Kronos

di Sara Quondamatteo

 

Non è semplice recensire un libro deludente: se leggerlo è stato noioso, altrettanto noioso sarà commentarlo. Kronos, invece, rappresenta un’eccezione. Pubblicato da Il Saggiatore nella traduzione di Irene Salvatori, il diario di Witold Gombrowicz stupisce proprio per la sua inaspettata mancanza di spessore culturale e artistico che lo pone in antitesi con l’altro Diario (Dziennik), da molti ritenuto la summa del pensiero letterario e filosofico dell’autore. Basterebbe dare un’occhiata alle prime pagine per accorgersi che Kronos non è altro che un elenco di nomi, frasi brevi, perlopiù nominali, e tante, tante parole. Parole insignificanti, parole importanti, parole sconvenienti, parole opportune; parole che distruggono quell’equilibrio sintattico così raro in questo diario; parole che si inseriscono all’interno di combinazioni del tutto inusuali: «Messico. Il 4 chiacchierata sull’esistenzialismo: bene. Racconti criminali. Calma erotica. Trattativa con Orieta. Firmo il contratto con Julliard. 70 dollari da Free Europe. Di nuovo caldo 34°. Articoli Le Monde, Bela» (p. 208). 

 

Eppure Gombrowicz, candidato al premio Nobel («La Stampa scrive del Nobel, che io o Beckett» [p.341]) ma scomparso prima di poter ricevere il prestigioso riconoscimento, doveva essere particolarmente affezionato a quest’opera. Sua moglie Rita, infatti, spiega che lo scrittore si era raccomandato di salvare (i)n caso di incendio (pp. 19-30) i contratti e Kronos. Resta difficile credere che la ragione di tale predilezione sia dovuta alla sincerità con la quale secondo Francesco M. Cataluccio «(i)n Kronos l’autore mostra davvero se stesso» (p. 355). Il lettore di Gombrowicz sa bene che non esiste un Gombrowicz autentico: egli, come tutti gli esseri umani, «si estrinseca [...] sempre attraverso una forma definita e questa forma, questo stile, questa maniera d’essere e di reagire non provengono unicamente da lui stesso, ma gli sono imposti dall’esterno (Witold Gombrowicz; Ferdydurke; 1966; p. 81). Il merito di Kronos, dunque, non è quello di aver rivelato la Forma che imprigiona il suo autore, ma di essere entrato nuovamente in lotta con Lei. 

 

Da questo scontro emerge il suo diario “personale”, in cui l’io poetico sembra perdere il ruolo di protagonista indiscusso, schiacciato sotto il peso di quella forma imposta nella quotidianità dagli eventi e dalle persone che affollano la sua vita. La riflessione filosofica o poetica del Diario pubblico, comparso sulle pagine del giornale dell’emigrazione polacca Kultura tra il 1953 e il 1969, in Kronos viene sostituita da un brainstorming di volti, notizie e luoghi riconducibili ad un mese e ad un anno ben precisi, ma solo occasionalmente ad una singola data. La compilazione, più scarna negli anni che vanno dal 1922 al 1952, si arricchisce di informazioni e dettagli sempre più precisi dal 1953. È quindi a partire da questo anno che Gombrowicz si imbarca in una “duplice” impresa suggerita dal Journal di Gide (p. 350), che gli aveva mostrato la possibilità di tenere un diario pubblico e privato insieme. 

 

L’esame di maturità è l’evento che segna il punto di partenza di Kronos, che prosegue con un resoconto più o meno meticoloso della biografia dell’autore soprattutto nei suoi aspetti materiali e ordinari. Basti pensare al processo di “impoverimento” artistico che subiscono le sue opere, ridotte a meri titoli o a questioni editoriali. L’immagine di Gombrowicz scrittore, immerso in riflessioni filosofiche o in esercizi di stile, viene sostituita da quella di Gombrowicz agente letterario, alle prese con contratti, scadenze e pagamenti. Sembra quasi di trovarsi di fronte all’estratto conto dell’autore, che annota le cifre delle entrate e delle uscite di ogni mese. Le valute riportate sono molteplici, testimoni del suo continuo peregrinare tra il Nuovo e il Vecchio Continente: si passa dagli złote polacchi ai pesos argentini, dai dollari americani ai franchi svizzeri. Le spese sostenute da Gombrowicz sono tra le più comuni: pagamento dell’affitto, cene fuori casa, mezzi di trasporto e persino quelle per la cura del dente o dei suoi innumerevoli eczemi. 

 

La stessa attenzione per il proprio conto in banca ritorna nella descrizione dei suoi problemi di salute. Le malattie e le sofferenze che hanno caratterizzato soprattutto gli ultimi anni della sua vita sono elencate senza alcuna remora: Gombrowicz non reputa le sue flatulenze o i problemi all’intestino meno interessanti delle sue conversazioni con Günter Grass, che anzi devono averlo parecchio annoiato (p. 270). D’altronde, non c’è nulla di più pietoso e dunque degno di considerazione di un corpo che invecchia. La vecchiaia sembra spaventare e tormentare lo scrittore persino più della morte, invocata spesso come soluzione definitiva ad un lento ed inaccettabile declino. Il suo corpo, un tempo fonte di piaceri irrefrenabili, non risponde più ormai ai suoi comandi e alle sue fantasie sessuali: è destinato a spegnersi inesorabilmente, e con esso anche l’erotismo che lo ha costantemente guidato tanto nei suoi rapporti omosessuali, quanto nella sua “conversione” (p. 296) con Rita.

 

Anche gli oggetti che lo hanno accompagnato nel corso delle sue peregrinazioni sono protagonisti di questo diario, come nel caso degli scacchi, senza i quali «andrebbe tutto male» (p.104), o del maglione pesante comprato dopo il fiasco delle vendite di Ferdydurke (p.241). Tra i vari episodi, ce ne sono alcuni che intrigano maggiormente il lettore italiano: nel corso della lettura, infatti, egli scopre inaspettatamente il desiderio di Gombrowicz di acquistare una macchina da scrivere Olivetti (p.180) e di una sua querelle letteraria con gli intellettuali italiani, tra cui Ungaretti, per un commento inammissibile dello scrittore polacco alla Divina Commedia (p.320). Insomma, Kronos con i suoi aneddoti e le sue curiosità non è affatto noioso o banale. Ma se anche dovesse risultare ad alcuni «un’opera amorfa, stupida», Gombrowicz risponderebbe in tutta serenità: «bene, ho scritto delle sciocchezze, ma non ho firmato con nessuno un contratto di fabbricazione di opere sapienti e perfette» (Witold Gombrowicz; Ferdydurke; 1966; p. 82). 

 

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Witold Gombrowicz

KRONOS

a cura di Francesca M. Cataluccio

Milano, Il Saggiatore, 2018