L'isola dei morti

di Edoardo Bassetti

 

Pubblichiamo un estratto del racconto del nostro collaboratore Edoardo bassetti, tra i vincitori della Quinta edizione del concorso letterario Cultora, indetto dalla casa editrice Historica Edizioni in collaborazione con il sito Cultora.it. 

Ascolta 

come mi batte forte il tuo cuore. 

(W. Szymborska, Ogni caso)

 

[...]

Ma quel quadro continuava a somigliare ad un amore passato. 

Continuava a somigliare alla sua giovinezza, a quando aveva vent’anni e non era affatto sicuro di quel che faceva e di quello che sarebbe diventato. Quando portava quegli enormi occhiali color tartaruga (che adesso erano tornati di moda), senza i quali il mondo si faceva confuso e sfumato. Sapeva solo una cosa, allora: voleva stare sempre con la sua fidanzata, Laura, perché solo quando era con lei riusciva ad essere sicuro di se stesso, e il mondo si faceva all’improvviso un po’ più nitido, anche senza occhiali. Era quella la sua unica certezza, la messa a fuoco della sua esistenza [...]. 

Eppure quel quadro non ritraeva un’avvenente ragazza, nessuna scena d’amore, ed era anzi piuttosto cupo e inquietante: c’era un mare petrolio con un cielo plumbeo alle spalle; al centro, una piccola imbarcazione che stava per approdare su una strana isola; a bordo si ergeva statuaria una ieratica figura bianca, di spalle, che aveva un grosso baule davanti ai suoi piedi, bianco pure quello; appena dietro un rematore dai lunghi capelli biondi, anzi, forse una rematrice. Quello però non doveva essere un baule, sembrava più una bara avvolta da un bianco lenzuolo, ora che ci faceva caso. L’isola era come un rudere galleggiante, una montagna squarciata alle sue viscere da fiamme di nero fuoco, ma che in realtà erano cipressi serpentini pronti ad innalzarsi al cielo come in un rito primordiale: forse un sacrificio alle divinità… di certo qualcosa con cui aveva a che fare la morte. C’era qualcosa di ancestrale in quell’atmosfera, che portava a un approccio iconografico, archetipico: un sentimento latente che qualunque uomo sulla faccia della terra, al di là della sua cultura e della sua religione, avrebbe potuto cogliere, in quanto uomo. E che colse, quindi, anche il signor Zago, nonostante il suo analfabetismo artistico. 

 

Ma la barchetta non sembrava andare avanti, sembrava essersi fermata, come ad aspettare; come se i due non fossero del tutto sicuri di procedere. E se invece che accingersi ad approdare stessero aspettando qualcosa per poi andare via? Una rivelazione? O più semplicemente una persona, forse un’anima che non c’era più, ma che non era ancora sicura di compiere l’estremo passo. Delle finestre, poi, c’erano anche delle finestre. Che fosse stata una sorta di grotta abitata? Da uno stregone forse, uno sciamano, oppure un oracolo. E lui, lui cosa avrebbe chiesto al suo cospetto? Qual era la domanda che lo tormentava, che lo faceva rimanere con gli occhi mezzo aperti la notte? O non aveva più domande, ormai? La vita era per lui un percorso già tracciato, così aveva sempre pensato: un treno di quelli di montagna, turistici, che salgono salgono per un unico binario, senza chiedersi perché. Le domande esistenziali, i dubbi amletici, sono cose da fregne mosce… o almeno così aveva sempre creduto, fino ad allora. Non avrebbe avuto niente da chiedergli, nessun morto da resuscitare, tanto meno suo padre. 

 

Ma una grotta non era, dato che era a cielo aperto: nessuno avrebbe potuto abitare in un luogo simile. Somigliava piuttosto a una terra riemersa dall’abisso, un ricordo che prende forma riaffiorando dalla coltre indistinta dei giorni.

 

E perché proprio Laura, adesso? Erano decenni che non ripensava più a quella che era stata la sua prima fidanzata. Chissà che fine aveva fatto. La sua pelle soffice e profumata, le sue labbra graziose e discrete... Da quando si era traferita in Danimarca non l’aveva più vista. Ed ora, all’improvviso, come un Atlantide che si ribella al suo cupo destino, eccola di nuovo innanzi ai suoi occhi. 

 

E perché si erano lasciati, poi? Lo sapeva benissimo perché si erano lasciati: perché da quando il padre di lei era morto, era caduta in una forte depressione. Un infarto a soli 50 anni. Fulminante. [...] Starle vicino diventava sempre più difficile, e al pensiero che proprio con quella ragazza il signor Zago avrebbe dovuto passare l’intera sua vita… si sentiva profondamente vulnerabile, precario, come se lui stesso non sarebbe potuto essere forte e risoluto con una persona del genere a fianco.

 

[...]

