Tradurre un premio Nobel: La Rivolta di Władysław Reymont

 

di Sara Quondamatteo

 

Vorrei proporvi l’intervista che ho avuto il piacere di fare a Laura Pillon, ex studentessa dell’Università di Bologna che con la sua recente esperienza nel mondo dell’editoria e nell’ambito della traduzione conferma l’intuizione di Pietro Marchesani secondo cui il lavoro del traduttore costituisce il livello più alto di esegesi di un testo. Nello specifico, nel 2018 è stata pubblicata dalla casa editrice “Edizioni della Sera” la sua traduzione in lingua italiana dell’opera La Rivolta (Bunt) di Władysław Reymont (le uniche altre disponibili sono in croato, tedesco e olandese). Lo scrittore polacco, «l’autodidatta di maggior successo della letteratura polacca» secondo la definizione di Andrea Ceccherelli (Storia della letteratura polacca, p. 345), viene ricordato soprattutto per il romanzo di ambientazione urbana La terra promessa (Ziemia obiecana - 1899), che con la crudezza tipica del naturalismo descrive le vicende di tre protagonisti sullo sfondo di uno sviluppo capitalistico selvaggio, e per l’epopea rurale in quattro libri dal titolo I contadini (Chłopy – 1904/1909), incentrato sulle vicende della comunità del villaggio di Lipce. È soprattutto quest’ultima opera a valergli il Premio Nobel per la Letteratura nel 1924.

 

1. È ormai passato più di un anno dalla pubblicazione del libro La rivolta da te tradotto: sei soddisfatta dei risultati ottenuti in termini di vendite e di promozione del libro? Quali sono le tue impressioni del mondo editoriale? Credo che la tua esperienza di giovane traduttrice possa essere molto interessante per il pubblico di Deckard.

 

In poco tempo il libro è andato in ristampa e ho avuto l’onore di presentarlo all’Istituto polacco di Roma, in libreria a Bologna, a Firenze e a Verona e persino a Torino in occasione del Festival Slavika, durante il quale La rivolta si è aggiudicato il Premio Polski Kot. Sono molto contenta, soddisfatta e grata, perché se La rivolta ha raggiunto tali risultati non è merito solo mio, ma di tutta la squadra che con passione e tenacia ha ridato voce a questo prezioso testo reymontiano passato a lungo inosservato.

 

2. Come è nata l’idea di tradurre questo libro? 

 

La rivolta rappresenta il settimo volume della collana “I Grandi Inediti”, concepita da Giorgio Leonardi per la casa editrice romana “Edizioni della Sera”. La collana ha uno scopo ben preciso, ovvero scovare significativi testi della letteratura straniera otto-novecentesca mai tradotti in italiano e presentarli, in prima edizione nazionale, ai lettori italiani. La rivolta è stata scovata da Giorgio Leonardi, direttore della collana, il quale, insieme all’editore Stefano Giovinazzo, ha voluto scommettere su di me.

 

3. Una domanda forse scontata, ma necessaria: hai avuto paura di tradurre un premio Nobel? Se sì, che ruolo ha giocato la paura nel lavoro di traduzione? 

 

Da studente di polonistica, il primissimo contatto che ho avuto con Reymont è stato attraverso il film Ziemia Obiecana di Andrzej Wajda. Poi, con il passare del tempo, man mano che il mio polacco migliorava a forza di studio matto e disperatissimo, ho letto anche i principali testi dello scrittore. Subito sono rimasta affascinata da quel suo stile così vivido e immaginifico, che ho ritrovato anche ne La rivolta

Certo che ho avuto paura quando mi è stato proposto di tradurre Bunt, anche perché subito mi sono accorta che questo romanzo breve con forte tensione di parabola era ben diverso dalle pubblicazioni che hanno reso famoso lo scrittore polacco premio Nobel della Letteratura. Tuttavia quella stessa paura mi ha dato la carica per dare sempre il meglio. Ho fatto subito mio il consiglio del professor Andrea Ceccherelli, mia preziosa guida e saggio mentore in questa avventura: mi sono fidata del mio istinto.

 

4. Cosa è stato più difficile tradurre? E cosa, invece, ti ha entusiasmato di più? In particolare, c’è un passo (o più di uno) che ti ha coinvolto maggiormente sia in termini di difficoltà di traduzione, sia in termini emotivi? 

