Promethea e il viaggio cabalistico di Alan Moore

di Marco Lemme

 

Promethea è un’opera che racchiude larga parte delle teorie di Alan Moore riguardanti la magia, l’occulto ed il profondo legame che, secondo l’autore, intercorre tra realtà materiale ed immateriale; non a caso egli stesso la definisce come «a protracted rant about magic» (Clarke 2015). All’interno vi si può individuare uno sterminato elenco di riferimenti alla letteratura che nei secoli è stata accostata a questo genere di studi. Sfogliando le pagine ci si trova davanti ad un condensato di immagini oniriche, personaggi e luoghi che trascendono la realtà fisica, ponendo il lettore di fronte a scenari e oggetti che letteralmente sfidano i limiti dell’immaginazione.

 

Attingendo alle teorie di Aleister Crowley riguardanti il linguaggio della magia, secondo il quale «to cast a spell is simply to spell»(Farmer 2000), e facendo appello alle Idee di Platone, alla teoria degli archetipi di Carl Jung e quella dei Tre Mondi di Karl Popper, Moore cerca di legittimare l’esistenza di un mondo ideale ed immateriale legato sia all’essenza della realtà materiale che alla coscienza dell’essere umano. Ogni idea, ogni pensiero ed ogni prodotto artistico sono il frutto di un atto che può essere considerato magico al pari di un coniglio che esce da un cappello, ovvero un oggetto reale apparentemente generato dal nulla (Farmer 2000). Partendo da questi presupposti, Alan Moore arriva a sostenere che arte, linguaggio, magia e coscienza siano tutti aspetti dello stesso fenomeno. In quest’ottica, arte e magia risultano essere due termini intercambiabili, e l’immaginazione si pone a fondamento di entrambe (Proctor 2016). È da questa premessa che prendono forma il personaggio di Promethea e lo sviluppo della trama dell’opera di Moore: «this emblem of Promethea that you are looking at — this is the actual goddess Promethea. That this is an actual embodiment of the imagination»(Bebergal 2013).

 

La protagonista della storia è Sophie Bangs, una giovane studentessa di una futuristica New York a cavallo fra il XX ed il XXI secolo. Lavorando su di un saggio riguardante il personaggio di Promethea, ella scopre che quest’ultima compare in diverse opere letterarie a partire dal libro A Faerie Romance di Charlton Sennet del XVIII secolo, fino ad apparire per l’ultima volta nei fumetti di un certo Steven Shelley, scritti fino all’inizio degli anni Novanta del Novecento. Sarà proprio in seguito all’incontro con la vedova di Shelley che la protagonista verrà a conoscenza della natura sovrannaturale di Promethea. Quest’ultima è una dea capace di manifestarsi nel mondo materiale impadronendosi del corpo dell’artista (o di quello del suo modello) nel momento in cui egli produce un’opera che la riguarda. È infatti attraverso una breve poesia su Promethea che Sophie Bangs diviene la nuova incarnazione della stessa: l’immaginazione e la creazione artistica fungono nella loro sconcertante semplicità da rituale attraverso cui la dea viene di volta in volta evocata, richiamata dal suo regno di appartenenza che è pura immaginazione, l’Immateria. Sophie Bangs/Promethea, nei primi volumi dell’opera, si avventurerà dunque in questo luogo, e qui conoscerà ed interloquirà con le passate identità di Promethea (Moore e Williams 2003). Attraverso incontri e scontri con creature provenienti da questo mondo sovrannaturale o, più in generale, capaci di relazionarsi con esso, la protagonista acquisirà nuove nozioni riguardanti il potere, le origini e la natura di questa dea.

 

Nei volumi dal 12 al 23 Moore costruisce una cosmologia e una cosmogonia che ricalcano e rielaborano la struttura dell’Albero Sefirotico, figura ricorrente nella tradizione cabalistica (Nala 2004). In questi volumi vengono mescolati alla tradizionale rappresentazione delle 10 Sephiroth, elementi provenienti dalla mitologia greca, dai culti egizi e norreni, dal cristianesimo, dall’ebraismo, dall’Induismo, dai tarocchi e soprattutto dalla letteratura esoterica ed occultista. Ad esempio, l’intero volume 12, in cui la protagonista apprende i fondamenti della magia, si sviluppa intorno alle raffigurazioni dei tarocchi di Aleister Crowley (Nala 2004). Questi, per inciso,compare più avanti anche come vero e proprio personaggio, accompagnato dal disegnatore ed occultista Austin Osman Spare, autore nelle cui opere Moore dichiara di aver ritrovato l’affinità di cui sopra fra magia ed arte (Proctor 2016). L’enumerazione delle Sephiroth è stata sviluppata tradizionalmente seguendo un andamento discendente: dalla Sephira più alta e divina, Kether, fino ad arrivare a Malkuth, la Sephira propriamente terrena. In tal modo viene posto l’accento sulla derivazione divina dell’Albero della Vita(Friedenthal s.d.). Alan Moore, al contrario, imposta il cosiddetto “viaggio cabalistico” (Proctor 2016) di Sophie in maniera opposta, sottolineando così la possibilità dell’essere umano di cimentarsi in un cammino di ricerca interiore e mistico. 

