Dal DAMS a Netflix

gif da tenor.com
gif da tenor.com

Dal DAMS a Netflix, passando per la UCLA di Los Angeles. Intervista alla sceneggiatrice bolognese Caterina Salvadori 

 

di Edoardo Bassetti

 

C'era il sole, speravamo di poter parlare all’aperto, ma ci è andata male. Decidiamo allora di entrare al Kinotto Bar, a due passi dal Locomotiv e dai campi sportivi del Dopolavoro ferroviario. Dentro l’atmosfera è calda e accogliente. C’è forse un po’ troppo rumore per studiare, ma per noi non è un problema – la studentessa alla nostra destra, invece, a un certo punto sclera con due che fanno una call a voce alta. Seduti davanti ai nostri caffè, io e Caterina cominciamo la nostra intervista.

 

Partiamo dall’inizio, dalla tua formazione. Bologna, Los Angeles, e ancora Bologna. Cosa ti ha dato l’una e cosa l’altra. In cosa (ovviamente) sono state diverse, e in cosa (forse) si sono rivelate complementari?

 

Sicuramente il DAMS dà una formazione teorica che mi ha arricchito tantissimo, ma da sola non basta. Andare negli Stati Uniti era un’idea che avevo in mente ancor prima di immatricolarmi qui a Bologna, ma dato che lì studiare costa tantissimo ho provato allora ad andarci grazie al programma Overseas. UCLA (University of California, Los Angeles) era un po’ l’Università dei miei sogni. Lì quasi tutti i corsi sono pratici e hanno addirittura dei piccoli Studios all’interno dell’Università, oltre a un servizio di noleggio attrezzature praticamente gratuito per gli studenti: servizi di cui, qui in Italia, è molto più difficile usufruire. Al DAMS non c’è pratica, è quello il problema: finisci per avere una bellissima cultura generale sul cinema, elaborando un pensiero critico magari anche interessante, ma senza aver avuto alcuna esperienza concreta con quel mondo di cui hai studiato per anni. In questo senso, quando ho avuto l’opportunità di andare negli USA ne ho approfittato scegliendo appositamente tutti corsi “pratici”, che appunto non avrei potuto seguire a Bologna: corsi di montaggio, direzione della fotografia, regia, sceneggiatura, fonico audio ecc. È stato un modo molto utile per imparare le varie figure del set, sebbene poi ovviamente mi sia concentrata più sui miei interessi, ovvero sceneggiatura e regia. In Italia una cosa del genere puoi ritrovarla forse solo al Centro Sperimentale di Cinematografia, a Roma, dove però c’è una didattica molto più direzionata rispetto agli Stati Uniti: ovvero scegli un indirizzo (regista, sceneggiatore, direttore della fotografia ecc.) e lo porti avanti dall’inizio alla fine. Lì invece c’è una didattica più trasversale: hai la possibilità di provare più cose, contemporaneamente. La maggior parte dei Professori che insegnano alla University of California non sono solo accademici, ma lavorano effettivamente sui set, dove poi a volte portano anche gli studenti a vedere un po’ come funziona quel mondo di cui tanto hanno sognato. In particolare ho fatto una bellissima esperienza con il Professore di direzione della fotografia, che lavorava in grandi case di produzione come Disney o Sony, e che mi ha portato con lui sui set dove era impegnato.

 

 

Dall’Università al mondo del lavoro. Come è avvenuto il salto? Sicuramente molti studenti del DAMS saranno curiosi di conoscere la tua esperienza…

 

Quando ero negli Stati Uniti sono rimasta per qualche mese a lavorare un po’ lì, grazie a una piccola estensione del progetto di scambio grazie alla quale potevo rimanere anche a lavorare. Ho lavorato per un periodo all’interno nell’Università e poi soprattutto nello script development – un lavoro che in Italia corrisponde pressappoco alla figura dell’editor: ovvero leggevo tantissime sceneggiature, le riassumevo, vedevo i punti deboli, cosa si poteva migliorare e poi scrivevo delle note. È stato molto utile per capire la struttura narrativa, i meccanismi che funzionano, quali sono di solito le debolezze più comuni. Ho realizzato, toccando con mano tutti quei testi, che per avere incisività nella scrittura sia importante conoscere le varie sfumature della lingua inglese, ma anche avere una comprensione della cultura americana, che in certi casi si nutre di conflitti leggermente diversi rispetto alla nostra. E chi ha un minimo a che fare con il mondo della sceneggiatura sa bene come ci siano sempre dei conflitti alla base di qualsiasi storia. Vivere con i genitori, ad esempio: in America a diciott’anni cambiano addirittura Stato, mentre da noi pensiamo invece sia normale che la famiglia abbia il dovere di mantenere i propri figli economicamente. Questa, come tante altre differenze culturali, sono aspetti da tenere in considerazione quando si crea una storia.