 

Nel tradurre La rivolta ho tenuto in considerazione, innanzitutto, il preciso progetto editoriale nel quale l’opera si colloca. La serie de “I Grandi Inediti” ha, infatti, un’ambizione divulgativa e il grande pregio di voler raggiungere il più vasto pubblico di lettori italiani, conoscitori o meno della letteratura, in questo caso, polacca. Ecco perché ho scelto di rispettare nell’accezione più ampia possibile del termine lo spirito dell’originale polacco, ma allo stesso tempo ho cercato di evitare che le parole di Reymont sortissero un effetto estraniante nel lettore. Per rendere il testo di arrivo fluido e accessibile e venire incontro a differenti tipologie di lettori, ho dovuto compiere scelte ben precise. Basti pensare alla traduzione di “dwór”, una parolina tanto breve quanto complicata, che indica la casa signorile di campagna della nobiltà polacca, un edificio dai connotati architettonici ben precisi ma assente nella nostra cultura.

Senza dubbio ho avuto un occhio di riguardo per il testo di partenza, specialmente nel caso dei vivaci dialoghi tra gli animali, per i quali è stato necessario veicolare il contenuto delle battute senza trascurare la particolare veste formale assegnata loro da Reymont. Ne ho ricreato il tono colloquiale, senza però fare uso di forme dialettali o regionalismi, e la parlata tipica di un ambiente rurale, come dimostra il ricorrente uso di proverbi o frasi fatte ispirate alla saggezza popolare. Ho trovato molto divertente tradurre i vari modi di dire non a caso connessi esclusivamente al mondo naturale, come se gli animali parlassero davvero la loro lingua. Infine ho cercato di rendere in tutta la loro suggestiva espressività anche le numerose figure stilistiche che arricchiscono le sequenze descrittive dei paesaggi: è stata una grande fatica riuscire a non appiattire né semplificare le varie metafore, sinestesie e sineddoche, proprio per non tradire il carattere poetico e altamente pittorico che conferiscono alla prosa. 

 

5. A mio parere, la natura è la protagonista indiscussa dell’opera: essa supera i confini puramente descrittivi e sembra trasformarsi in uno specchio nel quale si riflette la vicenda narrata e persino le emozioni, le sofferenze e le speranze dei personaggi. Come è stato rendere tutto questo in traduzione? Penso alle sfumature dei nomi dei colori, delle piante, ai versi degli animali, alla violenza dei fenomeni naturali descritti da Reymont, ecc... 

 

Hai colto un punto importante dell’opera. In Aspetti linguistici della traduzione (On Linguistic Aspects of Translation, 1959) Roman Jakobson individua tre tipologie di traduzione: la traduzione endolinguistica, la traduzione interlinguistica e la traduzione intersemiotica. Devo dire che la traduzione di Bunt Reymont è stata un’operazione che, in un certo senso, ha previsto un indispensabile processo, anche solo puramente mentale, di trasmutazione in immagini, soprattutto quando ho dovuto affrontare le figure retoriche impiegate dall’autore per descrivere la natura. Prendiamo a mo’ di esempio «Niebo opinało świat niezmaconym błękitem» con cui il narratore apre la descrizione del paesaggio idilliaco e sereno che riflette la momentanea felicità e spensieratezza provata nelle paludi da Rex in compagnia del bracco femmina. Trattandosi di una frase dal sapore estremamente poetico e pittorico, mi è giovato molto immaginarmi la scena, come se avessi dovuto disegnarla. Mi sono lasciata guidare innanzitutto dal verbo: la voce verbale all’imperfettivo “opinało” (da “opiąć/opinać”) significa “avvolgere” qualcosa, ma in modo tale da aderirvi; non a caso, il participio passato “opięty”, se riferito a un capo di abbigliamento, significa “attillato, molto aderente”. Dunque in questo quadro il cielo circonda il mondo aderendovi a esso e, così, mi è sembrato utile aggiungere il riferimento a un oggetto che visualizzasse in modo concreto la particolare sfumatura del verbo e, allo stesso tempo, unisse l’idea del colore e della grande estensione veicolate dal termine “błękit”. Per questo ho optato per la soluzione seguente: «Il cielo aderiva al mondo come un manto azzurro limpido». Del resto, come già sottolineato da Danuta Bieńkowska [v. Reymontowska sztuka słowa, in “Poradnik Językowy”, n. 4, 2008. p. 56], lo stile sfoggiato da Reymont in questo romanzo si caratterizza per tratti ricchi di dettagli, plasticità, concretezza e tocchi impressionistici.

