura

RADICAL CHOC

Einaudi, Torino, 2020

ISBN 978-88-06-24474-3