Roth

 

di Nicolò Rubbi

 

Philip Roth è morto da una settimana, e già il millantato interesse per la sua gigantesca figura sembra esser scemato: e così, come solito, dimostriamo soltanto una infallibile perversione per la dipartita di un uomo celebre, atto cronachistico sempre goloso. 

 

Googlando su l’internét, si trova qualsiasi tipo di porcheria giornalistica, dagli articoli degli indignados, scossi dall’utilizzo rothiano del verbo ‘scopare’, agli irriducibili entusiasti, quelli che Roth lo hanno riscoperto solo a ultimo respiro ormai esalato e che ora stilano il solito decalogo delle opere da non perdere. Il ventaglio delle possibilità necrologiche soddisfa i gusti di un orizzonte altrettanto ampio di fedeli, di lettori onnivori e famelici, di curiosi, di avvoltoi e sbranacarcasse. Ma resta una domanda: perché dovremmo ricordare Philip Roth? Per la sua scrittura, naturalmente, per come direzionava l’obiettivo e zoomava sul mondo e di nuovo indietreggiava; per la sua maestria narrativa, sempre venata e irrorata da una non facile ironia; per l’implicito j’accuse al grande sogno americano e alle sue nevrosi. Ma – io credo – non solo per questo.

 

Sembrerà strano o ingiusto che io scomodi qui il termine vita. Ognuno immaginerà che lo faccia in relazione a quanto compare nella sua produzione, a quelle pagine in cui la vita, sì, pulsava – altroché –, e invece scelgo di farlo mettendo in relazione la sua opera alla sua propria esistenza: quella di Roth Philip, Newark 19 marzo 1933. Perché la letteratura, che ci piaccia o no, ha sempre a che fare con i vissuti dell’uomo che l’ha concepita, e, come sostiene Franzen in uno dei suoi meravigliosi saggi su lettura e scrittura, le possibilità di un personaggio sono sempre quelle di chi lo ha messo al mondo.

 

Roth era un tipo schivo, di quelli che potenzialmente ti rifiutano il Nobel quando meno te lo aspetti; e sono e rimango certo dell’implicita relazione tra intimità e qualità del lavoro. Perché va ricordato, Roth? Perché in un mondo di puttane letterarie, divise tra reading pubblici e talk show televisivi, vi è un uomo che si chiude alle spalle la porta dello studio e si concentra per dar vita a quella miriade di fantocci, burattini, pagliacci, uomini nudi, donne disperate che altro non sono che sfumature di vita dell’artigiano che li ha messi al mondo, soggetti e oggetti di un universo lasciato decantare e per il quale vale – questa volta più che altre – veramente la pena di scomodare il termine Letteratura. L’immagine dell’uomo ritirato in una casa appartata, tutto dedito a creare in senso puro, ha e avrà sempre qualcosa di tardo-romantico, di antico ed estremamente affascinante.

 

Roth era semplicemente un’anti-celebrità, un uomo d’altri tempi. E per fortuna che non ha vinto il Nobel, mi verrebbe da dire, poiché l’Accademia non è più il luogo preposto a registrare il polso della letteratura mondiale, bensì solo un palcoscenico sul cui podio sale solamente chi ha giocato meglio le sue carte. E Roth, con la politica, non ci sapeva di certo fare. Quanto a noi, popolino, quando non siamo indignati per certa terminologia cruda o per qualche immagine forte, siamo dispiaciuti per il mancato blasone scandinavo, quello per la cui mancata consegna – invero e forse – dovremmo gioire. Perché invece di vestirsi di tutto punto, impomatarsi i capelli e prendere un volo per la Svezia, a Roth è stato concesso di rimanere a casa a leggere, a scrivere, poiché questo sapeva e doveva fare. Vediamola così, poiché non sapremo mai come sarebbe andata veramente. Ma questa immagine, questa possibilità di rifiuto, che dobbiamo conservare, continuerà a farci salire un groppo alla gola e qualche lacrima: la letteratura che trionfa sul riconoscimento.

 

Tra tutti i suoi personaggi, ve n’è uno che, a bocce ferme, sembra ricordarmi Roth più di altri. E. I. Lonoff – il romanzo è Lo scrittore fantasma, del 1979 – vive al margine della società, ma nel perfetto centro della sua opera. Zuckerman lo va a stanare, e nel corso della narrazione sembra farsi strada l’idea di una relazione tra marginalità e genio, tra liminalità e capacità di creare (appunto) in senso scarno, crudo e trasparente. Esiste anche in Roth il paradosso tra una totale apertura letteraria, quelle in cui i temi si fanno duri e il linguaggio a tratti sboccato e osceno, e la chiusura, l’intimità personale che caratterizza l’uomo e invera l’opera. E a noi è dato solo il gusto di un’interrogazione pura su questo mistero creativo. Eppure, in tutto questo interrogare resta una certezza: la esse maiuscola in apertura della parola scrittore, che si suole affiancare a chi batte con una certa dedizione le dita sulla macchina da scrivere, Roth l’ha meritata completamente e certo più di altri, poiché ci ha provocato, indignato, scomodato e alienato, ed è questo forse che dovremmo pretendere da un autore: che ci ribalti dalla sedia con quello che sa fare rimanendo comodamente seduto alla sua. Da aspirante scrittore, amante della penna o cultore della materia vorrei avere questa capacità, ma vorrei anche essere più riservato, vivere una vita più appartata e più schiva, poiché so che quelle quattro cazzate che metto su carta ne guadagnerebbero enormemente. Magari non un Nobel, certo, ma la soddisfazione di aver davvero convinto qualcuno.

 

È così che Roth mi ha insegnato il senso della concentrazione e una certa, irriducibile abnegazione per il lavoro.