Cinquecento anni di Leonardo

di Lorenzo Battistini

 

La figura di Leonardo da Vinci appartiene a quella categoria di individui che, lungo le diverse epoche, hanno saputo attirare su di loro l’interesse di studiosi ed ammiratori, divenendo l’oggetto di un vero e proprio culto. Ancora oggi il suo profilo e la sua opera sono capaci di evocare in persone anche diversissime sentimenti condivisi: in tutto il mondo Leonardo è infatti l’emblema del genio irregolare (se non del genio italiano), inventore di cose nuove e precursore della modernità. Un personaggio fuori dal tempo, capace di muoversi tra il bestiario medievale e gli odierni mezzi di trasporto. E tutto questo senza dottrina e senza litterae, grazie unicamente ad un intelletto fuori dal comune. Ma le cose stanno veramente così?

 

Il 5 maggio 2019 saranno trascorsi cinquecento anni da quando Leonardo, sessantasettenne e con un’invalidante paralisi alla mano destra, si spense ad Amboise, ospite di Francesco I. Dopo la sua morte il mito non tarderà ad affermarsi, complice anche la penna di un biografo illustre come il Vasari. Nell’Ottocento tale mito sarà poi destinato a radicarsi a tal punto nell’immaginario comune da assumere connotati propri, distanti dalla figura originale. In questo senso l’anno vinciano — che apre un triennio di grandi celebrazioni: 500 anni dalla morte di Raffaello (1520) e 700 da quella di Dante (1321) — offre agli studiosi l’occasione di ripensare la distanza e il rapporto tra i due Leonardo, quello ideale e quello reale, e di profilare un’immagine quanto più sobria e veritiera dei suoi rapporti con la cultura del tempo.

 

 

Una biblioteca è spesso uno dei luoghi più rappresentativi all’interno di una casa. Raramente essa costituisce un angolo neutro, anonimo. I libri — tanti, pochi, antichi, lisi — possono infatti dirci molto sull’indole e sulla storia di chi li possiede. In Vite che non sono la mia Emmanuel Carrère confessa al lettore il proprio gusto di osservare le scansie delle biblioteche altrui al fine di comprendere meglio il carattere, i gusti letterari, l’identità culturale del proprio ospite. È un po’ questa la sensazione che si prova immergendosi nella lettura dell’ultimo libro di Carlo Vecce, La biblioteca perduta. I libri di Leonardo  (Roma, Salerno Editore, 2017). Ripercorrendo a ritroso le tappe principali della vita di Leonardo — analogamente alla sua scrittura, che notoriamente andava da destra verso sinistra — Vecce delinea le tappe di una biografia intellettuale scandita principalmente da viaggi, letture ed incontri.

 

La biblioteca in questione non è un luogo fisico, o almeno non più: i volumi che vi facevano parte non sono purtroppo arrivati fino a noi. Dopo la sua morte Leonardo lasciò in eredità tutte le sue carte al fidato Francesco Melzi, gentiluomo milanese e suo allievo, il quale se da una parte ebbe il merito di conservare con premura gli autografi del maestro non si curò di conservare anche i libri da lui posseduti. Tutto quello che sappiamo delle letture di Leonardo lo traiamo dunque dalle tracce sparse all’interno dei suoi manoscritti, oggi conservati in diverse biblioteche e musei d’Europa e del mondo.

 

Sulla base degli elementi interni ai codici vinciani — principalmente liste e inventari, ma anche appunti, citazioni e riprese letterali — Vecce traccia un percorso che è allo stesso tempo cronologico e tematico. Ogni capitolo getta un fascio di luce su un aspetto particolare della poliedrica personalità di Leonardo, la cui mente è in grado di abbracciare conoscenze diversissime, senza tuttavia procedere per compartimenti stagni. Il grande libro della Natura che gli si offre davanti (metafora che farà la fortuna di Galileo) viene letto attraverso gli insegnamenti dei suoi altori, così come chiamava gli autori — «con uno scarto fonetico tipicamente fiorentino» (p.123) — ai quali si ispirava. 

