Emil Cioran, profeta dei nostri giorni senza avvenire

Emil Cioran, da Google Immagini
Emil Cioran, da Google Immagini

A proposito di Ultimatum all’esistenza. Conversazioni e interviste (1949-1994), La scuola di Pitagora editrice, Napoli 2020.

 

di Stefano Scrima

 

Di Emil Cioran non ne abbiamo mai abbastanza. Perché il suo pensiero, anche a distanza di venticinque anni dalla morte, sembra essere la perfetta diagnosi della nostra epoca, la morte dell’utopia, e quindi della storia e dell’avvenire. Cos’è quello in cui viviamo se non un futuro mozzato, nutrito di angosce e premonizioni di catartici fallimenti? Ma siamo fortunati, poiché la nostra brama di Cioran può essere appagata grazie all’appassionato lavoro dello studioso Antonio Di Gennaro, che ha curato per il pubblico italiano (avvalendosi dell’aiuto di numerosi traduttori e collaboratori) una nuova raccolta di testimonianze inedite del pensatore apolide. Si tratta di Ultimatum all’esistenza. Conversazioni e interviste (1949-1994) pubblicato nel 2020 da La scuola di Pitagora. Un volume di quattrocentottanta pagine che comprende ben trentuno interviste e diciannove lettere, che vede tra i protagonisti le nostre Irene Bignardi e Benedetta Craveri, e poi Jean Lessay, Fernando Savater, Ion Deaconescu e molti altri. 

 

È così che possiamo continuare a conoscere un uomo che, esattamente come la lingua che ha scelto per la sua prosa, il francese, fa della sfumatura la sua cifra esistenziale. Cioran si racconta, nella sua tipica contraddizione di uomo di indole allegra votata alla depressione intellettuale, condizione mitigata dal pensiero del suicidio, e quindi dall’appropriazione della libertà individuale contro l’universo spietato, e soprattutto dalla scrittura, vera e propria terapia dell’anima; cura che scoprì quasi per caso quando ancora viveva in Romania e l’insonnia, questo “aperitivo dell’inferno”, stava per ucciderlo. Leggendo queste pagine lo immaginiamo lì, nel suo minuscolo appartamento del Quartiere Latino di Parigi (“con il cesso in comune sul pianerottolo”), vivere, parlare, scrivere, discutere con gli amici. E poi passeggiare per il Jardin du Luxembourg, “il piacere maggiore della [sua] vita”, luogo in cui – racconta all’amico Savater – ha salvato la vita a un ingegnere che era fermamente deciso a suicidarsi. Pensate, Cioran che salva un uomo dal suicidio! Meraviglioso. “Gli ho detto che l’importante era aver concepito l’idea, sapersi libero [...] È un’idea molto utile: dovrebbero farci delle lezioni nelle scuole!” Ma è proprio questo che ci affascina di Cioran – e quello che probabilmente ha affascinato per primi gli studenti che lo “scoprirono” conducendolo alla notorietà: il cinismo lenitivo, la saggezza quasi materna delle sue parole, l’incapacità di mentire e l’intolleranza per l’artificio culturale. In fondo, dice, per conoscere la profondità dell’esistenza è molto meglio frequentare un bordello che l’università. 

  

Viene quasi da pensare che i tempi disastrosi che accompagnano le nostre vite siano un dono, il terreno fertile per permettere al pensiero di Cioran di continuare a germogliare. E se è il nulla il nostro destino, che perlomeno lo si affronti con stile.