Florilegio dell'elegia latina

Augustin de Saint-Aubin, François Boucher, Diana Turning Actaeon into a Stag da Les Métamorphoses d'Ovide en Latin et en François, tradotto da M. l'Abbé Banier dell'Académie Royale des Inscriptions et Belles-Lettres, 1766, MET.

 

di Paulo Fernando Lévano

 

Vi suggeriamo questa bellissima raccolta di elegie latine in tempi non sospetti. Certo, sarebbe lecito chiedere quale valore abbia il nostro suggerimento di fronte a un incremento quantitativo di iniziative culturali che hanno come scopo, appunto, coinvolgere il pubblico in una discussione sulla “tradizione romana” nel Novecento, e quando si dice “tradizione romana” non si parla mica di trippa, cacio e pepe e il capitano Francesco Totti. 

 

Davanti a questo incremento, davanti all’efficace incrocio di propaganda politica e divulgazione di contenuti culturali portato avanti da queste iniziative, noi in questa Redazione dovremmo solo arrossire: con tutto ciò che si potrebbe imparare dalla millenaria esperienza geopolitica del Senato e del Popolo di Roma, potremmo addirittura sembrarvi frivoli, proponendovi quelle che noi invece riteniamo essere le pagine più belle in assoluto della letteratura latina.

 

Si potrebbe non essere d’accordo con noi: in fin dei conti, la storia non è fatta solo di letteratura, ci sono testimonianze testuali ed extra-testuali, così che il gusto per l’elegia latina potrebbe trattarsi di un affare privato, privo dunque di qualsiasi rilevanza per chi di letteratura latina non vuole proprio sentir parlare. La storia però non è nemmeno fatta solo di patrimonio immateriale: in questi tempi più che mai è giusto ricordarlo, perché quando “Il Solco della Tradizione”, “Societas Hesperiana” e “Terra dei Padri” vanno alla ricerca di questa famigerata tradizione romana nel secolo scorso, il loro latinorum si ferma all’esaltazione (talora nostalgica) di un progetto di rinnovazione spirituale, o meglio, culturale. “Culturale” nel senso ovviamente più spinto di “non naturale”, poiché la natura è sempre la stessa cassa di risonanza degli spiriti, e sono nello specifico gli spiriti borghesi quelli che ripetutamente vi imprimono i loro condizionamenti mentali. Infatti, non esageriamo quando diciamo che si tratta di un vero e proprio progetto politico che gioca su quella dicotomia squisitamente moderna che contrappone il privato al pubblico.

 

Bisognerebbe, in questa prospettiva, concepire il privato come una sorta di spazio propedeutico per lo spirito prima di uscire e confrontarsi con le cose pubbliche. Ma, stando così la questione, diventa legittimo domandarsi se l’adesione a progetti di questo tipo non abbiano un leggero sentore aristocratico, come se la suddetta tradizione romana fosse ricostruibile per intero a partire dalla “civil luce” degli optimates, apertamente ignorando quella “notte dei nomi” costituita dalla quotidianità dei populares.[1] Per rendere idea dell’impasse, si tenga presente che sarebbe alquanto assurdo immaginarsi la scena musicale in una città basandosi esclusivamente sulla musica che si ascolta sulla radio, nei bar e nelle discoteche.

 

In questo senso, risulta più sano presentare la tradizione romana nelle sue vesti archeologiche prima che spirituali: le rovine di una vecchia chiesa sono un luogo ideale tanto per una messa quanto per un team di archeologi, dunque, noi proponendovi questa bellissima raccolta con testo latino a fronte stiamo scegliendo di soddisfare degli standard metodologici, piuttosto che un appetito liturgico. Un prezioso saggio introduttivo di Francesco Berti pone l’accento sulla giusta importanza degli elegiaci latini a cavallo fra I secolo a.C. e I secolo d.C.: quella di aver presentato un’assiologia alternativa a quella degli optimates, alla faccia loro e per giunta senza servirsi delle maniere violente di Cesare e Pompeo. Qualora la si accolga nelle sue vesti archeologiche, la tradizione romana non è un cadavere irrigidito che aspetta di venire riesumato dagli iniziati che sanno dove andare a scavare. 

 

Roma, non l’urbe né la civitas ma Roma più volte “fondata” e “rifondata”,[2] non se n’è mai andata: per ogni Napoleone e per ogni Patton che fece risalire le proprie vittorie strategiche alle condotte marziali degli antichi romani, per ogni turista che ammirò i loro monumentali relitti in terraferma e si lamentò dell’infrastruttura, possiamo anche (e per fortuna) vantare la persistenza dell’elegia latina come modello lirico per tutta (dico, davvero tutta) la poesia d’amore dell’Occidente attraverso un Lope de Vega e un Foscolo, dimostrando che i valori più ad maiora non si trovano esclusivamente sulla strada della gelosa conservazione della tradizione.

 

[1] Prendiamo l’analogia da un grandissimo studioso della storia dell’Antica Roma: Vico. Scienza nuova II, “Della cosmografia poetica”.

 

[2] Vedi M. Serres, Rome, le livre des fondazione (Grasset, 1983), in cui i conti (e non gli onori) vengono fatti con lo storico padovano attivo nello stesso periodo che interessa la poesia di questa raccolta: Tito Livio.

AAVV

Florilegio dell'elegia latina. Tibullo, Properzio, Ovidio

G Ladolfi: Roma, 2017