 

Tra gli antichi spiccano i nomi di Ovidio e di Plinio, letti prevalentemente su dei volgarizzamenti tre e quattrocenteschi e bacini inesauribili di informazioni sulla natura e sull’origine del mondo. A questi si affiancano gli exempla moderni di artisti-scienziati, primi tra tutti Leon Battista Alberti e Piero della Francesca, figure erudite capaci di rivalutare le arti meccaniche, in particolar modo la pittura. Per quanto riguarda i generi, scienze naturali e letteratura si spartiscono la fetta più grossa della biblioteca: le forme brevi — facezie, apologhi e favole — diventano oggetto di riscritture leonardiane mentre scarso è l’interesse per gli storici. Gli incunaboli superano di gran lunga i manoscritti: la grande rivoluzione testuale che la diffusione della stampa comporta agevola Leonardo nell’acquisto dei volumi che gli interessano. 

 

A partire dalla fine degli anni ottanta del ‘400, in concomitanza con la decisione di Leonardo di mettere a frutto le proprie conoscenze e di diventare a sua volta uno scritture, la frequentazione coi libri si fa più assidua. Per poter avere accesso diretto agli auctores, a quarantadue anni egli intraprende «la più commovente delle sue avventure intellettuali: un tentativo di autoapprendimento del latino» (p.141) su delle grammatiche scolastiche. Nello stesso periodo l’amico Luca Pacioli gli apre le porte della matematica euclidea, necessaria per lo studio del moto e della meccanica. Tale entusiasmante processo di formazione avviene in «modo indipendente ed autonomo» con un atteggiamento «che ci colloca nel cuore della rivoluzione culturale che apre la modernità» (p.124). Professandosi discepolo della sperienza, Leonardo mette al vaglio ogni principio teorico attraverso l’unica strada che possa definirne la reale correttezza: l’osservazione diretta della sua applicazione.

 

 

Figlio del suo tempo e fruitore di quella straordinaria stagione culturale che fu l’Umanesimo, Leonardo eleva lo studio — «paradigma conoscitivo superiore alla ricerca» per usare le parole di Giorgio Agamben — a condizione esistenziale. L’esatto contrario di ciò che accade al giorno d’oggi, in cui lo studio è vissuto piuttosto come un momento transitorio, di preparazione alla vita. Tolti i panni del genio illetterato e dell’autodidatta puro, Leonardo assume quelli del lettore onnivoro, dimostrando altresì una straordinaria umiltà nel saper cogliere le proprie lacune, scientifiche e culturali, e un’ammirevole abnegazione nel voler colmarle. Un impegno che lo terrà occupato fino alla fine dei suoi giorni.

 

L’anno vinciano rappresenta dunque un’occasione per avvicinarsi all’uomo Leonardo e alle svariate declinazioni del suo pensiero. Tra i numerosi appuntamenti in programma nei prossimi mesi segnalo due mostre: Leonardo disegnato da Hollar, a Vinci presso la fondazione Carlo Pedretti — uno dei massimi leonardisti del XX secolo, originario di Casalecchio di Reno, scomparso quest’anno — dove saranno esposte alcune incisioni del pittore ceco Wenceslaus Hollar (1607-1677) ispirate alle teste di carattere dipinte da Leonardo, oggi conservate nelle collezioni reali di Windsor; e L’acqua microscopio della natura, presso gli Uffizi di Firenze e a cura di Paolo Galluzzi, direttore del Museo Galileo, dove sarà possibile ammirare i diciotto bifogli del codice Leicester, ad oggi l’unico manoscritto di Leonardo in mano ad un privato: Bill Gates. A tutti gli interessati lancio poi un invito inusuale, ovvero di frequentare più assiduamente la pagina Wikipedia dedicata a Leonardo. In virtù di un accordo stipulato tra Wikipedia e lo stesso Museo Galileo nato con lo scopo di aggiornare le informazioni contenute, la pagina subirà infatti una rilevante ristrutturazione nei mesi che seguiranno.

 

Carlo Vecce

LA BIBLIOTECA PERDUTA. I libri di Leonardo

Salerno Editore, 2017