 

 

Com’è stato invece il ritorno in Italia, dopo l’esperienza negli Stati Uniti? Immagino difficile, specie all’inizio…

 

Tornata in Italia ho avuto un anno abbastanza difficile. Negli USA in poco tempo ho fatto tantissime cose, mentre qui all’inizio non sapevo letteralmente dove sbattere la testa. Ho fatto tanta fatica a trovare delle opportunità percorribili, all’inizio. Però dandomi da fare, piano piano, le ho trovate comunque: ho fatto varie cose come video maker per piccole case di produzione bolognesi, ho realizzato videoclip musicali (ad esempio per la band bolognese Rumba de Bodas) e piccoli spot pubblicitari per Userfarm (per chi non lo sapesse, Userfarm è una piattaforma che incrocia le esigenze pubblicitarie dei grandi marchi con un’intera comunità di video maker chiamati alle armi tramite call for ideas: qui trovate una spiegazione più dettagliata): ad esempio, con un gruppo di ragazzi (alcuni anche del DAMS) ne abbiamo fatto uno per BMW e abbiamo vinto un piccolo premio. Con fatica ho quindi cercato di farmi qualche esperienza qua e là. Poi ho scritto la sceneggiatura di un film, che allora mi sembrava bellissima, e ho cercato di rompere le scatole a vari produttori affinché la leggessero. Un produttore di Bologna mi disse che secondo lui avevo talento, però dovevo ancora affinare la mia tecnica. Mi consigliò allora di fare esperienza affiancando uno sceneggiatore professionista. Scrissi quindi a Fabio Bonifacci (sceneggiatore e scrittore bolognese, che tra l’altro adesso lavora anche al DAMS). Gli feci leggere la sceneggiatura e mi offrii come aiutante di sceneggiatura. Ed è andata bene: alla fine ho collaborato con lui per ben tre anni, facendo esperienza sia nel mondo della televisione con progetti come la serie Ognuno è perfetto (2019), sia nel cinema con film come Bentornato presidente (2019), Mio fratello rincorre i dinosauri (2019) ecc.

 

 

Una gavetta nella quale hai avuto l’opportunità di venire a contatto con diversi media fra loro: pubblicità, cinema, tv e ultimamente anche un romanzo a quattro mani (Caterina Salvadori, Ciro Zecca, Sotto il sole di Riccione, Fabbri Editori, 2020). Cosa cambia in fase di scrittura?

 

Sicuramente sono esperienze diversissime fra loro. Romanzo e sceneggiatura, in particolare, sono forme letterarie del tutto differenti. È la prima volta che ne scrivo uno e mi è piaciuto tantissimo – ora ne sto scrivendo un altro, perché proprio mi ha appassionato come genere. Il romanzo ti dà la possibilità di andare più in profondità, di esplorare fino in fondo le sfumature psicologiche che vuoi approfondire. Una gamma di emozioni che col cinema devi invece tradurre (e concentrare) per forza in dialoghi e in immagini, in quello che teoricamente si chiama il correlativo oggettivo delle emozioni. In letteratura invece sei libero di sperimentare flussi di coscienza o descrizioni dell’interiorità. Si possono anche gestire i passaggi temporali in maniera più agevole: basta un incipit di una frase diversa per parlare all’improvviso di un evento del passato; ricollegarsi nel futuro a un’esperienza di anni addietro, magari facendo semplicemente un piccolo inciso, o raccontando un aneddoto. Nel cinema è tutto molto più organizzato, più strutturato. 

Poi quando scrivi una sceneggiatura devi confrontarti con produttori, registi, e soprattutto con i costi. Immaginare un’evoluzione della storia piuttosto che un’altra, nel romanzo, non comporta alcuna variazione di budget. Nel cinema sì, e questo influenza inevitabilmente la scrittura. Il romanzo potremmo dire sia un’opera letteraria pura: è l’opera in sé, ecco, mentre invece la sceneggiatura è la base di partenza su cui gli altri poi andranno a lavorare. E riguardo a Sotto il sole di Riccione, appunto, ho potuto provare entrambe queste declinazioni di uno stesso soggetto.

 

gif da tenor.com
gif da tenor.com

 

A proposito di Netflix, com’è stato collaborare con loro? Da fuori si ha l’impressione che sia qualcosa di iperaccessibile per il cliente ma in qualche modo sfuggente per chi invece crea contenuti, come dipendesse da logiche e algoritmi insondabili…

 

 

In realtà è stato un po’ un colpo di fortuna. La casa di produzione Lucky Red mi ha chiamato per un colloquio a Roma. Ovviamente insieme a me c’erano anche altri aspiranti. Il soggetto, di Enrico Vanzina, c’era già. Parlando però di ragazzi volevano qualcuno di più giovane che lo affiancasse nella sceneggiatura, più in sintonia con la generazione raccontata dal film, per aggiornare insomma il progetto e dare più veridicità alla storia. Sono andata lì’ con diverse proposte, che evidentemente sono piaciute, dato che pochi giorni dopo hanno chiamato dicendo che mi avevano scelto. Netflix di solito si affida a una casa di produzione per produrre i suoi contenuti – e in Italia ce ne sono diverse che collaborano con loro. Per me è stata davvero una bellissima esperienza, anche perché quando inizi il DAMS senti dirti in continuazione che andrai a fare la commessa, che stai perdendo tempo dietro alle tue aspirazioni. E io invece ho avuto sempre la testardaggine di non farmi influenzare da queste voci, di andare avanti comunque, di dare il massimo per perseguire quest’ambizione. Quello di Sotto il sole di Riccione è stato per me il primo set che ruotava intorno a una sceneggiatura che avevo scritto: ciò che magari avevi immaginato nella tua cameretta te lo rivedi lì, all’improvviso, materializzarsi come per magia davanti ai tuoi occhi. È stato davvero bello ed emozionante. L’esempio più lampante di tutto ciò è stato sicuramente il concerto finale dei Thegiornalisti, che è stato messo in piedi partendo appunto dalla sceneggiatura. Mi domandavo come poter concludere il film e, dato che la colonna sonora era interamente dei Thegiornalisti, mi sono detta: «perché non lo facciamo finire con un loro concerto»? È stato davvero magico vedere il palco, il pubblico, la band e gli attori realizzare qualcosa che avevo immaginato.

gif da tenor.com
gif da tenor.com