Il Grande Gioco del tempo

Tiffany & Co, Clock, 1885 ca, MET

 

di Matteo Ogliari

 

Il tempo è stato, senza ombra di dubbio, l’elemento naturale più evocativo nella storia culturale del genere umano. Misterioso e ineffabile, eppure onnipresente, è stato immaginato, studiato, pensato, da infinite generazioni di esseri umani, affascinati dalla sua ineluttabilità. L’essere umano non si libererà mai del giogo del tempo, sebbene abbia tentato di sviluppare precisi sistemi e intere cosmogonie per piegare l’universo – e il tempo insieme ad esso – alla sua comprensione. Lungi dall’essere un semplice retaggio del passato, le implicazioni (anche politiche) dei modi attraverso i quali percepiamo lo scorrere del tempo sono più attuali che mai.

 

Tema centrale di tutte le cosmogonie è sempre quello di un passaggio da Kaos a Kosmos: dal pre-formale, dal pre-essere al cosmo delle forme e dell’essere. Ciò avviene sempre tramite un processo ordinatore, consequenziale, che consente di distinguere le forme e di ordinarle. Questo passaggio è simbolizzato nella nascita del tempo. Le divinità del tempo sono sempre, nell’ordine, le più antiche ed ancestrali, nonché in un senso erratiche, ossessive, divoratrici. Così è Kronos nella mitologia greca, ma uguale è Tiamat per i babilonesi e Krishna “distruttore di mondi”, così com’è descritto nella Bhagavad-Gita.[1] Il tempo nelle concezioni non giudaico-cristiane era anche un tempo ciclico, ricorrente, mistico, sacrale, intimamente legato al moto degli astri e all’eterno ritorno delle stagioni e dei raccolti. Si trattava di un tempo prettamente qualitativo, in aperta contraddizione col tempo lineare, progressivo, computabile, irreversibile, ‘introdotto’ dalla concezione giudaico-cristiana: questo tipo di tempo, che è anche il tempo della scienza e dell’orologio, è un tempo puramente quantitativo, privo ormai di aspetti sacrali.

 

Assodato che il tempo ha esercitato da sempre un fascino unico sul genere umano, molti tra gli umani più in vista dei loro tempi si sono proposti di volta in volta di interpretarlo. Aristotele affermava che il tempo è lo studio del movimento nella prospettiva; secoli dopo Newton, all’atto di inaugurare la nuova stagione scientifica dando alle stampe i suoi Principia Mathematica, si rifiutava espressamente di definire spazio e tempo «in quanto concetti notissimi a tutti. Va notato tuttavia» continuava «come comunemente non si concepiscano queste quantità che in relazione a cose sensibili», sentendo il bisogno di una definizione più stringente: «Il tempo assoluto, vero, matematico, in sé e per sua natura senza relazione ad alcunché di esterno, scorre uniformemente, e con altro nome è chiamato durata».[2] Con buona pace di Newton, Albert Einstein con la sua teoria della relatività portò a compimento il cammino già aperto da Galileo, dimostrando trionfalmente la soggettività della percezione temporale e l’interdipendenza tra spazio e tempo, con massa e velocità come fattori discriminanti. Si entrava così nella stagione del pensiero moderno sulla temporalità, con conseguenze quanto mai elettrizzanti.

 

Nel frattempo, all’incirca dal XVI secolo in poi, un’invenzione tecnica è intervenuta a modificare radicalmente la concezione della temporalità, almeno per la maggior parte delle persone comuni: chiaramente, mi riferisco all’orologio. Esempi di orologi esistevano già nell’antico Egitto, nella Grecia ellenistica e nella Cina imperiale – per non parlare poi delle meridiane – ma è a partire dal ‘700 e soprattutto nel corso dell’800 che l’orologio vive una vera diffusione di massa. Ciò avviene per il fortunato connubio di due fattori. Da un lato una capacità tecnologica avanzata consente la produzione in massa di orologi, dotati di buona precisione, portatili e relativamente poco costosi. Dall’altro, nuove tecnologie sociali contribuiscono alla necessità di un’efficiente scansione del tempo per garantire l’organizzazione della società e del lavoro: è questa l’epoca delle due grandi rivoluzioni industriali, l’epoca della borghesia, dei treni, della rapidità delle comunicazioni e del lavoro di fabbrica.

 

Questa lunga premessa è necessaria per chiarire come il tempo, da fattore cosmico, sia divenuto per la società moderna un fattore politico. Il tempo, inteso qui come successione dei minuti e delle ore sul quadrante dell’orologio, è ciò che scandisce il ritmo del lavoro, che separa il tempo di nostra proprietà dal tempo che ogni giorno ‘vendiamo’ in cambio di un salario: «La quantità di lavoro stessa ha per misura la sua durata nel tempo, ed il tempo di lavoro possiede di nuovo la sua misura nelle parti del tempo come l’ora, il giorno, etc.»,[3] scriveva al riguardo Carlo Marx. Se oggi questa considerazione può sembrare scontata o pretenziosa per noi che siamo oramai abituati a considerare ogni parte della nostra giornata in funzione del tempo, per gli europei del XIX secolo rappresentava un cambiamento epocale, vivo e scottante nelle coscienze individuali. Così, apprendiamo che il primo atto della popolazione parigina in rivolta nel 1879, nei primissimi giorni della Comune di Parigi, fu la distruzione spontanea e sistematica di ogni orologio sul quale mettessero le mani. Ribellione al tempo del capitale, riappropriazione di un tempo proprio, individuale. Qualità versus quantità; cosa ci può essere di più politico?

