Un oceano tra di noi

Arthur B. Davies, Ocean Swells, Gift of A. W. Bahr, 1958

 

di Sara Quondamatteo

 

C’è un aggettivo, tanto insolito quanto efficace, che più di molti altri riesce a definire l’esistenza e la poesia di Anna Frajlich in modo esaustivo: ‘asintotico’. Tale termine, desunto dal linguaggio scientifico, ha il duplice merito di aiutare il lettore non solo a comprendere, ma anche a tradurre in immagine un percorso unico ed irripetibile come quello della poetessa.

 

Il suo «lungo viaggio-esilio» (p.5), come lo ha definito Marcin Wyrembelski, curatore della raccolta Un oceano tra di noi (Ocean między nami), nonché primo traduttore delle sue poesie, assomiglia ad una retta asintotica alla quale le curve del tempo e dello spazio hanno tentato a più riprese di avvicinarsi, senza mai riuscire ad intersecarla. Una condizione di irriducibilità, di non appartenenza, di medietà tra molteplici estremi racchiusa nelle formule «tra un esilio e l’altro»[1](p.49) e «dalle due patrie verso un doppio esilio»[2](p.15). 

 

I due versi appena citati, che aprono e chiudono rispettivamente Danza – città (Taniec – miasto) e Motivi (Tematy), sono solo l’espressione più compiuta di una poesia che si nutre delle preposizioni międzye pomiędzy (tra), degli aggettivi inny e drugi (differente, altro), della distanza tra il passato e l’oggi, dell’opposizione leopardiana fra il tu (qui) e il tam (), della ricorrenza del numero due. Ciascuno di questi elementi linguistici ha il compito di segnalare con semplicità e con immediatezza la dualità che ha determinato l’esperienza non solo biografica, ma anche poetica di Anna Frajlich. Ogni suo passo, così come ogni suo verso, reca le tracce dell’altro passo che avrebbe potuto compiere o dell’altro verso che avrebbe potuto scrivere, entrambi costretti da uno strano gioco del caso a rientrare nella categoria delle possibilità irrealizzate. Ed è in questo giardino dei sentieri che si biforcano, come lo chiamerebbe Jorge Luis Borges, che Frajlich si vede costretta a cercare una via «unica e irripetibile / nel sogno nella realtà nel doloroso dilemma / negli interstizi tra la realtà e il sogno / nel magico caleidoscopio»[3](p.17).

 

Il lungo viaggio che ha condotto la poetessa dalle vette del Kirghizistan fino a quelle dei grattacieli di New York si lega inevitabilmente ad un esodo altrettanto pericoloso e doloroso, quello del popolo ebraico. «“Va via dalla tua terra, dal tuo paese natale, dalla casa di tuo padre” … Così è cominciata la disgrazia. Con queste parole è iniziato il nostro cammino» (Julian Stryjkowski, Il sogno di Asril, Palermo, Sellerio, 1984, p. 66). Nelle parole di Stryjkowski riecheggia il destino di peregrinazione e di nomadismo dell’intera stirpe di Abramo. Un destino condiviso appieno da Frajlich, che ancora bambina si trasferisce con sua madre a Stettino dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Nei versi della poetessa, la città viene indicata come un’Arcadia ormai perduta, un luogo dove i suoni e il silenzio si nutrono vicendevolmente, dando forma ad una melodia nuova (Danza – cittàTaniec – miasto) che l’accompagnerà nelle sue future peregrinazione. Eppure il lettore, che nella seconda sezione della raccolta si perde fra i ricordi di quegli anni e fra i piccoli Peccati d’infanzia (Grzechy dzieciństwa) descritti con l’innocenza tipica dei bambini, è chiamato ancora una volta a contemplare  il progressivo distacco della realtà vissuta da Frajlich da quella sognata, immaginata, possibile ma non realizzata: «il secolo sta per finire e io rimugino / su che cosa / sarebbe avvenuto / se quello specchio non si fosse rotto»[4](p. 63).

 

Le tappe successive del viaggio-esilio di Anna Frajlich non fanno che accentuare questo senso di scissione profonda dell’io poetico, consapevole che ad ogni presenza corrisponde necessariamente un’assenza. Colpisce l’originalità con la quale la poetessa è riuscita a creare un’immagine che diviene emblema di tale condizione pur rifuggendo da qualsiasi categoria metafisica o termine astruso. Ella, infatti, parla del dolore causato da un dente che in realtà non esiste: un dolore insopportabile e che non può essere cancellato poiché affonda le sue radici nel cuore dell’inesistenza (Mi fa male il dente– Boli ząb). È così che la sua, di «esistenza / si è spezzata in due»[5](p. 29), condannandola a proseguire il cammino dei suoi padri verso una moderna e scintillante Terra Promessa. La città di New York, «che è nave / e nel contempo porto»[6](p. 77), è solo la meta finale di un percorso segnato dal susseguirsi di partenze sempre nuove e dal costante desiderio di ritorno.