 

6. “E così in ogni momento e in ogni luogo si svolgeva la feroce battaglia per la vita” (p. 83): e in questa battaglia ciò che risuona maggiormente sono gli echi delle violenze subite, i gridi di dolore e di sofferenza, i gemiti degli animali, ecc… Il suono, dunque, ha un ruolo centrale nel libro: che ruolo ha avuto nella traduzione?

 

Apprezzo molto la tua domanda. Ancora una volta mi è servito immaginare la scena e ascoltare attentamente i suoni della natura e i versi degli animali che trapelavano, anche se di carta e inchiostro, da ogni singolo angolo. In generale ho perseguito l’obiettivo di venire incontro al testo di partenza e, contemporaneamente, a quello di arrivo, facendo in modo che il lettore si dimenticasse di leggere un’opera in traduzione. Ho voluto, quindi, permettere al lettore italiano di immedesimarsi nei personaggi, di percepire nel modo più autentico possibile la sofferenza, lo stupore o la delusione di questi animali disgraziati così come di apprezzare la poeticità dello stile narrativo. A seconda dei casi, il testo è stato dunque straniato o addomesticato. Prendiamo a mo’ di esempio il verbo «głośniać» riferito ai versi delle gru, un neologismo presente anche nella trilogia Rok 1794 e creato dallo stesso Reymont presumibilmente sul calco dell’aggettivo «głośny» (rumoroso). Le opzioni erano due: o prendere, per così dire, una scorciatoia e “appiattire” l’originalità del verbo usato da Reymont con un più comune “risuonare”, “echeggiare” o creare a propria volta un neologismo con il quale mantenere quella sorta di corrispondenza che si instaura tra l’altezza del volo delle gru e l’alta sonorità dei loro clangori. Ecco che allora ho scelto di tradurre il verbo come “altisonare” («In effetti da ovest altisonavano di minuto in minuto prolungati clangori»). 

 

7. Uno dei punti fondamentali che segna la vicenda e la rivoluzione voluta dal cane Rex è il crescente risentimento per ciò che è stato e che ora non è più: il protagonista, più che per la perdita del padrone, sembra soffrire principalmente per la perdita del proprio potere e del suo “regno” sugli altri animali. Non è forse questa la premessa ad una rivoluzione necessariamente sanguinosa e violenta? Cosa pensi dell’ambiguità dell’“ingiustizia” subita da Rex e del suo desiderio di vendicarsi e di coinvolgere gli altri animali nei suoi propositi di vendetta? Penso soprattutto al brano contenuto a pagina 70: “Cominciava a guardare il mondo dal profondo della sua miseria e dal suo essere orfano di tutto. Tempo prima non si curava di quanto succedeva fuori dal podere: si sentiva come il signore di quel luogo e si comportava con tutte le altre creature quasi come un essere umano. […] Sempre più potentemente sentiva il peso dell’ingiustizia subita”.

 

Non mi trovi del tutto d’accordo, ma cercherò di rispondere senza svelare troppi dettagli. Rex amava il suo padrone e, certamente, rimpiange anche la superiorità di cui godeva quando era il suo braccio destro. La scena in cui piange ai piedi del ritratto è significativa al riguardo. L’alternanza tra inerzia e azione, azione e inerzia che segna l’andamento del romanzo è legata alla spasmodica e ostacolata ricerca di libertà e felicità dei suoi personaggi, che diventa paradigma dell’intera struttura dell’opera. Secondo me, Rex si sente tradito dagli umani e, quindi, decide di riscattare se stesso e, vuoi per convenienza, vuoi per solidarietà, coinvolge anche il resto del mondo ferino, che vede costretto nelle stesse condizioni di abuso e sofferenza. Pieno di rabbia e di odio verso gli umani, Rex si vendica innanzitutto con un atto non-violento: abbandonarli. Poi il piano degenera per via del suo egoismo e dai suoi errori, però non dimentichiamoci della reazione degli uomini, che cercano di contrastare l’avanzata degli animali con brutale ferocia. Alla violenza gli animali rispondono con altrettanta violenza… potremmo descrivere la vicenda come, letteralmente, un cane che si morde la coda.

 

8. In riferimento alla domanda precedente e al di là delle possibili interpretazioni politiche dell’opera, credi che la lettura de La rivolta possa aiutare il lettore a riflettere e a prendere consapevolezza dei confini estremamente labili che separano il desiderio di giustizia da una irresistibile brama di potere?

