I bambini di Sion

di Sara Quondamatteo

 

I bambini di Sion. Il viaggio più lungo (Dzieci Syjonu) di Henryk Grynberg, pubblicato da Felici Editore nella traduzione di Francesca Mondani e Marcin Wyrembelski, è il libro di cui il nostro presente aveva bisogno. Storditi dalle inquietanti nostalgie e rivendicazioni politiche di alcuni e dall’ossessione, spesso accecante, di un possibile ritorno del nazi- fascismo di altri, risulta sempre più difficile ricordare la tragedia vissuta dal popolo ebraico poco meno di cent’anni fa. Perché nel delicato passaggio dalla memoria dei superstiti a quella delle generazioni successive incide la perdita di un elemento fondamentale: l’esperienza. Senza di essa noi turisti del passato, incapaci di comprendere fino in fondo la natura e le ragioni di quanto accaduto, non possiamo fare altro che ricorrere ad espressioni patetiche di fronte al silenzio scolpito nei luoghi della memoria. 

 

Non è questa, invece, la preoccupazione di Henryk Grynberg, scrittore polacco di origine ebraica che ne I bambini di Sion. Il viaggio più lungo non lascia alcuno spazio a considerazioni superflue, né tantomeno personali. Le vicende narrate, infatti, non sono frutto dell’immaginazione dell’autore o il punto di partenza per un avvincente romanzo storico, ma parte di una realtà documentata in una serie di protocolli elaborati in Palestina dal Centro di Informazione per l’Est nel 1943. Oggetto di questi protocolli sono le testimonianze dei pochissimi bambini ebrei sopravvissuti alle persecuzioni naziste prima e a quelle sovietiche dopo, riportate con uno stile distaccato e un linguaggio scarno tipici della prosa documentaristica. È lo stesso Grynberg a motivare tale decisione nella Prefazione: «Il mio lavoro è consistito soprattutto nel selezionare i brani e nel dar loro una forma. Sono successe troppe cose per aggiungere altro e mi sembra che i racconti qui racchiusi dimostrino un enorme potenziale di scrittura documentaristica» (pp. 18-19). 

 

 

L’elemento che più contraddistingue I bambini di Sion. Il viaggio più lungo è precisamente lo stile documentaristico. Già nel primo breve capitolo dell’opera ‘Ce la passavamo bene’ incontriamo una delle scelte più interessanti compiute dall’autore: frammentare lo sviluppo di ogni vicenda al fine di creare parallelismi cronologici e tematici tra le stesse. Scompaiono, così, le singole storie in favore di un mosaico ben più grande e ben più complesso, sapientemente ordinato dalla mano di Grynberg. Egli si serve in modo libero e originale di incipit anaforici grazie ai quali ciascuna testimonianza si distingue e allo stesso

tempo si lega alle altre. Le date, i luoghi e le scene descritte dai bambini ebrei sembrano confondersi in un unico destino, che li condurrà verso un comune cammino di sofferenza e di morte. Al lettore vengono inoltre fornite delle preziose chiavi di lettura nei titoli di ciascun capitolo: ‘Quando scoppiò la guerra’, ‘Lavoravamo, lavoravamo, lavoravamo’, ‘Quando ci giunse la notizia dell’amnistia’ sono solo alcuni dei nuclei tematici, nonché delle formule che si rincorrono come onde nel corso dell’intera opera.

 

Il risultato forse più commovente di tale procedimento stilistico riguarda proprio quei papà di cui si parla nelle primissime pagine (pp. 21-24), i quali sembrano sperimentare sulla propria pelle tale tensione. I tratti caratteristici delle varie figure paterne descritte dai bambini ebrei, uniti ai ricordi colmi di affetto e di nostalgia per la serenità familiare perduta, soccombono inevitabilmente al peso di un’anonimia imposta dalla Storia. La scomparsa metaforica della figura del padre, seguita da quella fisica nella quasi totalità dei casi, trasforma I bambini di Sion del titolo in quegli ‘Orfani, orfani’ dell’ultimo capitolo. È in questo arco temporale reale e narrativo che si compie l’esodo dei bambini ebrei e del loro popolo, costretti ad assistere impotenti alla distruzione della propria esistenza senza avere nemmeno il tempo di dirle addio (p. 25): «[q]uando tornammo, non avevamo più un tetto sopra le nostre teste. Tutti i nostri averi erano andati a fuoco insieme ai libri e a ricordi che venivano tramandati di generazione in generazione» (p. 31).

