Essere una macchina

di Elisa Baioni

 

C’è un sogno, ma forse sarebbe meglio chiamarlo un’ossessione, che accomuna culture e persone diverse, in tempi e in luoghi distanti: è il desiderio di liberarsi della morte, per divenire immortali.

 

Da Gilgamesh ad Harry Potter, passando per Eos e Teti, il Sacro Graal o la pietra filosofale, che sia con un sotterfugio o un sortilegio, piegando le forze della natura o rimettendosi alla grazia divina, non abbiamo mai abbandonato la speranza di illudere la morte. E oggi? Oggi più che mai il desiderio arde poiché, alla fede in acque sacre o in formule magiche, si è sostituita la fiducia in qualcosa di molto più tangibile, credibile, e potente: la tecnologia.   

 

Sono molti i modi in cui la tecnologia potrebbe salvarci: conservando il nostro corpo in criostasi fino a quando la medicina del futuro non sarà capace di ripristinarne la piena salute (ALCOR); sanando i danni da invecchiamento e aumentando l’aspettativa di vita media a un punto tale da «sconfiggere la morte per distacco» (42) (SENS); oppure trascrivendo la mente su di un supercomputer, liberando l’Io da ogni vincolo morfologico per trasformarlo in un codice indipendente dalla piattaforma (MURG). Progetti così diversi tra loro non sono accomunati soltanto dall’ambizione all’eternità, ma anche dal rifiuto del biologico, nella duplice accezione di materiale di cui si è composti, e storia evolutiva del vivente.

 

«Quest’uomo del futuro, che gli scienziati pensano di produrre nel giro di un secolo, sembra posseduto da una sorta di ribellione contro l’esistenza umana come gli è stata data, un dono gratuito proveniente da non so dove (parlando in termini profani), che desidera scambiare, se possibile, con qualcosa che lui stesso abbia fatto» (14).

(O’Connell cita H. Arendt, Vita Activa)

immagine da Google
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In quest’ottica, la ricerca dell’immortalità è parte di un tentativo, più generale, di controllare lo sviluppo umano, sostituendo l’evoluzione della specie con la realizzazione del proprio progetto individuale. Profeti dell’avvento di questo (post)umano, talmente abile nel trasformare se stesso da trascendere la sua appartenenza ai Sapiens, sono i sostenitori del Transumanesimo, protagonisti indiscussi di Essere una macchina di Mark O’Connell.  

 

«Il Transumanesimo racchiude in sé tutte le diverse branche della Filosofia della Vita che ricercano, promuovono e accellerano l’evoluzione della vita intelligente al di là della sua attuale forma umana e dei limiti di quest’ultima, grazie alla ricerca scientifica e all’innovazione tecnologia, ispirata da principi e valori promotrici dello sviluppo della vita in generale»

Da M.More, Transhumanism: Toward a Futurist 
Philosophy, TdA

 

Viaggiando da un capo all’altro del mondo (occidentale), O’Connell ha provato a tratteggiare il volto umano di questa eterogenea corrente filosofica, intervistandone alcuni tra gli esponenti più importanti: Max More, Natasha Vita-More, Anders Sandberg, Randal Koene, Nick Bostrom, Tim Cannon, Jason Xu, Aubrey de Grey, Zoltan Istvan. Più che un aggiornamento sullo stato della ricerca per l’immortalità, però, ne è uscita un’opera esistenzialista con ambientazione sci-fi; un pellegrinaggio surreale, straniante, euforico, a tratti malinconico, altre volte inquietante, là dove scienza e fantascienza, realtà e utopia, si sfiorano e si mescolano [1].

 

«Nel mondo, scrive [Ralph] Merkle, ogni anno muoiono all’incirca 55 milioni di persone. Ebbene, date le dimensioni medie di una testa umana, un gigantesco dewar sferico con un raggio di trenta metri potrebbe tranquillamente accogliere 5 milioni e mezzo di cephalon [teste mozzate in criostasi]: costruendo dieci di questi RBD [Really Big Dewer] all’anno, sarebbe possibile stoccare le teste di tutte le persone che muoiono, da qui fino al giorno in cui si troverà il modo di rimediare alla loro morte» (45).

 

illustrazione di Harry Campbell

In questa storia, la morte rappresenta la regina delle imperfezioni cui siamo costretti, la nemesi dell’umanità. 

 

«Si può morire in qualsiasi momento, e questo non è né indispensabile né accettabile. Come transumanista non ho alcun rispetto per la morte. Mi infastidisce, non la tollero. Siamo una specie nevrotica proprio a causa della nostra mortalità, perché la morte ci sta sempre col fiato sul collo» (53).

Intervista a Natasha Vita More

 

Quella di Natasha Vita-More è un’angoscia condivisibile; eppure, nel rifiuto che i transumanisti hanno per la morte c’è qualcosa che lascia insoddisfatti. Non solo  «Le soluzioni proposte – sospensione crionica e avatar guidati dalla mente – sembrano librarsi sopra un irreale confine tra speranza tecnologica e terrore mortale» (54), ma la morte pare odiata a priori piuttosto che compresa. Nel suo venire dualisticamente contrapposta alla vita, non trova spazio alcuna riflessione circa il suo ruolo ecologico ed evolutivo, né pare ci si soffermi granché sulle conseguenze politiche e sociali che avrebbe la vita eterna di tutti (o, più probabilmente, quella dei più ricchi). La morte assume i contorni di un problema tecnico da risolvere, un bug nel sistema, ma siamo veramente sicuri che sia così?  

 

NOTE:

[1] Non è un caso che il Transumanesimo sia lo sfondo filosofico di molti videogiochi e film fantascientifici, quali Trascendence, Ex Machina, Deus Ex.  

 

Mark O’Connell

ESSERE UNA MACCHINA

Milano: Adelphi, 2018