Piazza della Loggia

 

di Andrea Germani 

 

Questa recensione è stata scritta due anni fa, nel maggio 2016, e mai pubblicata; ho deciso di prenderla nuovamente in mano e proporla a voi senza aggiungere modifiche. Questo perché ritengo che rileggersi e criticarsi dopo molto tempo sia uno dei migliori modi per imparare a diventare i più intransigenti giudici di sé stessi. Non dimentichiamo che Deckard, prima di tutto, è un laboratorio di scrittura. Buona lettura.

 

 

All’inizio ero scettico all’idea di scrivere questa recensione, essendomi già occupato in maniera esaustiva di quel famoso ventotto maggio bresciano nell’articolo che scrissi un anno fa per Pandora; allora c’era il processo in corso – l’ennesimo processo – verso Carla Maria Maggi e Maurizio Tramonte, ritenuti gli esecutori dell’attentato che sconvolse la cittadina lombarda nel 1974. Li condannarono. Il mio articolo rimbalzò su qualche pagina Facebook per un paio di giorni, vidi il mio nome passare da una bacheca virtuale a un’altra e a ciò corrispose una moderata soddisfazione: da qualche parte nella penisola, un manipolo di curiosi ha dalla sua qualche nozione in più sulla contemporaneità del proprio paese. Restava comunque l’amarezza di sapere che quella condanna era forse servita di più a sincerare i familiari delle vittime che le istituzioni non si sono dimenticate del tutto di loro, piuttosto che a fare luce sull’orrenda strage.

 

Un anno dopo sono di nuovo qui, mi ha convinto a ritornare sull’argomento, e magari a provare a parlarne in maniera differente, il mio amico e collega Paulo presentandomi questo libricino edito da Morcelliana. Recentemente, egli si è occupato della guerra civile che insanguinò l’alta Italia nel biennio 1943-1945, e gli è sembrata una buona idea che io parlassi invece del conflitto interno che, trent’anni dopo, ha dilaniato ancora la penisola: un conflitto impercepibile, che era presente ma non si vedeva, i cui soldati, gli ufficiali e le armi con cui combatterlo non si vedevano eppure c’erano. Solo i morti e lo strazio dei loro cari erano in bella vista. 

 

Emanuele Severino è un filosofo bresciano. Prima di quella mattina, non si era mai occupato di cronaca o di terrorismo. Fu quel tremendo evento a convincerlo a spendere qualche parola sull’accaduto, avviando una prolifica collaborazione con le testate locali e nazionali. Il primo giugno 1974 su BresciaOggi uscì il suo articolo: oggi, quarantadue anni dopo, possiamo trovarlo in questo volumetto, affiancato a un’intervista allo stesso Severino, a cura di Ilario Bertoletti, in cui sembra voler confermare le sue tesi, che il tempo gli abbia dato ragione. Non è facile in così poco spazio presentare una puntuale descrizione del quinquennio che si stava concludendo nell’estate del ’74. Verosimilmente, tutto era iniziato con un’altra bomba, cento chilometri più a ovest, un’esplosione che aveva dilaniato l’androne di una banca e lasciato sedici corpi esanimi sul pavimento. Trascorsero cinque anni bui, alle bombe si alternarono gli omicidi politici, alle rivolte nelle piazze le torture nei commissariati, cospirazioni e tentati golpes; eversori armati e addestrati che tentavano goffamente di passare per attivisti e militari che si spacciavano per servitori dello Stato quando, in realtà, cospiravano per rovesciare l’ordinamento democratico.

 

 

Alle lotte per i diritti che agitarono il biennio a chiusura degli anni ’60, la democrazia rispose con manganelli e condanne, ma questi dopo poco non bastavano più: industriali e commercianti erano in agitazione, gli scioperi e le occupazioni bloccavano la produzione, facendo perdere credibilità alla ridente Italia figlia del boom economico. Le lotte dei lavoratori volevano insegnare ai più piccoli che è giusto demolire la rigida gerarchia che vuol rimarcare una presunta superiorità di alcuni uomini su altri, degli uomini sulle donne, di chi crede in Dio su chi crede nella potenza creativa delle macchine desideranti. Dunque, laddove non arrivarono le manganellate, arrivarono le bombe: Bologna, Brescia, Catanzaro, Gioia Tauro, Milano, Padova, Peteano, Roma, San Benedetto Val di Sambro, Trento, Venezia.[1]  Talvolta si risolsero con un nulla di fatto, talaltra falciarono decine di vite in pochi istanti.

