Diario di un umbro in Emilia

So che è passato un Sanremo dalle elezioni in Emilia-Romagna, e questo è un abisso per i tempi dell’informazione, ma fra qualche mese ci saranno delle nuove tornate elettorali, non vorrei ci trovassimo impreparati. Inoltre, vi chiedo di lasciarmi dire la mia opinione su queste ultime due elezioni regionali, perché da ricercatore in teoria politica perugino che vive a Bologna è da quattro mesi che fatico a pensare ad altro. Grazie per la pazienza.

 

Domenica 26 gennaio Stefano Bonaccini è stato riconfermato alla guida dell’Emilia-Romagna (da adesso ER); il voto disgiunto gli ha portato preferenze provenienti da ambienti esterni al centro-sinistra, presumibilmente anche dal centro-destra, e sembra sia stato votato anche da una larga parte dell’elettorato pentastellato, scelta che ha condannato i cinque stelle all’irrilevanza. Questa sarebbe la dimostrazione che Bonaccini ha vinto mettendoci la faccia, mostrando i risultati di cinque anni di lavoro, mentre la sua rivale, Lucia Borgonzoni, si è ritrovata la candidatura fra le mani dopo essere stata scelta dal leader indiscusso che per promuoverla si è prodigato in un estenuante tour eno-gastronomico della regione. In questo scenario emiliani e romagnoli hanno preferito i fatti alle promesse vuote, sì, perché il salvinismo altro non è che una sequela di promesse vuote. Potremmo stare ore a discutere sulla giustizia e sulla bontà dell’agire politico del governatore, ma pur sempre di azioni concrete stiamo parlando. Difficile dire lo stesso per la controparte.

 

Io qui in ER ci vivo da anni, mi è sempre parsa evidente la simbiosi fra un tessuto produttivo all’avanguardia e servizi pubblici efficienti, sintesi non facile da raggiungere per qualsiasi territorio che non voglia dover scegliere fra dinamicità imprenditoriale e un solido welfare. Come ogni angolo d’Italia non è esente da difetti e le scelte della classe dirigente non possono dirsi sempre impeccabili, non è tutto perfetto ciò che dicono e fanno i leader, non siamo mica in Corea del Nord. Sicuramente il governatore è riuscito a convincere una buona parte di emiliani e romagnoli mettendo sul banco di prova cinque anni di amministrazione, chiedendo loro di giudicare i risultati raggiunti dal suo governo una volta nell’urna elettorale, la dove Stalin non può vederti. Operazione non facile visti i tempi che corrono, difatti per Salvini questa tornata elettorale è stata una delle grandi sfide politiche del 2020, il trionfo in Umbria di ottobre è solo l’inizio di un lungo percorso: l’assalto a ciò che resta del socialismo appenninico. 

L’ER è assieme a Umbria, Marche e Toscana una delle quattro storiche regioni rosse del centro-nord: tradotto significa che l’apparato burocratico, economico e industriale è fedele alla linea politica dettata dalle coalizioni di centro-sinistra che da decenni controllano gran parte delle amministrazioni. In Umbria sappiamo com’è andata. Da queste parti, al contrario, quella linea ha saputo resistere alle spallate del salvinismo, ansioso di operare una sostituzione della classe dirigente con una più vicina a un pensiero di centro-destra, diciamo sovranista, visto che adesso va di moda. Nelle regioni un tempo rosse i partiti tradizionalmente radicati sul territorio vacillano da anni e si può affermare che ad ogni elezione non sia assolutamente scontata una loro vittoria come un tempo, anzi. In primavera si voterà in Toscana e nelle Marche, per dire che siamo solamente a metà della sfida.

 

Volendo esporre in poche righe il senso generale di questo momento storico-politico: in una fase di grandi transizioni politiche e di frammentazione dell’elettorato diventa difficile formulare delle ipotesi affidabili partendo dallo storico delle elezioni, un tempo era sicuramente più facile, a seconda della professione svolta e della zona di residenza si poteva agilmente calcolare la scelta di voto dell’elettore medio inserendolo in delle categorie statiche soggette a lievi e sporadici mutamenti. Il paradigma c’era e funzionava. Ma tutto questo oggi è acqua passata, roba da prima repubblica; nell’era del voto post-ideologico vengono meno le certezze e manca completamente l’escatologia delle grandi dottrine politiche. In caso di forti dubbi, o vera e propria disperazione, si ripone fiducia nelle promesse vendute meglio, meglio se esposte con un bel paesaggio di sfondo e un panino al culatello in mano.