 

Il racconto documentaristico di Grynberg, che assume i contorni tipici del diario di guerra nel resoconto dettagliato delle azioni militari e delle manovre politiche, è costellato dalle impressioni e dai commenti dei bambini ebrei, riportati in tutta la loro semplicità e spontaneità. Sono proprio queste due caratteristiche che, nel contrasto con le drammatiche vicende narrate, conferiscono alla narrazione un tono ancora più tragico. La continua minaccia di fucilazione da parte dei tedeschi provoca nei piccoli ebrei una grande paura e il desiderio di abbracciare forte i propri genitori (p. 71), così come il lavoro incessante imposto dalle autorità sovietiche si traduce nella canzone ai limiti della banalità «Fame, gelo, la casa lontana» (p. 143). Non servono, dunque, spiegazioni ulteriori o giudizi inopportuni di fronte alle torture psicologiche e fisiche alle quali il popolo ebraico viene sottoposto «senza motivo», come si ripete frequentemente nel testo. La violenza gratuita alla quale ricorrono in uguale misura i tedeschi e i russi, i polacchi e in alcuni casi gli stessi ebrei, i grandi e i piccoli, sembra non avere fine tanto da raggiungere livelli a dir poco nauseanti.

 

Le esperienze riportate da Henryk Grynberg, dunque, invitano il lettore ad entrare nel cuore della Storia, lontana dalle definizioni semplicistiche dei manuali scolastici. La tragedia del popolo ebraico si è consumata tanto sul fronte tedesco, quanto su quello russo, così come i crimini commessi contro gli ebrei sono stati operati tanto dalle forze naziste quanto da

quelle sovietiche. Come afferma Marco Patricelli nel suo ‘Quadro storico’, «la parola russa gulag entra tragicamente nel vocabolario polacco, così come la parola tedesca lager: sono le due facce della stessa medaglia» (p. 13). Significativo è il passaggio dal capitolo ‘Tedeschi, tedeschi, tedeschi’ al successivo ‘Russi, bolscevichi’, sancito dalla testimonianza di un bambino ebreo che, una volta raggiunta la parte russa, dice di non aver più visto i tedeschi, ma tante cose orribili (p.79). Allo stesso modo, sconcerta la perfetta sintonia tra l’Arbeit macht frei nazista e il principio sovietico del lavoro come unica possibilità di mantenere il proprio diritto all’esistenza.

 

Ma in questo scenario desolante, dove odio, dolore e disperazione non conoscono limiti né colore politico, l’umanità non si spegne completamente. Accanto alle rare ma pur sempre importanti manifestazioni di compassione da parte degli stessi carnefici, l’umanità viene preservata soprattutto dalle vittime che, pur essendo state private di qualsiasi cosa, non si separano dal prezioso tesoro della fede. Grynberg riporta le tante storie di ebrei disposti a sacrificare nei campi di concentramento o di lavoro persino quel briciolo di vita ancora in loro possesso pur di onorare i giorni di festa, rifiutare il cibo non kosher o dedicarsi alla preghiera e all’insegnamento della legge ebraica. Uno degli episodi più toccanti a tal proposito riguarda una giovane ebrea che, di fronte alla morte di entrambi i genitori, si batte affinché possano ricevere una degna sepoltura.

 

I bambini di Sion. Il viaggio più lungo è davvero un libro necessario al nostro presente. Grynberg riesce ad orchestrare le numerose vicende fino ad ottenere una perfetta polifonia, nella quale nessuna delle storie sembra sovrastare o sminuire l’altra. Al contrario, esse si fondono in un’unica voce che, circondata dal silenzio della morte, intona incessantemente «una canzone ebrea che i bambini cantavano sul treno: ‘Mamma, mi voglio ricordare chi sono e da dove vengo e chi erano i miei genitori. Mamma, questo paese non fa per me’» (p. 118). 

 

 

Henryk Grynberg

I BAMBINI DI SION. IL VIAGGIO PIÙ LUNGO

Felici Editore, 2019