Amore a prima vista

Duncan Phyfe (1770–1854) ca. 1810–20 | in mostra al MET Gallery 728
Duncan Phyfe (1770–1854) ca. 1810–20 | in mostra al MET Gallery 728

di Sara Quondamatteo

 

Devo ammettere di provare un certo imbarazzo nel recensire la raccolta di Wisława Szymborska Amore a prima vista (Miłość od pierwszego wejrzenia), pubblicata da Adelphi nel 2017. Non tanto per la difficoltà di analisi dei componimenti o per un’eccessiva complessità del contenuto: ormai tutti i suoi fedeli lettori avranno imparato ad apprezzare le acque profonde ma pur sempre limpide della sua poesia. Piuttosto, ciò che sembra ostacolare ogni mio tentativo di presentazione del volumetto è la convinzione che non si tratti propriamente di una raccolta di Wisława Szymborska. 

  

E ora che il dado è tratto, vi restano solo due cose da fare. In un caso, dimenticare questa mia assurda teoria, correre in libreria o in biblioteca nella speranza di trovare conforto alle vostre pene d’amore o versi da dedicare alla vostra dolce metà. Nell’altro, proseguire con la lettura di questo articolo, per poi ugualmente correre in libreria o in biblioteca sapendo che troverete molto di più di una collezione di frasi da Baci Perugina.

 

Prima di cominciare, è doveroso precisare che il mio intento non è quello di mettere in discussione la paternità dell’opera, ovviamente. I ventisei componimenti che si susseguono in Amore a prima vista sono tutti usciti dalla penna di Wisława Szymborska. Ciascuna delle poesie proposte è già stata pubblicata nelle raccolte di origine o nell’antologia per eccellenza della poetessa polacca La gioia di scrivere (Radość pisania), edita in Italia sempre da Adelphi. In questo caso, però, cambia il filo conduttore che li tiene legati l’uno all’altro, e soprattutto cambia la mano che li ha ha cuciti insieme. Come suggerito dal titolo, la tematica amorosa unisce i componimenti come lembi di una veste alla quale si vuole dare nuova forma. E il sarto in grado di rivitalizzare un abito un po’ logoro è Pietro Marchesani, storico traduttore  in lingua italiana e amico della poetessa. Il suo esempio aiuta a far riemerge dall’oblio una figura purtroppo ritenuta ancora da molti un mero strumento di conversione da una lingua all’altra al pari di Google. Egli, infatti, nelle vesti di autore (o di co-autore, per chi preferisce) di Amore a prima vista rivela il vero valore di tutti quei traduttori troppo spesso condannati ad una sostanziale non-esistenza o esistenza accessoria nonostante il ruolo di primo piano rivestito nel processo creativo.

 

A sostegno della mia tesi è opportuno citare le parole di Anna Bikont e Joanna Szczȩsna, le quali ricordano che Wisława Szymborska «(o)pponeva un regolare rifiuto a qualunque scelta tematica delle sue poesie. […] Si schermiva soprattutto di fronte ad un’antologia delle poesie d’amore» (Bikont e Szczȩsna, Cianfrusaglie del passato: la vita di Wisława Szymborska, 2015, p. 184). In realtà, spiegano le due giornaliste, la stessa poetessa ha poi ceduto alle pressioni delle case editrici, autorizzando raccolte dedicate alla natura e all’amore. Nel primo caso, non deve essere stato troppo difficile dare il proprio beneplacito: Szymborska amava il mondo della natura in ogni sua possibile manifestazione, dallo scarabeo morto, ignorato dal genere umano, alle nuvole che si inseguono nel cielo, indifferenti alle faccende dell’uomo. «Tanto mondo a un tratto da tutto il mondo» [1] (Wisława Szymborska, La gioia di scrivere, 2009, p. 309): questo è l’incipit della poesia Compleanno (Urodziny), nella quale la poetessa sin dal primissimo verso celebra l’inesauribile e varia ricchezza del nostro pianeta che ogni giorno, senza alcun merito, l’uomo riceve in dono. Non mancano, dunque, motivazioni in grado di chiarire le ragioni di questa sua inversione di rotta, percepita forse come un’ulteriore opportunità per richiamare l’attenzione dei lettori sulle meraviglie (stra)ordinarie della Terra.

 

Spinosa è invece la questione che ruota attorno alla tematica amorosa. Per Szymborska riunire in un unico volume le poesie d’amore equivaleva ad «infilare in un unico sacco vicende riguardanti persone diverse» (Cianfrusaglie del passato; pp. 185), ossia tradire la singolarità di ciascuna storia. Si fa quindi fatica ad attribuirle la piena responsabilità di un’operazione così “impersonale”, che non tiene conto della moltitudine e dell’unicità degli amori vissuti. Tale sospetto trova in effetti una conferma importante proprio nella nota posta in appendice alla raccolta, nella quale si legge: «(v)orrei qui limitarmi a giustificare la presentazione di questo Amore a prima vista che risponde, oltre che a un gusto personale, a una necessità» (p.100). Chi parla è Pietro Marchesani che proprio in questo punto, a mio avviso, rivela essere il vero “autore” dell’antologia. Sua, infatti, è la cura dell’opera; sue sono le traduzioni; suo è il merito di aver convinto Szymborska ad accettare questa sfida che nel 2002 si concretizzò con la pubblicazione della prima raccolta amorosa della poetessa. La casa editrice italiana Scheiwiller aveva battuto persino le sue colleghe polacche, alle quali non era stato mai concesso questo privilegio. Così Taccuino d’amore (era questo il titolo originario) rappresentò per anni un unicum, una novità incredibile per la Szymborska, resa possibile non tanto per volontà della scrittrice, ma del suo fedele traduttore. Egli, infatti, denunciando la superficiale conoscenza delle poesie d’amore szymborskiane, si proponeva come garante di una più accurata analisi della tematica.

