Analisi sociolinguistica delle ultime elezioni politiche

 

di Edoardo Bassetti

 

A differenza della maggior parte delle altre lingue, l’italiano ha avuto, a causa della secolare frammentazione politica del Paese, un inevitabile processo di standardizzazione su base stilistica (la lingua ‘migliore’), e non statistica (la lingua parlata dal maggior numero di persone): fra quelli che Eugen Coșeriu chiamerebbe i dialetti primari [1] diffusi nella penisola italiana, venne scelto quello che vantava la più prestigiosa tradizione letteraria, riconosciuta anche in una dimensione sovraregionale (e persino internazionale): il dialetto toscano di Dante, Petrarca e Boccaccio. 

 

Ciò ha fatto sì che la lingua standard venisse a coincidere con la lingua ‘alta’, provocando un fenomeno di diglossia [2] nel quale si opponevano i vari dialetti (lingue ‘basse’, usate prevalentemente nel parlato) e l’italiano (lingua ‘alta’, usata quasi esclusivamente nello scritto), che per sua natura non ha lasciato spazio alla formazione di una dimensione linguistica sovra-standard, diffusa invece nella maggioranza delle altre lingue.

 

Dal Cinquecento al Novecento ben poco è cambiato, e solo a partire dal secondo Dopoguerra questa diglossia è divenuta dilalìa [3], dando origine a un continuum di sottovarietà che ha sostituito una secolare e ferrea bipartizione di lingue e dominî: italiano e dialetto sono divenuti allora vasi comunicanti da compartimenti stagni che erano, incentivando progressivamente (anche in contesti formali) varianti regionali della lingua nazionale – vera novità linguistica degli ultimi decenni del Novecento, che potremmo considerare come una ‘rivincita’ nei confronti del purismo linguistico d’epoca fascista: questo processo di ristandardizzazione dell’italiano, veicolato soprattutto dall’affermazione di una televisione commerciale e meno sorvegliata dal punto di vista della dizione, è stato poi ulteriormente accelerato, negli anni Duemila, dall’avvento dirompente di un aspetto inedito ed epocale: la nascita dello scritto informale favorita dalla diffusione capillare del web e dei social network, che dal 2013 (data delle precedenti elezioni) ad oggi ha visto una crescita esponenziale.

 

In questi ultimi anni, l’utilizzo quotidiano e pervasivo della messaggistica istantanea ha travasato nello scritto molti degli aspetti del parlato, cristallizzando in realtà novità linguistiche che si erano già affermate, ma che non erano mai state formalizzate nero su bianco; ciò ha mandato in crisi alcuni paradigmi che avevano caratterizzato la recente ricerca sociolinguistica, come ad esempio il concetto di variazione diamesica [4], introdotto solo negli anni Ottanta da Alberto Mioni: oggi, per la prima volta nella storia dell’italiano, sapere unicamente se il canale della comunicazione è fonico o grafico, scritto o parlato, non ci permette più di fare alcuna previsione dal punto di vista sociolinguistico. Fino a pochi decenni fa, infatti, la scrittura era un esercizio saltuario, destinato unicamente a situazioni formali (scuola, lavoro, amministrazione pubblica ecc.); dagli anni Duemila, invece, si scrive molto di più e sin dalla tenera età, ma anche e soprattutto in contesti informali (chat private, post sui social network ecc.).

 

Questa rivoluzione comunicativa ha portato, in un lasso di tempo sorprendentemente breve, ad un sensibile abbassamento dello standard linguistico, che ha dato origine – per la prima volta in Italia – a una fascia sovra-standard della lingua (che in realtà corrisponde a quello che fino a pochi anni fa era considerato lo standard, che però ultimamente, appunto, si è spostato verso il ‘basso’): in questo senso, le elezioni politiche del 4 marzo 2018, credo possano essere considerate le prime della storia repubblicana ad aver fatto i conti con una ‘nuova’ lingua, e con la conseguente nascita di un’inedita lingua sovra-standard.

 

Questo processo di ristandardizzazione non è negativo in sé, anzi: l’allargamento della base sociale dello standard è una grande conquista democratica, specie in un Paese come l’Italia dove la lingua è stata per troppo tempo uno strumento discriminatorio e classista, come ci ha spiegato splendidamente Don Lorenzo Milani:

 

La parola è la chiave fatata che apre ogni porta. [....] Quando il povero saprà dominare le parole come personaggi, la tirannia del farmacista, del comiziante e del fattore sarà spezzata. Un’utopia? No. E te lo spiego con un esempio. Un medico oggi quando parla con un ingegnere o con un avvocato discute da pari a pari. Ma questo non perché ne sappia quanto loro di ingegneria o di diritto. Parla da pari a pari perché ha in comune con loro il dominio della parola. Ebbene a questa parità si può portare l’operaio e il contadino senza che la società vada a rotoli. Ci sarà sempre l’operaio e l’ingegnere, non c’è rimedio. Ma questo non importa affatto che si perpetui l’ingiustizia di oggi per cui l’ingegnere debba essere più uomo dell’operaio (chiamo uomo chi è padrone della sua lingua). Questa non fa parte delle necessità professionali, ma delle necessità di vita di ogni uomo, dal primo all’ultimo che si vuol dir uomo.

