Le pieghe del corpo

 

di Paulo Fernando Lévano 

 

Dialogo e confronto interdisciplinare sono i pilastri di questa collettanea, che raccoglie gli interventi dei partecipanti al convegno Che cosa può un corpo? Saperi e pratiche, organizzato dall’Associazione Leib e tenutosi presso l’Università di Bologna nel febbraio 2018. I saggi che compongono questo itinerario concettuale sono punti di vista volutamente eterogenei che si confrontano con il tema della pedagogia del corpo, quindi, propongono insieme diversi angoli d’attacco sull’educazione fisica, ovvero, su quella quota di apprendimento psicomotorio che il senso comune indica di dover abbinare all’educazione di ciò che non è fisico nella personalità degli individui.

 

La pedagogia del corpo che fa da punto di fuga comune a tutte queste prospettive sull’educazione fisica si presenta come un tipo di pensiero radicalmente anti-universalistico: tutti i contributi propongono alternative alla naturalizzazione dell’attività fisica dei corpi, un processo che invece si affida ad un ordine universalistico: tra tutte le attività di tutti corpi, quelle fisiche sono le più naturali. Questa rimessa in discussione dell’universalismo implica uno spostamento del centro di gravità dei concetti dell’educazione fisica: dall’educatore, detentore di una “scienza filosofica della pedagogia” (à la Gentile), i concetti ora passano in mano all’educando, che nell’ottica dell’universalismo si presupporrebbe sprovvisto di un qualsiasi saper-fare; cosa che è, naturalmente, assurda.

 

L’educando non è un adulto, i suoi concetti non parlano di valori istituiti, al massimo esprimono la ricerca inquieta di essi. Le alternative all’impostazione naturalistica del tema puntano a valorizzare il momento di riconciliazione di educatore ed educando, delineando la possibilità di non ridurre la relazione di questi due all’istanza gerarchica standard, rappresentata da un’immagine della pedagogia come unilaterale riempimento culturale, con “stoffa” naturale, di un apposito vuoto naturale, “sentito” però solo culturalmente. In questa operazione riduzionistica, l’educando esiste soltanto come manifestazione (o assenza) di talento naturale, che va appunto coltivato.

 

Sulle modalità di coltivazione dei talenti naturali per quanto riguarda le moderne società industriali, esiste già una trattazione di ampio respiro a disposizione del lettore italiano: Sociologia dello sport e del tempo libero di Fabio M. Lo Verde (2014). In comune con questa pubblicazione, Le pieghe del corpo presenta lo sfondo su cui si sviluppa il dibattito in area francofona e in area anglofona; in questo senso, vi sono inclusi casi di studio di Nicola De Martini Ugolotti sulle agruppazioni urbane di parkour e capoeira nel contesto urbano post-industriale di Torino, e di Alessandro Bortolotti che, mediante diversi esempi della pratica contemporanea di giochi tradizionali, propone un modello esplicativo che collega attività ludiche motorie e sportive da un lato e vita psichica del collettivo di appartenenza dall’altro. Entrambi i capitoli restituiscono ottimi spunti per approfondire i campi dei Physical Cultural Studies e della praxéologie motrice, rispettivamente orientati verso la «funzione conquistatrice» di spazi per la libera pratica e il «valore euristico» delle condotte motorie della decisione.

 

Di funzione conquistatrice e valore euristico del linguaggio scriveva Merleau-Ponty nel riassunto del corso del lunedì dell’anno accademico 1952-53 al Collège de France, riflettendo sull’uso letterario del linguaggio. Analogamente, si può suggerire che dal punto di vista dell’educatore, l’educazione fisica è sempre qualcosa di già costituito, di ben delineato, di non-letterario ad esempio, rispetto a quello che invece si riterrebbe dominio di un’educazione sentimentale dell’individuo, il luogo canonico in cui l’educando avvalora la scoperta e l’appropriazione. Proprio perché l’educazione fisica sembra articolarsi intorno alla domanda “Cosa può insegnarsi a un corpo?”, i due capitoli che propriamente aprono la trattazione, quelli di Eduardo Galak e Gianluca De Fazio, rilanciano la domanda che ai tempi funse da titolo del convegno: domandarsi cosa un corpo possa, in senso lato, è un’operazione che esige, a livello di metodologia, l’inclusione di una riflessione sulla visibilità dei corpi e sulla normatività dei corpi.

 

Cosa si vede del corpo dell’educando? Come normare ciò che il suo corpo può? Queste domande non arrivano propriamente alla filosofia in un determinato momento storico. Esse piuttosto sono sempre state filosofiche in senso stretto, filologico. Nelle Leggi, Platone giustificava l’educazione ginnico-musicale constatando che i giovani sono irrequieti, urlano, balzano, cantano, ballano (2.653e): sono entusiasti di scoprire il ritmo e l’armonia, che sono un regalo degli dèi. Sul fatto che i giovani non possano stare calmi si sofferma Aristotele, che osserva quanto sia utile che i giovani abbiano giochi che li tengano lontani dalle cose di casa che si possono rompere (8.1340b). Il corpo, con i suoi stimoli ed interdizioni, è inscindibile da un criterio di organizzazione del collettivo, ha significato soltanto se riferito alla disposizione interna e quasi-necessaria di altri corpi: non è questo corpo moderno ad essere necessariamente una costruzione sociale; piuttosto, a privilegiare il valore della necessità è il modo (contingente esso stesso) in cui si costruisce socialmente il corpo dei moderni. Sembra proprio che, per amore di hesuchía, i moderni abbiano seguito Aristotele nelle loro costruzioni.  

 

Ma ancora Merleau Ponty, questa volta dal corso tenuto alla Sorbona nell’anno accademico 1950-51: «è proprio dell’essenza di certe nozioni non poter essere raggiunte che mediante una serie di passi successivi e con una sedimentazione del senso che fa sì che il senso nuovo sia impossibile prima del suo darsi, e fuori da certe condizioni di fatto». L’educatore rischia sempre di essere una di queste condizioni di fatto: ecco spiegato il suo infallibile ricorso al dispositivo disciplinare per portare a termine l’incorporazione dell’educazione fisica, forzando sul corpo il dato empirico e l’immagine omogeneizzata, de facto o de iure snaturando questo particolare essenzialismo proprio della nozione di corpo. Ricomporre un principio di simmetria tra la normatività dell’esperienza e l’organizzazione del mondo visibile porta con sé la messa in discussione della gerarchia istituita tra sapere dell’educatore e sapere dell’educando.

 

Le declinazioni politiche di un siffatto ripensamento hanno come premessa non trattabile che l’educazione fisica si espanda al di là della personalizzazione. In questa direzione, che si suppone sia quella di un cambiamento di paradigma, procedono il saggio introduttivo di Antonio Donato e gli autori dell’ultimo capitolo, contributi che propongono intuizioni e formulazioni veramente programmatiche che collocano la pedagogia del corpo, così come la medicina, in uno spazio interstiziale tra il dominio delle scienze esatte e le scienze umane. Se si farà ancora riferimento al corpo in termini essenzialistici, allora sarà necessario includere in tale strategia discorsiva le pieghe dei corpi che, riscoprendo la vicinanza attraverso il fallimento dell’universalismo, si segnano a vicenda con i marchi della loro prossimità.

 

 

A. Donato, L. Tonelli, E. Galak (a cura di)

Le pieghe del corpo

Mimesis, Milano-Udine, 2019, pp. 147.