Digito dunque siamo

di Fabrizio Li Vigni

 

In Digito dunque siamo il filosofo pop Stefano Scrima ci rende un servizio. Descrivendoci con leggiadro sarcasmo l’umanità ai tempi delle reti sociali, ci invita ad un’igiene dell’ego e dell’apparenza in “pubblico”.

 

Se Hannah Arendt – in Vita activa. La condizione umana – ci ricordava che per i greci si esiste veramente solo quando si appare agli altri nello spazio pubblico, Scrima al contrario ci intima a essere più sobri nell’esposizione – nell’ambito dell’agorà digitale – dei nostri pensieri, delle nostre emozioni e delle nostre immagini. Ma non ci si inganni: per Arendt ed i greci, la sfera pubblica coincideva con la sfera politica. La definizione che dava Aristotele dell’essere umano non è, come abbiam preso l’abitudine di tradurre sin dal Medioevo, “animale razionale sociale”, bensì “animale razionale politico”. Nella mentalità dell’epoca moderna, e con Facebook ancor di più, la sfera del pubblico è quanto di più apolitico vi sia. La “pubblicità” – nel senso: tutto ciò che è fatto per trovarsi nella sfera pubblica, alla mercé degli occhi e delle orecchie altrui – è diventata così il ricettacolo delle nostre angosce personali: essenzialmente lo spavento supremo della morte, l’angoscia del non-senso della vita, il timore della solitudine e quello dell’oblio. Ma tali inquietudini non sono mica condivise sinceramente sulle bacheche degli internauti, no. Esse sono trasmutate in “pensieri”, “commenti” e “foto” in cui si tenta di dimostrare fino al ridicolo quanto la nostra vita sia cool. E invece, il nostro dimenarci digitale non è altro che una maschera, una vernice che copre quel malessere di fondo – umano, e quindi ineliminabile – il quale andrebbe trattato altrimenti, con filosofia appunto, e non con gadget numerici di provenienza californiana e turbocapitalista.

 

Per mezzo di “surrogati di felicità”, per dirla con Scrima, le reti sociali ci danno la possibilità di illuderci di sconfiggere la morte, di dare senso alla vita, di superare i muri della nostra solitudine e di essere ricordati – anche solo per qualche istante. Ma è proprio questo il problema dei tempi di Facebook: l’immediatezza porta con sé il parossismo dell’obsolescenza programmata di tutto. Sicché, prolungando l’insensatezza dei gesti compulsivi dell’Homo consumisticus, all’era di internet non facciamo altro che postare qualsiasi idiozia ci passi per la testa, da selfie inutili e ridicoli ad opinioni infondate e semplicistiche. Solo “condividendo” simulacri di noi stessi nell’etere fatto di 0 e di 1 abbiamo la sensazione di esistere veramente: «se non sei attivo sui social network, ad esempio, come faranno i tuoi "amici" a sapere delle tue indimenticabili vacanze in Salento? Sarà come se non ci fossi mai stato»(p. 7).

 

Il manualetto di Scrima si legge con piacere, non solo per via della sua agilità, ma anche per la sua diversità interna. La descrizione della nostra epoca digitale si nutre di esperienze personali dell’autore e di fonti specializzate sul digitale (da Malcolm Gladwell a Evgeny Morozov), mentre le citazioni di filosofi e scrittori (da Platone ad Hemingway passando per Nietzsche) si alternano ad invettive intarsiate d’ironia, che a loro volta vengono scandite da intermezzi pratici. È in quella sede che Scrima ci dà pillole di saggezza per trattenere i nostri impulsi egocentrici. In effetti, il vero fil rouge del libro è il narcisismo, di cui Scrima fornisce un’anatomia impietosa e divertente: «E se per frenare questa nuova patologia della condivisione digitale ci mettessimo a scrivere un diario intimo? No, meglio di no, poi vorremmo pubblicarlo convinti possa diventare il bestseller dell’anno» (p. 7).

 

Ridendo e scherzando, Scrima ci inchioda alla vera definizione dell’essere umano: quel “sottile equilibrio” (p. 12) fra egoismo ed empatia, che si può raggiungere solo con fatica ed impegno. A pagina 23, il filosofo scrive: «Ecco il principio della morale, il principio dell’umanità. Senza pensiero, senza impegno nel pensare, smettiamo di essere umani. È proprio grazie al pensiero e alla consapevolezza di noi stessi che possiamo riconoscere i nostri limiti e imparare a vivere insieme». E a pagina 55, concentrandosi sul duro lavoro necessario per fare società e vivere bene insieme, Scrima scrive: «Lo ripeto: le relazioni, e tutto ciò che comportano (rispetto, tempo, dialogo, riflessione), sono difficili, e più sono impegnative più sono importanti e profonde». Insomma, tutto il contrario di Facebook.

 

Divulgatore, moralista ed educatore, lo scrittore cremonese in definitiva ci dà, con Digito dunque siamo, uno dei migliori antidoti contro la stupidità e il narcisismo della nostra epoca. Da leggere e, soprattutto, da far leggere.

 

 

Stefano Scrima

Digito dunque siamo. Piccolo manuale filosofico per difendersi dalle illusioni digitali.

Castelvecchi, Roma, 2019