 

Rex ha commesso il grande sbaglio di lasciarsi sopraffare dalle promesse che lui stesso ha continuato a ripetere a se stesso e agli altri animali. Lasciandosi condizionare dai lupi, ha finito per tradire il suo fidato amico Muto e non è più stato leale verso chi, decidendo di ascoltarlo e di seguirlo, ha dato la vita per lui. Il rapporto che Rex instaura con il lettore empirico del romanzo è ambiguo e, per questo, affascinante: inizialmente suscita pietà in chi legge per via delle sue sofferenze, poi fa scattare la fiducia nei suoi confronti, perché appare mosso da nobili intenti di libertà e di uguaglianza, nonché dal desiderio di garantire un’esistenza degna ed equa non solo a se stesso, ma anche a tutti gli animali. Eppure, man mano che procede la marcia verso le terre di salvezza e di libertà, cresce in noi la delusione, la sfiducia verso il suo modo di condurre i branchi: li esclude da qualsiasi potere decisionale, li lascia alla mercé dei lupi e li conforta e chiacchiera con loro solo quando si accorge che ormai dilagano malcontento e frustrazione generali. Annebbiato dalle indicazioni delle gru, si allontana sempre di più dal suo popolo, tradendone la fiducia e ignorandone i lamenti e le seppur basiche esigenze. A mio avviso la stessa struttura del romanzo riflette la cupa interpretazione formulata da Reymont riguardo al concetto di rivoluzione. La struttura è circolare come le amare vicende che essa stessa racchiude, il che ricorda quanto spiegato da Umberto Curi in merito all’accezione originale della parola “rivoluzione”: il termine venne introdotto in ambito scientifico da un altro illustre polacco, l’astronomo Niccolò Copernico, per definire il giro completo descritto da un corpo celeste in movimento attorno a un altro corpo e così spiegare la vera struttura dell’universo conosciuto. Pure nella sua essenza testuale il romanzo mostra, dunque, la rivoluzione come l’inizio dell’inarrestabile ritorno a quella precedente esistenza di oppressione e sofferenza che si era cercato di sovvertire, nonché come un lungo processo che costringe tanto il condottiero quanto i branchi unitisi a lui a pagare un duro e sanguinoso prezzo. Così intesa da Reymont, la rivoluzione non vanta nella sua essenza alcuna natura riformatrice, anzi, egli identifica come suo carattere principale il non portare a nulla di buono e, quindi, l’essere inutilmente dannosa. 

 

9. Mi ha colpito il brano a pagina 90 (che credo possa essere considerato centrale a tutto il racconto) nel quale Reymont descrive il passaggio da un ordine “sociale”, o in questo caso sarebbe forse più giusto dire “naturale”, ad un altro in termini negativi, quasi apocalittici: l’abbandono della sicurezza e della tranquillità dell’ordine stabilito verso un “domani” radioso rappresenta per l’autore esclusivamente il preludio ad una serie di catastrofi, di sofferenze e di morte, e non una possibilità di miglioramento. Quale è la tua analisi del significato della “violazione delle leggi della natura” da parte di Rex e dei rivoluzionari che lo assecondano? C’è un’interpretazione critica che condivi?

 

Secondo me, Rex viola in primis la sua vera natura, quella ferina: è un animale innanzitutto, non un umano, e finisce per essere un animale che recita la parte dell’umano. Del resto, vivendo a lungo insieme con gli uomini, Rex ha acquisito il loro modo di pensare e il loro modo di porsi nei confronti dell’altro, basato su violenza e rancore. Insomma, il protagonista del romanzo si è alienato dalla natura e ha perso il contatto con i suoi abitanti. Quando Rex, ferito, si aspetta la risposta della foresta alle sue malefatte, si stupisce del contrario e, allora, il gufo gli ricorda che «non si infierisce contro chi è malato, questa è legge». Il gufo, continuando a rimproverarlo, gli ricorda un altro concetto importante: «Nessuno regna su di noi, ma ci governano leggi sagge e antichissime. A te non piacciono, perché cosa mai puoi sapere tu della libertà? Gli umani ti hanno insegnato il loro concetto di libertà con il bastone e la fame. Hai spezzato le tue catene, schiavo, e con tracotanza ti esprimi su questioni che non capisci». 

 

10. Quali sono le opere che vorresti tradurre nel futuro?

 

Da buona veneta scaramantica preferisco rimanere…muta come un pesce.