Trump nelle terre di nessuno

 Jonathan Ernst, Donald Trump hugs a U.S. flag, Tampa, Florida, U.S. October 24, 2016.

 

di Marco Lagna

 

Ah, l’Ammerica, l’Ammerica… terra di libertà e opportunità, terra di accoglienza e di benessere, severa ma giusta, faro dei diritti civili. Ma anche: terra di frontiera e di conquista, di muri e minoranze oppresse, di un imponente sistema carcerario, di fondamentalismo cristiano e di un impressionante divario sociale. Tutte queste anime insieme, sic et simpliciter.

 

Messa in altri termini, un paese sfaccettato, che tra i vari volti che può assumere c’è anche quello di Donald Trump. Da dove viene il suo elettorato, e dov’è finita quell’America liberal e democratica che ha fatto vincere Obama per due volte consecutive? Tutto ciò, agli occhi di noi europei può sembrare una contraddizione schizoide. Un modo di affrontare la questione è pensare alle diverse immagini con cui nel tempo l’America si è vista e si è voluta raccontare, a sé stessa e agli altri. Guardiamo alla letteratura.

 

Come pubblico italiano, siamo stati abituati a un’immagine codificata dell’America come paese giovane e dinamico, composito sì, ma unito nel suo sogno, nella conquista della frontiera e del successo, in sostanza proiettato al futuro e fremente di possibilità. Tra le radici storiche di questa visione c’è la celebre opera di Vittorini Americana [I ed. Bompiani 1942], che ha contribuito a costruire un autentico mito intorno agli Stati Uniti e alla loro letteratura. Americana è un’antologia di autori che vanno da Melville a Dos Passos, da Fante e Steinbeck, e che, insieme a un accurato apparato fotografico-documentario, offre un vero e proprio viaggio nell’America della prima metà del Novecento. In quel periodo, il realismo crudo del racconto e dei problemi affrontati – pensiamo a Furore –, lo stile asciutto e dialogico e insieme elegante di autori come Hemingway e London diventa un faro e una boccata d’ossigeno per gli intellettuali italiani, che venendo dall’oppressione intellettuale del Ventennio, vogliono liberarsi di una lingua vuota e retorica, artificiosamente complessa. L’America è, insomma, sinonimo di libertà, stilistica e intellettuale, che affascina anche per la sua promessa più grande: tutto si risolverà, a costo di impegnarsi e credere. In quest’ottica non si aspira solo a fare, ma a fare molto: tra gli autori statunitensi nasce e si consolida il mito del Grande Romanzo Americano, che sappia raccontare la grandezza e la complessità del paese.

 

Ma la Storia prosegue e gli USA cambiano: dopo la seconda guerra mondiale arriva la guerra fredda e la corsa agli armamenti, il maccartismo, il Vietnam, la guerra per i diritti civili. La promessa che non importa cosa, tutto andrà bene, resiste – si riesce ad arrivare sulla luna d’altronde – ma ha bisogno di sempre maggiori conferme. La letteratura del resto si evolve insieme alla società: non racconta più la vita dei braccianti nelle campagne, degli immigrati messicani ed europei nelle città, né della conquista avventurosa delle terre a ovest o a nord. Ora il centro d’interesse è la classe piccolo-borghese, cittadina, che nella continua ricerca delle promesse del sogno americano, si rivela sempre più gretta e meno eroica, ripiegata nella propria meschinità: i racconti di Carver, nella loro essenzialità, sono esemplari al riguardo. In generale comunque gli stessi autori – soprattutto quelli che sono letti in Europa e in Italia – si allontanano dalle periferie rurali e fanno sempre più spesso parte dell’élite spesso bianca, sempre colta e liberal, che gravita intorno a San Francisco e, soprattutto, New York. È il momento delle avanguardie e del postmodernismo: la complessità crescente della società trova sfogo in narrazioni sempre meno tradizionali e sperimentali perché «se tutto è stato narrato, tutto può essere narrato di nuovo» (p. 12). Due autori tra i più rappresentativi nel disfacimento della struttura classica della narrazione sono Delillo – che con il suo Underworld rimescola internamente le carte nella struttura tradizionale del grande romanzo americano – fino a Wallace, se­ pensiamo in particolare all’incredibile lavoro di «caso studiato» del suo monumentale Infinite Jest.