 

I più forti volevano trasferire le proprie paure sui più deboli; per scrollarsi di dosso il peso delle lotte lavoratrici e studentesche, dovevano intimorire il ceto medio, oppure peggio, terrorizzarlo, persuaderlo che là fuori c’era qualche sovversivo pronto a uccidere innocenti senza alcuna ragione. Per ogni bomba che esplodeva, c’erano centinaia di studenti e lavoratori “rossi” che venivano malmenati e interrogati per giorni interi nelle questure. Cosa potevano saperne loro, quando in giro c’era un anonimo “padovano” secondo cui «bisognava fare una strage […] una strage dalla quale non uscissero che fantasmi»? Quando il romano Clemente Graziani, fondatore assieme a Pino Rauti del centro studi “Ordine Nuovo”, scriveva in un numero del 1963 dei Quaderni di Ordine Nuovo le seguenti parole: «per la conquista totale delle masse la dottrina della guerra rivoluzionaria prevede, oltre che il ricorso alla azione psicologica, il ricorso a forme di terrorismo spietato e indiscriminato. […] Il terrorismo indiscriminato implica, ovviamente, la possibilità di uccidere, o far uccidere, vecchi, donne, bambini. Azioni del genere sono state finora considerate alla stregua di crimini universalmente esecrati ed esecrabili […] I canoni della guerra rivoluzionaria sovvertono però questi principi morali e umanitari»?[2]

 

Ci vollero anni prima che l’opinione pubblica e il potere legale comprendessero quale fosse la finalità delle “immotivate stragi” che insanguinarono l’Italia per cinque anni: il mantenimento dell’ordine democratico. Suona paradossale, eppure è così: «il terrorismo distoglieva dai progetti di rinnovamento della nostra società – elaborati soprattutto dalle sinistre» (p. 28). Le azioni terroristiche erano volte a creare uno stato di panico utile a legittimare il rafforzamento dell’apparato repressivo (ferocemente anti-comunista) che prendesse di mira le lotte per il salario e per la dignità del proletariato. «Il terrorismo di destra è espressione del fattore stabilizzante: destabilizza l’ordinamento democratico in Italia per mantenere il fondamentale tipo di stabilità promosso dalle superpotenze» (pp. 20-21). A una prima operazione di coinvolgimento dei “rossi”, attori totalmente estranei alle operazioni terroristiche, seguirono azioni squisitamente propagandistiche che dipingevano “rossi” e “neri” come due facce della stessa medaglia: i due poli dei cosiddetti opposti estremismi.

 

L’Italia visse un periodo di radicata tensione volta a screditare le lotte delle masse lavoratrici confinandole nel regno oscuro della guerra alla democrazia e alla pace sociale, una guerra a bassa intensità [3] che faceva uso di un terrorismo “dosato” (cfr. pp. 28-29) per riempire piazze, banche e vagoni dei treni di cadaveri mentre i soldati operavano nell’ombra. Non a caso sorsero nelle grandi città movimenti guidati da esponenti della classe dirigente, che vantavano l’appoggio di larga parte della classe media, la cosiddetta maggioranza silenziosa. Silenziosa perché spaventata, silenziosa perché intimorita dall’idea che a una parola di troppo avrebbe corrisposto l’ennesima risposta violenta. La guerra rivoluzionaria si rivelò essere una guerra controrivoluzionaria, i suoi fautori dichiaravano di voler annientare lo Stato borghese ma in realtà aveva tutto l’interesse a mantenerlo intatto e al sicuro dagli sconvolgimenti politici provocati dai veri rivoluzionari; una guerra che partiva dalla promessa di svincolare l’Italia dall’asse atlantico ma che in realtà era solo il prologo di un’eventuale guerriglia organizzata; una guerriglia da attivarsi in caso di avanzata delle truppe sovietiche; un conflitto combattuto da lealisti bugiardi, da alleati mascherati da nemici. I tentati golpes si rivelarono solo delle grandi esercitazioni: sarebbero andati in porto solo se si fosse prospettato il rischio di una rivoluzione sul modello di quelle dell’Europa orientale, il vero e unico terrore che disturbava il riposo dei “patrioti” italiani.

 

Severino ha ragione quando dice che nessuno aveva interessi a far ripiombare l’Italia nell’incubo totalitario. Anzi, si potrebbe quasi dire che il timore maggiore risiedeva nelle presunte mire “totalitarie”, in perfetto stile sovietico, del PCI, che aveva visto i propri consensi allargarsi a macchia d’olio ma che si trovò costretto a ripensare la propria linea politica, a riorganizzare i propri progetti di inclusione e di lotta alla società classista, a sganciarsi sempre di più da scioperi e scontri di piazza; todo modo per dimostrare alla maggioranza silenziosa che le bombe e i morti non erano il preludio di una rivoluzione comunista. Ad oggi possiamo dare credito all’ipotesi che circolava in quegli anni, espressa con limpidità dallo stesso Severino: c’erano tutti gli interessi a provocare delle risposte “rosse” che fossero violente, che sapessero confondersi con le bombe, che potessero in un qualche modo dare ragione alla maggioranza silenziosa.

