La vedova Van Gogh

Irises | Vincent van Gogh 1890 | MET Gallery 825 

 

di Gloria Albonetti

 

«Per me è una storia di enigmi. Il legame ombelicale fra Theo e Vincent. Quello fra i tre Vincent. Quello tra ispirazione e follia. Tra un diario intimo e il mondo che evoca».

 

Sì, La vedova Van Gogh è un'enigma, che parla di cose inspiegabili, misteriose e sfuggenti, un intreccio le cui trame sono sconosciute, in cui realtà e fantasia si confondono e alimentano.

Il libro di Sanchez è capace di ricreare quel mondo e quella vicenda sfumati ai più, inserendosi tra le pagine del diario di Johanna Bonger - la “vedova” di Theo - e tra le cronache di allora, tra i racconti di testimoni e i fatti così come sono avvenuti. Sanchez si muove tra realismo storico, mito e leggenda, quella che ruota attorno la figura di Van Gogh, sempre presente nella vita di Jo attraverso il piccolo figlio.

 

La storia del pittore olandese è, oramai, abbastanza conosciuta. Tra film, telefilm e tanti, troppi, “sentiti dire”, anche gli inesperti conoscono la vita e la morte tormentate e il suo toccante, ma ambiguo legame con il fratello. Lo è molto meno quella su cui è incentrato il libro riguardante Johanna Bonger.Theo rende possibile tutta questa vicenda, pur non essendo quasi presente, è un'ombra rinchiusa nella propria disperazione senza vie d'uscita. Quell'eredità fatale, diceva Vincent, quella maledettissima eredità fatale, una disgrazia che avvolge il nome di Vincent e la famiglia intera. È tra questa oscurità che si muove Jo, Johanna Bonger, la moglie di Theo. Una figura luminosa, mai piatta, ma piena di forza; una lottatrice che vuole dare un senso a quell'intreccio misterioso, uscendo dal circolo del male che ha circondato la famiglia Van Gogh.

 

Non è un personaggio sempre buono, non è un angelo del focolare. Si arrabbia con Theo, ce l'ha con quel cognato strano e problematico che si suicida per attirare nuovamente, in un ultimo disperato tentativo, l'attenzione di Theo, ormai troppo impegnato tra affari e famiglia.

All'inizio Jo prova risentimento, anche perché il marito, per lo sconforto della morte e una misteriosa malattia, sprofonda in una specie di sonno perenne e, le poche volte in cui è sveglio, è apatico e pensa sempre e solo al fratello.

 

Qualche gita fuori porta e rari momenti di serenità non bastano, però, a ritrovare l'equilibrio familiare: la “maledizione” sta colpendo anche loro e Theo sta impazzendo. Dice cose senza senso, si comporta in modo bizzarro e imprevedibile e Johanna non sa più cosa fare. Lei deve pensare alla casa e al bambino, quell'altro, terzo, piccolo Vincent. Anche lui inizialmente malaticcio, sembra ripetere le tristi storie dei suoi precedenti omonimi. Lei, però, non lo permetterà, farà sì che, quella “sciagura” diventi qualcosa di positivo: non una vera e propria benedizione, non un miracolo, ma uno spiraglio di colore in quel nero profondo.

Non a caso si è sottolineato il termine colore. Esso ossessionava Van Gogh e Jo non poteva non esserne coinvolta: i suoi quadri erano ovunque. La casa di Theo, Jo e il piccolo Vincent è tappezzata dalle pitture di Van Gogh, da quei gialli, blu, rossi, così sgargianti da far male.

Nel frattempo Theo muore, paralizzato da una presunta sifilide. Il mondo di Jo sembra crollare, ma così non è. Il marito le ha lasciato un compito, anzi, una missione: occuparsi dei quadri di Vincent. Lei vuole portarla avanti, vivendo, così, apparentemente, all'ombra del marito, ma – in realtà – trovando sempre di più la propria strada. Dopo un breve periodo dai genitori, si trasferisce a trenta chilometri da Amsterdam, fonda una propria attività e organizza mostre. Inizialmente poco conosciuti, quei quadri che i Van Gogh stentarono a vendere in vita, vengono richiesti; alcuni venduti, altri lasciati a patrimonio comune. Insomma, le forze del male, della follia, dell'oscurità, vengono usate da Jo a proprio favore. Con la sua capacità di illuminare tutto ciò che la circonda, ritrova nella maledizione uno spunto per andare avanti, riscoprendo se stessa, il proprio marito e quel cognato strano, ma geniale.

 

Un percorso intricato nel semibuio, che ci ha reso possibile conoscere uno dei pittori più famosi di tutti i tempi. L'assenza di un finale preciso è la presenza della realtà, ma anche l'inizio del mito dell'artista pazzo dall'orecchio mozzato. È da lì, da dove termina l'opera di Sanchez, che inizia il successo e la commercializzazione, giunta oggi a livelli mondiali. Le scarpe della Vans con i quadri di Van Gogh potrebbero sembrare una riproposizione di quella maledizione. Forse un po' lo sono. Almeno, però, ora l'umanità ha imparato che dalla malattia può nascere – anche – qualcosa di buono.

 

Fonti:

 

C. Sanchez, La vedova Van Gogh, Milano, Marcos y Marcos, 2012.