Beyoncé mezza nuda al Louvre

 

di Bianca Bozzeda

 

Basta molto poco per aggiungersi al coro di chi storce il naso alla vista dell’ultimo video di Beyoncé e JAY-Z, girato di notte nelle sale del Louvre tra il 31 maggio e il 1° giugno scorso. 

 

Basta un attimo di imbarazzo, di risentimento o di orgoglio davanti a quelle immagini che mostrano come sia possibile fare un uso diverso di qualcosa a cui si è abituati, e affezionati. Un attimo di distrazione in cui le viscere dello snobismo hanno la meglio sulla teoria illuminata: SÌ alle Avanguardie e NO ai balletti al Louvre vestiti di corsetti in pelle! Perché accanto a una sfinge dell’antico Egitto, il corsetto in pelle nient’altro può significare se non la sua pochezza e banalità; non può e mai potrà essere il mezzo di una legittima visione del mondo. Via libera invece alle coreografie di Sasha Waltz nelle sale del Neues Museum di Berlino, messe in scena da un corpo di ballo di formazione classica per la riapertura del museo nel 2009, dopo una ristrutturazione durata dieci anni.

 

 

A prima vista, si direbbe che la coppia Beyoncé/JAY-Z non abbia niente da spartire con l’idea di cultura che è preservata al Louvre. Lei è una cantante pop e lui un rapper con i medaglioni d’oro al collo. Come se non bastasse, i due sono americani e hanno un nomignolo di coppia: The Carters. Non hanno niente a che vedere con la cultura se non quella pop, popolare, di secondo grado: una cultura bassa, sfortunata geneticamente, non per cattiveria. Ogni loro riferimento al Louvre, uno degli emblemi della Cultura alta e snella, non può che essere inappropriato e ridicolo.


Uno dei quadri ripresi nel video Apeshit è La zattera della Medusa, dipinto da Théodore Géricault tra il 1818 e il 1819. L’opera tratta di un fatto di cronaca: il naufragio, nel 1816, di una fregata francese battezzata Méduse al largo del Senegal, tornato in mani francesi nel 1814 dopo una parentesi di dominazione inglese che durava da metà Settecento. Guardando il video al minuto 3’06’’, mi è tornata in mente la bellissima analisi che dell’opera fece il mio professore di Storia dell’arte del liceo. In quelle ore di lezione, però, mai si fece riferimento al colore della pelle del sopravvissuto che sventola lo straccio nella speranza che la nave in lontananza scorga i superstiti. Non che il mio professore avesse brutte intenzioni, o che non si fosse accorto del colore della pelle del personaggio in questione, cosa che sarebbe stata grave di per sé. Semplicemente, non doveva aver pensato al senso di quel personaggio nel dipinto, né al suo significato nella Storia dell’arte e nella Storia in senso più generale. Era per lui un personaggio come un altro.

 

Se però personaggio come gli altri quello fosse realmente stato, oggi il Museo del Louvre sarebbe molto diverso: non soltanto i personaggi di colore sarebbero più frequenti, ma ci stupiremmo meno della loro presenza. Nel caso in cui poi, per assurdo, una coppia di pop star afro-americana girasse un video musicale nelle sale del museo, quel videoclip assumerebbe tutto un altro significato: non andrebbe cioè a questionare il tema dell’egemonia culturale bianca, e a mettere così il dito nella piaga.

 

Un personaggio nero in un dipinto francese dell’Ottocento non ha ancora il lusso di rappresentare sé stesso; rappresenta il ruolo che egli ricopre e ciò che di lui ha fatto la cultura dominante. Per secoli e secoli l’individuo nero è assente (e questo non soltanto per una scelta figurativa, ma anche perché gli uomini e le donne nere in Europa sono stati, per molto tempo, demograficamente pochi). Poi appare, sotto le vesti di schiavo o servo, senza le quali non avrebbe motivo di far parte della composizione. Nel caso della Zattera della Medusa, l’autore dell’opera era sensibile al tema della schiavitù, che criticava duramente: ritrarre una persona di colore e porla nel punto centrale della composizione è il modo a cui ricorse per sensibilizzare i frequentatori dei Salon e diffondere la sua critica. L’anno prima di morire, Géricault iniziò a lavorare su un’opera dal titolo La tratta degli schiavi, che non portò mai a termine; ebbe però il tempo di realizzarne uno studio al carboncino e sanguigna, conservato presso l’Accademia di belle arti di Parigi.