 

Il problema, semmai, come ha evidenziato il Professor Grandi [5] nelle sue lezioni, nasce nel momento in cui si equivocano polo formale e polo colto: che una legge venga scritta in una lingua il più possibile accessibile a tutti, nel Paese degli Azzeccagarbugli, non può che essere auspicabile; non è altrettanto giustificabile, invece, che si pretenda che anche un testo colto (e quindi non destinato a tutti), come ad esempio una tesi di laurea, venga scritto nella lingua neo-standard.

 

Al di là di ogni considerazione politica, che ovviamente non pertiene a questa sede, mi sembra evidente come nelle ultime elezioni abbiano avuto maggior successo tutte quelle forze che hanno tenuto conto di questo passaggio epocale, aggiornando il loro linguaggio al nuovo standard; mentre invece abbiano ridotto sensibilmente il loro consenso i partiti che fanno ancora riferimento alla lingua standard tradizionale, finendo per rivolgersi ad un’assoluta minoranza della popolazione (la nuova fascia sovra-standard, appunto): dal punto di vista diatopico [6] e diastratico [7] è interessantissimo, in questo senso, analizzare l’abissale differenza dell’andamento del voto tra centro e periferie, tra città (ancor più nelle metropoli) e provincia.

 

 

Osservando le dinamiche che regolano il mondo dei social, d’altra parte, è altrettanto chiaro come i ‘Grammar Nazi’ [8] (in versione utenti del web votanti) non abbiano colto, proprio come una certa parte della politica (che è forse, senza alcuna pretesa statistica, proprio quella cui fanno riferimento), il mutamento impressionante della situazione sociolinguistica italiana negli ultimissimi anni: chi corregge e stigmatizza ossessivamente gli errori grammaticali e sintattici sui social, in realtà, dimostra di non aver compreso la natura ibrida di questi nuovi strumenti, come hanno invece realizzato i portavoce (più o meno consapevoli) dell’italiano neo-standard, e tutta quella politica che proprio dal web ha attinto gran parte del suo bacino elettorale – basti notare come la sola abolizione del rimborso ai partiti, in questo senso, non sia sufficiente a spiegare la quasi totale scomparsa dei manifesti elettorali.

 

L’esigenza, o meglio l’ossessione, di correggere post e commenti nasce da una concezione della regola come norma, che però non tiene conto del piano puramente linguistico: l’unico errore in questo senso, infatti, è quello che pregiudica l’efficacia della comunicazione e, paradossalmente, caratterizza maggiormente una campagna elettorale basata sull’italiano standard - e quindi poco accessibile a una notevole fascia della popolazione – piuttosto che su un italiano neo-standard. Chi si esprime ancora abitualmente nell’ormai italiano sovra-standard, pensando invece di dare voce all’italiano standard, è visto dal resto della società come un radical chic, un ‘buonista’, un esponente del politically correct, una persona distaccata dalla realtà e interessata alla «perpetuazione e [al] consolidamento della divisione in classi vigente in Italia»[9].

 

 

Ancora una volta, ce ne fosse stato il bisogno, la lingua ha svolto un ruolo fondamentale e potremmo dire di avanguardia dal punto di vista socio-politico, confermando quelle che erano le tesi di Gramsci:

 

«Ogni volta che affiora, in un modo o nell’altro, la questione della lingua, significa che si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale»[10].

 

Coloro che non si sono accorti dell’incombenza di questi “altri problemi”, molto probabilmente, sono gli stessi che non si sono accorti del riaffiorare della “questione della lingua”, che non è mai una questione soltanto linguistica, come ci insegna una disciplina come la sociolinguistica: una chiave di lettura che tanto potrebbe tornare utile, in questo difficile periodo storico, per leggere e comprendere la grammatica del nostro tempo.

 

— 

[1] Cfr. Gaetano Berruto / Massimo Cerruti, Manuale di sociolinguistica, UTET, Torino 2015, pag. 76.

[2] Fenomeno linguistico che si verifica quando, in una stessa comunità linguistica, vengono utilizzate due lingue diverse (una ‘alta’ e una ‘bassa’) che non hanno dominî in comune.

[3] Fenomeno linguistico che caratterizza una comunità che utilizza due lingue diverse (una ‘alta’ e una ‘bassa’), che hanno però – a differenza della diglossia – dei dominî in comune, come ad esempio la conversazione quotidiana.

[4] Parametro di variazione sincronica che studia il variare della lingua attraverso il canale fisico di comunicazione, che molti studiosi però considerano una sottovarietà della diafasia (il variare della lingua attraverso le situazioni comunicative).    

[5] Questo articolo, per quanto riguarda la prospettiva sociolinguistica, nasce dalle lezioni tenute, nell’A.A. 2017-2018, dal Professor Nicola Grandi dell’Università di Bologna.

[6] La variazione della lingua attraverso lo spazio geografico.

[7] La variazione della lingua attraverso lo strato sociale degli interlocutori.

[8] Cfr. Nicola Grandi, Le lingue naturali tra regole, eccezioni ed errori in Nicola Grandi (a cura di), La Grammatica e l’errore, Bononia University Press, Bologna 2015, pp. 7-33.    

[9] Cfr. Dieci tesi per l'educazione linguistica democratica in http://giscel.it/?q=content/dieci-tesi-leducazione-linguistica-democratica.

[10] Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Quaderno 29, § 3.