 

Ed eccoci arrivati al salvinismo: vittimismo, manicheismo e bigottismo freschi di giornata, saltati con spacconate squadriste, in divisa o senza, conditi da abbondante eccezionalismo gastronomico/paesaggistico italiano. Servire accompagnato da superstizione religiosa. Questo è, niente di più. Nel momento in cui viene meno la fedeltà ideologica al partito e, soprattutto, quando questo non sa più rispondere alle esigenze del suo popolo, che chiede fermezza e efficienza, ecco che arrivano i selfie e i tortellini; non necessariamente attecchiscono, sicuramente condizionano l’andamento della campagna elettorale imponendo ai candidati di abbassare il livello dell’argomentazione e di ridurre il politico a un personaggio da reality-show. 

 

Sicuramente la politica del piatto tipico funziona là dove si percepisce l’urgenza di un cambiamento, a prescindere dal tipo di cambiamento, letteralmente: in Umbria l’impressione era che alla guida della futura giunta regionale andava bene tutto, tutto purché non fossero epigoni del PCI, chiaramente. Di sicuro la crisi dell’industria e le difficoltà provocate dal terremoto hanno creato una forte instabilità in una regione non particolarmente ricca, che vede sempre più giovani emigrare per ragioni di studio o per spendere la propria laurea, ma il colpo di grazia è stata l’inchiesta sulla sanità: una volta scoperto il vaso di Pandora della sanità umbra il sistema clientelare “rosso” è crollato definitivamente. Il terreno era propizio per l’arrivo dei bacioni e degli adesso basta!, e così è stato: ha vinto l’ex sindaca di Montefalco, ridente cittadina collinare di cinquemila abitanti, terra del Sagrantino e meta turistica a metà fra l’esclusivo e l’abbordabile, realtà lontana anni luce dalla disoccupazione delle periferie ternane e dalla desertificazione di Norcia e Cascia. Per inciso, l’ex-sindaca ha chiuso il mandato lasciando un consistente debito, ma tanto andava bene tutto, non a me che compivo trent’anni nel momento in cui Mentana mandava in onda i primi dati reali.

 

Dove c’è il vuoto di contenuti e mancano le good practices prospera la propaganda, non che sia una novità. Si sa che in un regime democratico la propaganda funziona meglio quando sta all’opposizione, si potrebbe quasi dire che funzioni solo all’opposizione, quel posto al sole da cui è possibile sputare sentenze e fare promesse surreali. Al governo, si sa, è dura mantenere il consenso, e difatti è bastata una crisi di governo agostana, improvvisata fra un mojito e l’altro, a mettere alla berlina ciò che il salvinismo sa fare meglio: l’opposizione. A rimediare ai danni del decreto sicurezza bis, di quota cento e del reddito di cittadinanza ci penserà qualcun altro, da questo cantuccio noi prepariamo una manifestazione a Roma contro il governo e la “liberazione dell’Emilia – Romagna”. Da chi o da cosa? Poco importa, è questo il bello della propaganda. Operazione fallita, alle chiacchiere da bar sono stati opposti i numeri e i dati, perché è con i risultati, e solamente con questi, che si sconfigge il salvinismo, indicando la luna mentre tutti fissano il dito.

 

 

C’è poco da fare, il mostro dell’antipolitica si sconfigge con la presenza sul territorio e il radicamento nelle istituzioni, essenziali per il funzionamento del sistema ma da soli non sono sufficienti a direzionare l’andamento di un’elezione. È proprio nel momento in cui si utilizza la tessera del partito come scudo o come lasciapassare che vengono a mancare l’efficienza e la dinamicità dell’agire politico quotidiano che lasciano il passo al voto di scambio e al clientelarismo più nocivo, elementi che immobilizzano l’economia e bloccano qualsiasi forma di sviluppo. Bisogna che i politici tornino a fare politica, che la sfida sia sulle proposte e sulle competenze, che si riponga fiducia nei tecnici e nei professionisti dei vari settori, operativi sotto l’occhio vigile del contribuente-elettore attento a monitorare gli investimenti portati avanti con i fondi pubblici e a controllare se gli eletti tengono effettivamente fede all’impegno preso con la società civile.