 

Eppure, precisa sempre Marchesani nella nota, «(r)imarrà deluso chi pensasse di trovare in queste poesie la ripetizione o anche solo l’eco dei tradizionali schemi del genere» (pp. 101-102). Come ci preannuncia la poesia che apre la raccolta, La Musa in collera (Rozgniewana Muza), Szymborska non si serve della lirica come espressione del sentimento amoroso. Al contrario, la confessione lascia il posto alla descrizione di microscene o a riflessioni che sembrano prendere le distanze dalla sfera affettiva vera e propria, tanto che la stessa poetessa arriva a chiedersi la ragione di tale pudore. «È  vero taccio» questa la sua risposta «ma taccio / solo per timore / che il mio canto in futuro / mi dia dolore» [2] (p. 13). Ecco spiegato in pochi versi il programma poetico szymborskiano, che rifiuta qualsiasi forma di manifestazione patetica dell’amore. Szymborska, infatti, si serve di attori, controfigure o personaggi che recitano per lei le parti più “ridicole”, dalle quali vuole mantenere una considerevole distanza. È questo il caso di L’ombra (Cień), poesia metapoetica che descrive con un’immagine calzante l’essenza di quella che può essere riconosciuta come lirica della maschera. L’ombra di cui parla la scrittrice è paragonata ad un buffone che «si è preso il gesto liberale, / il pathos con la sua impudenza, / tutto ciò per cui non ho la forza» [3] (p. 39): sarà lei, e non Szymborska, a struggersi per l’addio del proprio amato, stendendosi in modo pietoso lungo i binari della stazione.

 

L’amore, evidentemente, non si propone come personaggio principale dei singoli componimenti: le sue comparse nel teatro della poesia di Szymborska sono discrete, poco rumorose, sempre attente a non rubare la scena ad altri possibili attori. Nella poesia La chiave (Klucz), ciò che sembra risuonare con più chiarezza non è tanto l’amore che la poetessa dice di provare nella seconda strofa, ma il timore che lo stesso finisca. L’impossibilità di sottrarsi ad una così dolorosa perdita diviene stimolo per una più attenta riflessione sulla tragedia dell’assenza. Tale meditazione raggiunge il suo culmine in Il gatto in un appartamento vuoto (Kot w pustym mieszkaniu), componimento in cui la scomparsa di una persona amata viene percepita attraverso l’inconsapevolezza straniante di un gatto, incapace di comprendere la morte del proprio padrone.

L’amore, dunque, è solo una delle tante possibilità che Szymborska ha per esplorare la varietà e  la complessità dell’esistenza umana. La maggior parte delle poesie comunemente ritenute “amorose” sono punto di partenza per ulteriori riflessioni sull’unidirezionalità del tempo che ci è stato dato di vivere (Nulla due volte – Nic dwa razy); sulla natura che partecipa alla felicità degli amanti (Notorietà – Jawność; Impresso nella memoria - Upamiȩtnienie); sul rischio di idealizzazione del proprio diletto, stimolato dall’ebbrezza del sentimento amoroso (Accanto a un bicchiere di vino – Przy winie); sull’incomunicabilità che impedisce la costruzione di relazioni sincere (Sulla torre di Babele – Na wieży Babel); sul gioco straordinario che il caso realizza con la nostra vita (tematica affrontata quasi in ogni componimento) …

 

Questa breve recensione non può che restituirvi solo un assaggio dell’atipicità e della non convenzionalità di Amore a prima vista. Scoprirete, poesia dopo poesia, la delicatezza di una voce poetica in grado di dialogare con le vostre storie d’amore con garbo e discrezione: “senza esagerare” direbbe lei. E scoprirete il valore di un percorso traduttivo sempre pronto ad interrogarsi e a ricrearsi, alla ricerca di soluzioni formali e contenutistiche fedeli all’originale. Un lavoro lungo quasi quanto l’amicizia che ha unito una poetessa geniale come Wisława Szymborska e il suo ancor più geniale traduttore Pietro Marchesani. 

 

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Wisława Szymborska

AMORE A PRIMA VISTA

a cura di Pietro Marchesani

Milano, Adelphi, 2017 

 

[1] Tyle naraz świata ze wszystkich stron świata (p. 308).

[2] Skoro milczȩ - to milczȩ / tylko przez bojaźń, / że kiedyś ból mi zada / piosenka moja (p. 12)

[3] wziął na siebie gesty, / patos i cały jego bezwstyd, / to wszystko, na co nie mam sił (p. 38).