 

Oggi, pur vivendo immersi in un tempo calcolabile e digitale, siamo ben lontani dal liberarci degli effetti che la politica ha sul tempo. E non mi riferisco al mondo del lavoro, ma proprio alla velocità con la quale gli orologi ticchettano. Pochi giorni fa, infatti, numerosi giornali hanno riportato la notizia che un numero stimato tra gli 8 e i 10 milioni di orologi in 25 paesi europei hanno accumulato ritardi di quasi 6 minuti da metà gennaio all’8 febbraio.[4] Si tratta soprattutto di orologi integrati in elettrodomestici come forni, microonde, condizionatori, termostati etc. Questi per misurare il tempo non si affidato a un meccanismo interno (solitamente un cristallo di quarzo, il quale vibra a una frequenza costante e nota), bensì alla frequenza della normale corrente casalinga che li alimenta. E qui viene il bello: le reti elettriche in Europa (e in alcuni paesi limitrofi come la Turchia) sono uniformate e interconnesse tra loro in un’unica macro-rete, con standard fissi e comuni. Uno di questi standard è che l’elettricità viaggia a una frequenza di 50Hz, la quale deve essere tenuta il più possibile costante. 50Hz significa che il flusso elettrico compie esattamente 50 cicli al secondo; l’orologio del nostro forno a microonde lo sa, e ogni 50 cicli registra un click. La ragione di questo ritardo è dovuta a uno squilibro nella frequenza della corrente elettrica, il quale è stato provocato nientemeno che dalle tensioni diplomatiche tra Serbia e Kosovo (mai assopitesi da quando quest’ultimo è diventato uno stato indipendente). I problemi riguardano soprattutto lo status della minoranza serba rimasta in Kosovo, concentrata prevalentemente nelle aree di confine. A fine 2017, Il governo di Pristina ha annunciato che avrebbe smesso di pagare per l’approvvigionamento energetico delle enclave serbe sul suo territorio, per le quali era stata prevista la creazione di una società elettrica ad hoc, anch’essa tuttavia congelata sine die; l’operatore kosovaro KOSTT ha, così, unilateralmente ridotto la propria quota di produzione. Nel caso di uno squilibrio all’interno di una sotto-regione del sistema europeo, gli accordi internazionali prevedono che sia il paese che ne detiene la guida a compensare, immettendo nel sistema una quota maggiore del normale. In questo caso il compito sarebbe toccato alla Serbia, come leader (meramente tecnico) del blocco denominato SMM, che comprende Serbia, Macedonia e Montenegro. La Serbia si è però rifiutata di adempiere a quest’obbligo, per le medesime ragioni politiche, portando così alla crisi. Occorre evidenziare che, dal punto di vista tecnico, la differenza nella frequenza è stata minima: appena 0,004Hz sotto la media, con un valore di 49,996Hz a fronte dei 50Hz standard. Tanto è bastato però non soltanto per provocare un ritardo di 6 minuti negli orologi di mezza Europa, ma anche il volatilizzarsi di ben 113 Giga-watt/ora di energia. Una cifra, per intenderci, che corrisponde all’circa a quello che l’Italia consuma in 4-5 giorni. Oppure a 10.000 volte la bomba sganciata su Hiroshima.

 

Mentre la domanda su chi pagherà questo enorme ammanco di energia starà togliendo il sonno a più di qualche persona, a me viene spontaneo un paragone con il Grande Gioco[5] che si giocò tra Gran Bretagna e Russia zarista nelle vaste regioni dell’Asia centrale per buona parte dell’Ottocento. Nella definizione, resa celebre da Kipling nel romanzo Kim, si condensa la portata di quello che fu lo scontro decisivo tra due potenze imperiali per il controllo dell’Asia centrale – chiave di volta del controllo mondiale. Il fronteggiarsi di queste due grandi potenze ebbe, tra i molteplici effetti, quello di ridurre enormemente il fattore spazio nelle vaste regioni dell’Asia. Agenti delle due potenze mapparono valli e montagne fino ad allora inesplorate tra Afghanistan, India e Russia; crearono relazioni, collegamenti ed aprirono la strada agli eserciti. Il mondo, dopo questi 50 anni, appariva decisamente più piccolo. Certo, la scala degli avvenimenti di quest’ultimo mese è decisamente più modesta, ma le implicazioni sono senz’altro interessanti. I Balcani si confermano ancora oggi, a un secolo dalle guerre che condussero al precipitare della Prima Guerra Mondiale, fonte di instabilità per il sistema europeo. Un’instabilità tale, in questo caso, da spingere lo stesso fattore tempo a rallentare il suo corso. Di ben 6 minuti.

 

Time present and time past

Are both perhaps present in time future

And time future contained in time past. If all time is eternally present

All time is unredeemable.

TS Eliot

 

[1] Per una piacevole lettura introduttiva rimando a Jean-Pierre Vernant, L’universo, gli dei, gli uomini, Torino, Einaudi 2005.

[2] Isaac Newton, Principi matematici della filosofia naturale, p. 104, Torino, UTET 1965.

[3] Karl Marx, Il Capitale, vol. 1, p. 53, Torino, UTET 2013.

[4] Per una descrizione dettagliata rimando al comunicato di ENTSO-E, l’Authority europea che riunisce tutti gli operatori elettrici in un’unica rete: https://www.entsoe.eu/news-events/announcements/announcements-archive/Pages/News/2018-03-06-press-release-continuing-frequency-deviation-in-the-continental-european-power-system.aspx

[5] Per ogni approfondimento sul Grande Gioco rimando a Peter Hopkirk, Il Grande Gioco, Milano, Adelphi 2004.