 

Come fa notare con acume critico Luca Briasco nel suo Americana, raccolta di saggi sulla letteratura statunitense contemporanea – che, sebbene con le dovute differenze si ricollega all’antologia sopracitata di Vittorini – dalla progressiva sperimentazione e quasi dispersione della forma narrativa a cui erano arrivate le opere postmoderniste, in particolare dopo il trauma dell’11 settembre, che colpisce l’America proprio a New York, suo cuore culturale, si sente il bisogno del ritorno alla stabilità rassicurante della tradizione. E questo significa il recupero della forma narrativa del romanzo classico, per cui le contraddizioni si spostano dalla forma della narrazione agli stessi personaggi; ci si allontana dalla dolorosità del presente vagheggiando il passato o descrivendo un (inevitabile?) futuro apocalittico, come nei romanzi di McCarty. Il mercato riscopre quegli autori regionalisti, della “periferia” – la riscoperta di Kent Haruf ne è un esempio – che raccontano un mondo rurale che, almeno in parte, sembra il custode dei valori e delle tradizioni dell’America originaria.

 

In queste tendenze recenti del mercato possiamo inserire anche Nelle terre di nessuno, di Chris Offutt. Con questa raccolta di racconti – e opera prima dell’autore pubblicata in italiano – edita da poco in Italia da Minimum Fax per l’ottima traduzione di Roberto Serrai, si è catapultati in piena America sud orientale, tra i colli e i boschi di un Kentucky agricolo e periferico, ma non per questo marginale. Il libro stesso si apre con una piccola cartina dei luoghi in cui si svolgono le vicende narrate, come ad accompagnare il lettore direttamente nel microcosmo dell’opera, altrimenti misterioso e dimenticato. I nove racconti che compongono il libro sono per trama indipendenti tra loro, ma si legano gli uni agli altri nell’essere le «terre di nessuno» cui si riferisce il titolo italiano.Qui il culto della violenza, l’alcool e la fame sono parti integranti di un tessuto sociale fatto di tagliaboschi e minatori, braccianti e disoccupati: una partita a poker può finire con un regolamento di conti fucile alla mano, come in Affumicatoio, o durante una giornata di lavoro si può perdere una gamba nell’impotenza collettiva, come in Tirar su case. Gli esseri umani tratteggiati nei racconti, spesso rozzi e cinici ai limiti della crudeltà, ma insieme capaci di grande comprensione e pietà, non sono gli unici attori. La natura, infatti, è essa stessa protagonista, forza viva e vitale, forse perché ancora incorrotta, di queste narrazioni: a esempi di incredibile ferocia, come in Luna calante, in cui un orso con una zampata può tagliare via la testa a una bambina senza che nessuno se ne accorga, abbiamo un bosco misterioso ma in fondo benigno come in Quello che devi lasciare, dove la morte di un anziano capofamiglia diventa un ritorno al mitico utero della dea madre.

 

I personaggi dei racconti vengono soprattutto da quel proletariato bianco – quello a cui ci si riferisce spregiativamente come white trash – ma capiamo di essere di fronte alla narrazione di un’America primigenia perché alcuni protagonisti sono neri, o perché la loro stessa origine si perde nel tempo, scevra ormai di qualsiasi riconoscibilità etnica. Uno dei giocatori di poker di Affumicatoio, ad esempio, discende da una famiglia – i Melungeon – di cui non si conosce davvero la provenienza: sappiamo solo che hanno sempre vissuto, appartati, tra i boschi degli Appalachi. Non è possibile dire se il personaggio sia bianco, nero o indiano: è solo un «Melungeon purosangue: gli zigomi alti, i capelli neri, la pelle scura e gli occhi azzurri».

 

Questo libro, che oscilla tra il realismo più crudo e la migliore tradizione del gotico americano, racconta di un’America mai sparita, forse per un periodo non più raccontata, che ora si sta facendo risentire con forza sia in patria che oltreoceano. Una dimensione sociale soprattutto di origine bianca ­– in realtà composita – caratterizzata dalla lontananza dalla città e dalle élite politiche e intellettuali degli Stati Uniti,  a cui il populismo di Trump si rivolge facilmente. E in cui, per ora, ha trovato il suo interlocutore principale.

Chris Offutt

Nelle terre di nessuno

Roma: Minimum fax, 2017