 

In questa sede però, è doveroso contestare a Severino l’idea, forse idilliaca, di una DC “garante della democrazia” e della difesa da violenti capovolgimenti (cfr. p. 16); come negare che furono i moderati, i centristi, a partorire l’idea stessa di opposti estremismi? Come giustificare lo stato di polizia voluto da Cossiga per arginare le lotte studentesche? O le ambiguità del potere personificate da Andreotti, che ammise di aver sempre saputo della presenza di milizie nel Nord-Est, preparate a mettere in atto una controrivoluzione in caso di invasione dalla vicina Jugoslavia? «Perché il fascismo vuole provocare una reazione violenta delle sinistre? Perché sa che se le sinistre accettassero la lotta armata (sostituendosi ai poteri dello Stato), larghissimi strati della borghesia italiana, grosse porzioni del ceto agrario e delle popolazioni del Sud, buona parte dei clericali e certi altri ceti sociali si dimenticherebbero subito di Piazza Fontana e Piazza della Loggia e si schiererebbero immediatamente al fianco delle forze fasciste per arginare l’avanzata comunista» (p. 9).

 

Ci è stato insegnato che ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, oggi accettare l’idea che alle azioni fasciste si rispose con altrettanta violenza è un dovere di coscienza, com’è un dovere ricordare che la violenza antifascista non colpiva a casaccio, non uccideva civili e innocenti, non utilizzava le bombe, ma pur sempre uccideva. Non sarebbe giusto svelare l’avveramento della profezia di Severino, ma mi preme scrivere qui che ci fu una cessione alla rabbia, all’astio maturato negli anni verso gli eversori “neri”, carico di emotività sino a diventare vero e proprio “odio organizzato”, messo in pratica da milizie improvvisate: i “neri” provocarono e i “rossi” risposero, questi ultimi potevano fare diversamente, purtroppo non lo hanno fatto.

 

È faticoso etichettare come operazione di “antifascismo militante” l’omicidio premeditato di Sergio Ramelli [4], un ragazzino ritrovatosi immerso con tutte le scarpe nel vortice della lotta politica, forse più per puro spirito competitivo che per chiare ragioni ideologiche, uno che con le bombe e con i morti non c’entrava nulla; fiduciario del Fronte della Gioventù in una scuola dominata dai “rossi”, abbandonato al suo destino dalla vigliaccheria dei camerati, una morte ingiusta che lo ha colto a suon di colpi di chiave inglese sferrati da un commando di adulti mentre lui, giovane e stupido, parcheggiava la bicicletta sotto casa. Avevano forse ragione Pasolini e Pannella, quando sostenevano che i fascisti non fossero subumani predestinati a diventare tali ma persone che sbagliavano, che potevano ancora redimersi, ripulirsi l’animo da ogni traccia di fascismo. L’idea che solo il fascista morto fosse “buono” ha portato a stragi e a mantenere ben saldo l’odio, a dare linfa vitale alle rispettive controparti sino a creare una costante tensione dialettica in cui i due opposti esistono in funzione dell’esistenza dell’altro.

 

Alla luce di anni di studi mi viene da chiedermi: come si può fare antifascismo oggi se non educando? Se non ascoltando tutti, anche chi sbaglia, anche chi provoca, anche chi nella propria stupidità è convinto di aver ragione? L’antifascismo si fa nelle scuole, nelle università, lo fanno gli insegnanti che spiegano ai propri alunni che i totalitarismi non furono cancri estemporanei piovuti dal cielo. L’antifascismo lo fa un divulgatore quando racconta la storia del colonialismo, passato e presente, e spiega perché milioni di persone si riversano sulle nostre coste; l’antifascismo lo fa ogni uomo o donna che legge il Mein Kampf ai propri figli, aiutandoli a capire dove sta l’errore, cioè dove si cela l’anfratto più buio della nostra storia e come evitarlo, come se fosse la peste, oggi, domani, per sempre.

• 

Emanuele Severino

PIAZZA DELLA LOGGIA. Una strage politica 

Brescia, Morcelliana, 2015

pp. 35

 

[1] Questa è la storia recente di questo paese.[http://www.ferrervisentini.it/Documenti%20per%20web/Gli%20anni%20di%20piombo.pdf]

[2] Per approfondire, si veda Mimmo Franzinelli, La sottile linea nera, Rizzoli, 2008.

[3] Per questo concetto, rimandiamo a Low intensity democracy. Political power in the new world order, a cura Barry Gills, Joel Rocamora e Richard Wilson, 1993.

[4] L’omicidio di Sergio Ramelli non fa ridere. 

[http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/04/29/milano-a-40-anni-dallomicidio-ramelli-si-aggira-lo-spettro-degli-anni-settanta/1634872/]