L'ideologia del nutrizionismo

 

di Paulo Fernando Lévano

 

 

Ormai è una situazione alla quale ci si deve rassegnare: si deve parlare di cibo, non basta più mangiarlo e basta, si viene quasi incoraggiati a masticare con la bocca aperta. Le “grandi narrazioni” non finiranno mai finché vivano indisturbati i “grandi protagonisti”; in questo caso, a masticare con la bocca aperta è la persona nutricentrica. Fra coloro che hanno cercato di tracciare la comparsa sulla scena di questo nuovo giocatore, noi abbiamo già incontrato lo scrittore statunitense Michael Pollan, che potete trovare sugli scaffali delle librerie grazie a Adelphi Edizioni.

La persona nutricentrica, negli ultimi centocinquant’anni, ha fatto sua un’ideologia molto particolare, che la distingue all’interno della fauna moderna: il nutrizionismo, rozza italianizzazione che per scopi puramente pratici facciamo del termine “nutritionism”; purtroppo, “dietetica” e “dietologia” rimandano a un’immagine del cibo surrogata ad altre linee narrative, quali la palestra o le scelte etiche. Benché la persona nutricentrica possa benissimo andare in palestra oppure diventare vegetariana, non è una pratica ciò che fonda la sua personalità, ma un sapere scientifico. Infine, di ideologia del nutrizionismo parla Pollan, riprendendo l’espressione dall’opera di Gyorgy Scrinis, docente di Food politics and policy presso la facoltà di scienze veterinarie e agricole dell’Università di Melbourne, la sua alma mater.

 

L’ideologia del nutrizionismo, così come delineata da Scrinis, consiste nello specifico in una messa a fuoco sui nutrienti come elemento essenziale del cibo: suggerimenti puntuali sostenuti da giustificazioni e spiegazioni che riducono l’intero processo del mangiare al livello dei nutrienti. Un merito incontrovertibile dell’autore è quello di trattare la componente scientifica di questa dottrina dell’alimentazione in continuità con la componente ideologica e (perché no?) politica in essa implicita. Infatti, Scrinis si confronta con una caratteristica di questa ideologica che è comune a entrambi la ricerca scientifica e il progetto politico: la doppia legittimazione che, da un lato, mira a conservare uno status di sapere consolidato davanti al dilagare di contromovimenti, mentre dall’altro mira a integrarsi sempre di più nel ciclo di produzione industriale alla base di ogni economia sviluppata.

 

Dietro al “mito della precisione nutrizionistica” infatti si nasconde un episodio molto particolare della storia della scienza in cui diverse interpretazioni sono state date di “ciò che si sa” nell’ambito di questo sapere. Scrinis identifica tre fasi: a) una fase iniziale di “nutrizionismo quantificante”, di intensa attività laboratoriale e di ricostruzione artificale del cibo attraverso sostanze opportunamente identificate; b) una fase di “buoni” contro “cattivi” nutrienti, in cui la ricerca sposta la sua attenzione sull’individuazione di precisi nutrienti da incoraggiare oppure da sconsigliare; c) una fase attuale di “nutrizionismo funzionale”, in cui il relativismo viene elevato alla dignità di dogma nella misura in cui il suggerimento del dietologo si orienta verso la molteplicità e diversità di “utenti” di questo nuovo sapere.

 

La direzione del percorso storico del nutrizionismo naturalmente va verso la cattura dell’intera impalcatura concettuale da parte degli interessi corporativi del grande capitale industriale. Non si cade mai però nella banalità manicheistica di immaginare una sorta di “Big Pharma dei dietologi”, rivale del nostro protagonista; piuttosto, la trattazione di Scrinis potrebbe portare la questione del cibo e della sua onnipresenza nei regimi di opulenza neoliberale verso derive concettuali veramente interessanti, delle quali noi in questa sede ci limitiamo a menzionarne soltanto due. Per prima, la convergenza dei paradigmi discorsivi verso la singolarità biopolitica per antonomasia, ovvero, il corpo: il riduzionismo lascia le vesti di legge universalmente valida e abbraccia la complessità attraverso le pratiche del monitoraggio progressivo; il linguaggio diventa denso di tecnicismi e rende indecidibile la questione della qualità del cibo; il cibo stesso diventa insensato se cucinare non si assomiglia sempre di più a un processo tecnologico; infine, il corpo stesso della persona nutricentrica diventa un dato per l’accrescersi di questo sapere, una massa, un indicatore.

 

Un secondo percorso che apre questo libro è la possibilità di donare linfa vitale a quel momento sui generis che fra gli anni ’80 e ’90 significò per gli studi sociali della scienza la Actor-Network Theory. È opinione nostra che le dinamiche di doppia legittimazione dell’ideologia del nutrizionismo, la retroalimentazione fra istituzioni scientifiche, economiche e politiche, così esaustivamente raccontate nell’opera di Scrinis, permettano di donare rinnovato significato a concetti come problematizzazione, interessamento, arruolamento e mobilitazione. L’idea di una scienza dell’alimentazione totalmente naturalizzata, traguardo di ogni tipo di riduzionismo sintetizzato in laboratorio, sarebbe tanto assurda quanto pensare che mangiare serve solo a sfamarsi.

 

Ma anche senza concordare con noi su queste derive teoretiche, partecipare all’incontro con Scrinis sarà un’occasione per diversificare i modi in cui siamo abituati a collegare nel nostro immaginario Bologna e il cibo, magari guardando al di là del tentativo milionari-ari-ari-ario di imporre un’estetica dell’andare ad hamburger sulla cabri-abri-o.

Incontriamo Gyorgy Scrinis

giovedì 6 dicembre, ore 20.00

Biblioteca Ruffilli, Bologna

venite mangiati.