 

La scoperta dell’America da parte di Anna Frajlich avviene all’insegna dello stupore per i nuovi panorami e i nuovi scenari che si delineano davanti ai suoi occhi. La sua poesia diventa dunque uno strumento per dar voce e per fissare sulla pagina tutti quei dettagli, sfumature o colori altrimenti destinati a dissolversi nel grigiore di una quotidianità che rende anonime tutte le cose. Senza dubbio, la lontananza dalla propria patria e dalle proprie radici non può che aver reso ancora più forte la curiosità e la volontà di osservare con attenzione la fisionomia della realtà americana. È in questo modo che la poetessa riesce ad ammirare e a scoprire il fascino di moderne costruzioni architettoniche ben diverse dai palazzi storici o dalle rovine alle quali si era abituata nel Vecchio Continente. I ponti che pendono sopra la città, così come le torri e i grattacieli che si innalzano al di sopra degli uomini, le permettono di contemplare da un’angolazione differente quella grandezza e profondità metafisiche sperimentate in Europa. Gli elementi artificiali sono però bilanciati da immagini tratte dal mondo della natura: alberi, fiori, fiumi, insetti sono solo alcuni dei tanti protagonisti delle pitture paesaggistiche o delle nature morte dipinte negli Stati Uniti. A queste si aggiungono, ovviamente, tutte quelle poesie inserite all’interno dell’ultima sezione della raccolta dove vengono descritti i vari paesaggi e i fenomeni naturali dei quali Anna Frajlich è stata spettatrice nel corso del suo infinito peregrinare.

 

Fra i luoghi che hanno lasciato un segno profondo nell’immaginario e nello spirito della poetessa, l’Italia occupa una posizione privilegiata. D’altronde, un paese così diviso tra la bellezza del passato e l’incertezza del presente non rispecchia forse quella condizione di dualità che è la cifra poetica ed esistenziale di Anna Frajlich? Il soggiorno nella penisola italiana rappresenta, dunque, l’occasione per scoprire che la compiutezza non appartiene a questo mondo, come suggerisce il finale della poesia Riflessioni durante la menopausa (Rozmyślania przy klimakterium). Piuttosto, il linguaggio che sembra accomunare tutti gli uomini che lo abitano (Intesa– Porozumienie) nasce da una comune esigenza di trovare una risposta ad una vita fatta di sofferenza e di dolore (La vita –  Życie). Pompei reca senza dubbio le tracce di una sorte apparentemente malevola che con il suo sguardo di Medusa è riuscita a pietrificare ciò che allora era passione, movimento, energia, riducendolo ad un semplice monumento del passato (Pompei– Pompeje). 

 

Ma è nel mondo dell’arte che Anna Frajlich riesce a trovare un’intima consolazione. La radiosità e la luminosità che riempiono la basilica romana di Santa Maria Ausiliatrice infondono nel cuore della poetessa una speranza: «bisogna sopravvivere quando non si riesce a comprendere»[7](p.125). Un messaggio che Frajlich non può fare a meno di condividere con i suoi colleghi: Cézanne, Chagall e Munch, Mann, Szymborska e Miłosz sono solo alcuni dei grandi maestri dell’arte e della letteratura  protagonisti di un intenso dialogo riproposto dal curatore nella sesta sezione della raccolta. La fratellanza che unisce i loro nomi a quello di Anna Frajlich è descritta all’interno di un componimento che, per la sua brevità e per l’apparente semplicità dell’immagine creata, rischia di passare inosservato agli occhi del lettore: nella poesia Espiazione (Pokuta), infatti, troviamo un piccolo grillo condannato a strimpellare le stesse note per volere di un Dio vendicativo. Ma è in quell’animaletto insignificante e persino fastidioso che la poetessa riconosce il proprio destino e quello di tutti gli artisti o scrittori che non possono prescindere dalla propria arte. Forse, in virtù di tale punizione divina, sarebbe opportuno riconsiderare quanto affermato precedentemente in merito al carattere asintotico del percorso di Anna Frajlich, segnato profondamente dall’esilio. Se esiste un punto, infatti, in cui la retta descritta dalla sua esistenza cessa di essere un asintoto, non sono tanto i luoghi o i tempi vissuti, ma la vocazione per la poesia.

 

 

[1] (p)omiędzy jednym a drugim wygnaniem (p.48).

[2] (z) dwojga ojczyzn w dwojakie wygnanie (p.14).

[3] (j)edynej niepowtarzalnej / na jawie we śnie i w rozdarciu / pomiędzy jawą i snami / w magicznym kalejdoskopie (p.16).

[4] (w)iek się kończy a ja myślę / o tym wciąż / co by było / gdyby lustro nie pękło (p. 62).

[5] (p)rzełamało się na pół / istnienie (p. 28).

[6] (ż)e łodzią jest / i jest przystanią (p.76).

[7] (p)rzeżyć trzeba / gdy nie można pojąć (p.124).

 

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Anna Frajlich

Un oceano tra di noi

(a cura di) Marcin Wyrembelski

Maddaloni (CE): La Parlesia Editore, 2018