 

Théodore Géricault, studio per La tratta degli schiavi, 1823

 

Da sempre l’immagine (intesa come rappresentazione figurativa) rispecchia un certo stato del mondo: chi comanda in un dato periodo storico, ciò che si vuole mostrare, ciò che non è dato vedere. Nella Storia dell’arte occidentale, un personaggio bianco tra la folla è semplicemente un personaggio, una comparsa. Un personaggio nero, invece, non soltanto è un’eccezione, ma spesso rappresenta quell’eccezione: nella sua solitudine, mette l’accento sul fatto di essere cosa rara. È quindi un mezzo per parlare d’altro. Un solo uomo nero o una sola donna nera in un dipinto medievale o rinascimentale, ad esempio, porta il peso di tutti gli assenti neri di cui è piena la Storia (dell’arte), e di cui è pieno anche il Louvre. Questo vuol dire che forse, mentre si dimena davanti alla Nike di Samotracia, Beyoncé sta lanciando un messaggio più profondo del semplice balletto pop (oppure che, addirittura, il “semplice” balletto pop può, da solo, essere portatore di un messaggio profondo). Non è nemmeno necessario soffermarsi sulle questioni del colonialismo, della schiavitù e dei genocidi razziali: basta pensare alla Storia dell’arte europea e al posto che le tele, le tavole e i marmi di secoli e secoli hanno lasciato alla raffigurazione dei personaggi neri: molto poco, perché molto poco era lo spazio che essi avevano nella vita quotidiana - oltre al fatto che, a quel tempo, gli abitanti di origine africana in Europa fossero pochi. Non c’è da stupirsi che Beyoncé (figlia di una donna nata nello stato americano del Louisiana e di origine creola francese) sorrida sorniona guardando la telecamera che la riprende ballare al Louvre. I can’t believe we made it / This is what we thank for. Ce l’abbiamo fatta a raggiungere il simbolo della Cultura dominante e a rimetterlo in questione. O magari, più semplicemente: ce l’abbiamo fatta a raggiungere un luogo riservato a pochi, e siamo ora sulla vetta del mondo. 

 

Si cambi ora punto di vista e ci si metta nei panni di chi guarda. Dopo aver vissuto diversi anni a Firenze, dove dal 1982 al 1989 dirige l’Istituto Francese, e pochi anni prima di ammalarsi, nel 2000 Daniel Arasse pubblica il saggio Non si vede niente. Uno dei sei capitoli del libro si intitola “Un occhio nero” ed è dedicato all’Adorazione dei Magi (1564) di Pieter Bruegel il Vecchio. Più in particolare, il capitolo è dedicato alla scoperta di un uno dei re magi raffigurati nel dipinto. L’opera, esposta alla National Gallery di Londra, rappresenta uno dei momenti sacri della storia dell’iconografia occidentale, ovvero la presentazione di Gesù bambino ai tre re. È il momento in cui i magi portano le loro offerte al figlio di Dio, certo, ma è soprattutto il momento in cui si accertano della sua esistenza e delle sue fattezze. Arasse, che romanza il suo saggio fondendo analisi storica e narrazioni in prima o terza persona, sottolinea come l’occhio dell’osservatore si accorga della presenza di uno dei re magi molto tempo dopo aver notato gli altri due. Nonostante sia il più elegante, non soltanto tra i magi ma tra tutti i personaggi della scena, questo magio non salta all’occhio per un motivo molto semplice: è nero. A volerlo ben cercare, c’è anche un secondo motivo: Bruegel non agevola la percezione del volto del re nero stagliandolo su uno sfondo chiaro, ma lo circonda anzi di toni scuri. Ma questo non è certo un motivo valido, dato che non si riscontrano particolari ritardi di percezione con le centinaia di volti bianchi su sfondi chiari di cui è fatta la storia pittorica dell’Adorazione dei magi.  

 

La reazione dell’osservatore descritta da Arasse e quella del lettore che legge il suo saggio, la dicono lunga sulla storia dei personaggi neri nella Storia dell’arte occidentale e, in particolare, europea. Non soltanto si dà per scontato che l’osservatore descritto da Arasse sia bianco, ma si è costretti a confessare un certo stupore davanti alla presenza del personaggio dalla pelle scura. Arasse descrive il re nero come “imponente, maestoso, regale” e non “ridicolmente patetico” come gli altri magi dipinti da Bruegel, che non ha certo perso occasione per divertirsi un po’. Eppure, lo si vede dopo. 

 

C’è da chiedersi se non sia lo stesso tipo di ritardo suscitato dal video Apeshit: così come l’osservatore descritto da Arasse non coglie da subito la presenza del personaggio nero, è possibile che, in un primo momento, il messaggio del video girato al Louvre sfugga alla percezione. L’abitudine ai personaggi bianchi nei dipinti del Cinquecento rallenta la percezione della figura nera, e l’abitudine a pensare che Beyoncé e JAY-Z siano estranei al Louvre porta a banalizzare il senso del video, riducendolo a espressione di una cultura secondaria: una cultura più bassa, semplice e volgare; ma non per cattiveria.