 

Eppure, almeno all’inizio, il signor Zago ci aveva provato. Aveva provato a comportarsi in maniera diametralmente opposta rispetto a come si comportava la sua famiglia, a quello che era il suo modello comportamentale: a casa, la sua candida incertezza era infranta da una forza inspiegabile, arcana, come quella di sua nonna Elvira, che ancora abitava con loro, e mangiava sempre a capotavola; un cameriere filippino le porgeva i piatti, in silenzio, e lei lo ricambiava sempre con uno sguardo sprezzante. Il giovane Zago provava una grande tristezza nel vedere come i suoi parenti trattassero quell’umile e rispettabile famiglia filippina, che ormai da molti anni viveva con loro, ma non poteva esternare la sua sensibilità, la sua debolezza: si mangiava in silenzio, a casa loro, tanto che si poteva sentire distintamente i rebbi della forchetta picchiare sul piatto col bordo dorato, o l’acqua che riempiva i bicchieri che ne amplificavano il liquido suono. Il piccolo Zago, sin dall’infanzia, si era allenato a mangiare senza fare alcun rumore, quando ne aveva voglia. Ci era riuscito giusto due o tre volte, al massimo. E la sua flebile voce, la sua flebile voce - lo sapeva - avrebbe tremato in tutta la sua incertezza, ancora più precaria del voluto, in quel silenzio di marmo. 

 

Ma con Laura era diverso, con Laura aveva imparato che il silenzio non deve per forza essere qualcosa di sterile e perentorio: in silenzio si può anche ascoltare una persona, ad esempio; si può permettere a quella persona di nominare la propria chimera, di ridimensionare i propri problemi, che già a condividerli si fanno improvvisamente più piccoli. Non gliela aveva insegnata nessuno questa cosa, prima di conoscerla. Il signor Zago, grazie a Laura, aveva capito che si può ascoltare anche uno sguardo, un abbraccio, un angolo di sorriso, e non solo un discorso - era stato quello, senza che se ne fosse accorto, il gesto più rivoluzionario della sua adolescenza: e pensare che aveva sempre creduto, invece, che l’atto di ribellione più forte nei confronti della sua famiglia fosse stato fumare di nascosto, in bagno, quando a casa c’erano anche i suoi [...]. 

 

E iniziava anche a riuscirci, in parte. Laura stava poco a poco migliorando. Quel pomeriggio, poi, quel pomeriggio che l’accompagnò a trovare la tomba del padre fu davvero una svolta. Erano passate tre settimane esatte da quella morte improvvisa. Il signor Zago non poteva sapere che solo dopo qualche mese sarebbe morto anche il suo, di padre. Era un pomeriggio d’ottobre, un uggioso pomeriggio autunnale. Ora iniziava a ricordarselo. Sempre più nitidamente. Erano anni e anni che quel ricordo era rimasto lì, intatto, cristallizzato in un angolo della sua anima più remota, per poi sciogliersi e tornare alla luce proprio ora. E perché, proprio ora?

 

Quell’acqua così scura, e quel cielo così tetro… erano gli stessi d’allora, come un’avvolgente emanazione del lutto. Presero il battello, quel pomeriggio, dall’ospedale a Murano Colonna, e poi da lì cambiarono per arrivare al Cimitero. [...] Si ricordava ogni fermata, ogni riflesso di quella laguna nuvolosa. Che strano posto il cimitero di San Michele: non sembra un posto realmente esistente, anche quando ci cammini sopra: è come un’intima architettura dell’anima che già ti appartiene, senza saperlo. Un cronotopo della memoria che si materializza o svanisce per sempre, al quale si giunge avventurandosi in un itinerario quasi dantesco, per le dimentiche acque del Lete. Un sentiero che non riesci a calpestare veramente, ma puoi ripercorrere solo attraverso il solco che le lacrime tracciano sul tuo volto. Quei cipressi attorno, poi, messi lì per celare come un mistero inaccessibile ai profani, che desta sempiterno il suo irresistibile fascino; e anche quegli archi ogivali, pronti a richiamare un luogo lontano nello spazio e nel tempo, che vegliano su quelle porte austere, che si schiudono solo al Ricordo. Ogni cosa è lì a ricordarti che non esiste: che non è questo, il suo mondo.

 

L’aveva rivisto da poco poi, ora che ci ripensava. Forse per quello gli era tornato in mente proprio adesso. Un’analogia folgorante, come un lampo del suo inconscio in subbuglio: un gigantesco occhio che si chiude e si schiude, inquietante, all’uscio di una finestra in penombra. Non dal vivo, l’aveva rivisto, ma al cinema: quando aveva accompagnato sua figlia a vedere The Youth di Sorrentino, che tanto le piaceva. Una noia mortale, per lui. Non riusciva ancora a capire cosa ci trovasse sua figlia di tanto interessante. “Sarà una delle nuove mode da radical chic…”, aveva pensato. Però, verso la fine - questo almeno se lo ricordava, forse si era destato proprio in quel momento - il protagonista si reca al cimitero di San Michele per portare dei fiori alla tomba del suo maestro Stravinskij, proprio come trent’anni prima avevano fatto lui e Laura. Quella scena l’aveva molto colpito, e adesso ne aveva realizzato il perché. Ecco a cosa somigliava quel quadro: somigliava al cimitero di San Michele. Forse per questo aveva iniziato a parlargli. Doveva tornarci, anche solo col pensiero, anche solo con il ricordo: era questo il messaggio, era questa la rivelazione. E cosa si erano detti quella volta? Probabilmente fu il discorso più importante della sua vita… eccolo, eccolo, che stava riemergendo dalla palude, proprio come l’isola di fronte ai suoi occhi.

 

[...]

 

AA. VV.

I RACCONTI DI CULTORA VOLUME IV

Historica Edizioni, 2018