 

Sulle tracce della vedova di Shelley, morta a seguito di uno scontro con entità demoniache sulla Terra, Sophie/Promethea arriva, inizialmente, nel livello più alto di Malkuth, la decima Sephira (quest’ultima è infatti rappresentata come una croce all’interno di un cerchio, diviso dunque in quattro sezioni di cui una su di un livello superiore rispetto alle altre tre), in cui vivono le passate incarnazioni di Promethea. La tappa successiva sarà poi Yesod, la nona Sephira (Moore e Williams 1999-2005, vol. 13). Il passaggio tra le due Sephirot avviene lungo la “Route 32”: qui ha luogo l’incontro fra Sophie/Promethea ed una donna danzante avvolta da un serpente, rappresentazione dell’universo nei tarocchi di Crowley. La donna è simbolo dell’immaginazione, mentre il serpente – secondo Moore – rappresenterebbe il DNA e, in generale, «tutto ciò che cresce sulla Terra» (Moore e Williams 2006, vol. 13, p. 14). Dopo una reciproca dichiarazione d’amore, la protagonista si congeda da questa entità, distaccandosi in tal modo dalla dimensione terrena, materiale, per poi proseguire nel viaggio che la porterà ad esplorare le restanti nove Sephiroth. L’arrivo a Yesod ha non a caso tutte le caratteristiche della morte: avviene su di una barca traghettata da Caronte sullo Stige, il quale esige come tributo da Promethea la moneta (una delle armi a disposizione della dea) simbolo della sua «coscienza terrena» (Moore e Williams 2006, vol. 14, p. 6), ricordandole che di lì in poi non ne avrà bisogno. Yesod, il cui significato è Fondazione, rappresenta un punto cardine dell’Albero Sefirotico: nella lettura discendente, Yesod è una sorta di “Axis Mundi”, un momento cruciale della creazione e della sussistenza dell’universo fisico (Friedenthal s.d.). Moore, invece, attraverso un parallelismo tra inconscio e morte – dice infatti Caronte «dove altro incontriamo i defunti, se non nei sogni?» (Moore e Williams 2006, vol. 14, p. 3) – pone Yesod come primo gradino, ormai già separato dal mondo materiale, del percorso interiore, ideale ed al contempo spaziale verso le Sephiroth più alte.

 

Dietro questo viaggio cabalistico, è facile intravedere la teoria di Moore riguardo quella che lui definisce una vera e propria regione spaziale, seppur differente dalla comune e scientifica definizione di spazio, in cui l’immaginazione assume forma nell’arte e nella magia (Farmer 2000). Questa dimensione è il luogo in cui affondano le radici tutti i prodotti artistici, ogni linguaggio e ogni pensiero. L’esplorazione della protagonista di un simile dominio si traduce in una rassegna dell’eredità ancestrale delle civiltà, e al contempo in un’introspezione in cui questi elementi svolgono una funzione archetipica. Alla luce di tutto ciò, Promethea può essere considerato una sorta di manifesto del pensiero dello stregone di Northampton.

 

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

  • Bebergal Peter (2013), Hey, You Can Just Make Stuff Up: Differences between magic and art: None, “The Believer”, Giugno 2013 (consultato il 14/11/2017) (https://www.believermag.com/issues/201306/?read=interview_moore).
  • Clarke Susanna (2015), Susanna Clarke interviews Alan Moore: the wonderful wizard of... Northampton, “The Telegraph”, 16/05/2015 (consultato il 14/11/2017) (http://www.telegraph.co.uk/culture/books/authorinterviews/11608804/Susanna-Clark-interviews-Alan-Moore-the-wonderful-wizard-of...-Northampton.html).
  • Farmer Rob (2000), Alan Moore: Language, Writing and Magic, tratto dal documentario "The Other Side: Comic Tales with Alan Moore" (consultato il 14/11/2017) (https://www.youtube.com/watch?v=vw1Sv04YQS4).
  • Friedenthal Andrew (s.d.), Journey To the Center of Kaballah: An Analysis of the Use of the Sefirot in Alan Moore and J.H. Williams III’s Promethea, “Angel Fire” (consultato il 14/11/2017)(http://www.angelfire.com/comics/eroomnala/CompEntries/Entry5.html).
  • Moore Alan e Williams James H. III (1999-2005), Promethea, vol. da 1 a 32, America’s Best Comics.
  • Moore Alan e Williams James H. III (2003), Promethea: Book One (2001), vol. 1 di 5, America’s Best Comics, traduzione di Leonardo Rizzi, distribuito in Italia da Magic Press, Ariccia (Roma).
  • Moore Alan e Williams James H. III (2006), Promethea: Book Three (2003), vol. 3 di 5, America’s Best Comics, traduzione di Leonardo Rizzi, distribuito in Italia da Magic Press, Ariccia (Roma).
  • Nala Eroom (2004), Promethea: Notes and Annotation by Eroom Nala, “Angel Fire” (consultato il 14/11/2017) (http://tarothermeneutics.com/tarotliterature/promethea/PROMETHEA.pdf).
  • Proctor Sam (2016), Alan Moore: The Art of Magic, “Pagan Dawn”, 12/02/2016 (consultato il 14/11/2017) (http://www.pagandawnmag.org/alan-moore-the-art-of-magic/).