Biogea. Il racconto della terra

George Inness, Pine Grove of the Barberini Villa, 1876, MET

 

di Paulo Fernando Lévano

 

Ammirevole il lavoro del prof. Francesco Bellusci nel diffondere fra i lettori italiani le buone novelle che porta con sé il pensiero filosofico di Michel Serres (1930). Urgente è infatti un cambio d’aria non solo nel repertorio concettuale ma nel vocabolario stesso del “filosofo italiano”, che nei decenni più recenti si è trovato seriamente, per così dire, in imbarazzo davanti a una “grande sostituzione”, risultato della recente invasione di immigrati che ora occupano il posto che a costui de iure spetta: la divulgazione della conoscenza scientifica.

 

Gli “stranieri” in questione, soggiornanti nel territorio dei filosofi, sono i divulgatori. Gli stranieri siamo noi, dunque? Non affrettiamoci: non vogliamo parlare né di nazionalità né di territori, insomma, di giurisdizioni. Diciamo semplicemente che quegli stranieri ci sembrano strani: sono scienziati ma non sono in laboratorio, sono medici ma non si rivolgono a pazienti, sono filosofi ma non si rivolgono a discepoli della filosofia. Comunque, non sono politici: essi stanno parlando della conoscenza scientifica,[1] mica dei due centesimi di sacchetto biodegradabile!

 

Naturalmente, la filosofia di Serres permette a costui, al filosofo italiano, di ricredersi sulla correttezza nel prendere questa vicenda della grande sostituzione come se si trattasse di una questione di “noi” e “costoro”. «Per debolezza o inquietudine, per risultare efficaci oppure seri, sappiamo o possiamo parlare solamente in termini disgiunti, con discorsi speciali, specializzati, speciosi, da fisici o politici, da storici o pii credenti, con equazioni, poemi o preghiere, da scienziati o innamorati, in cattivo francese o in algebra esatta». Non c’è la “grande sostituzione”, e diffidate di costui che ne parla: checché vi dica, non si tratta affatto di invasioni di territori nazionali, né in questo senso né in quello contrario. «Nessuno di questi discorsi può o vuole raggiungere l’altro, incontrarlo, riconoscerlo, sì, amarlo. Abbiamo la pretesa di colloquiare, ma il nostro parlare è dislocato» (p. 56).

 

Tre anni fa, quando fu pubblicata la collettanea su Michel Serres a cura di Gaspare Polizzi e Mario Porro (e noi eravamo già sul pezzo), in essa era incluso un contributo di Bellusci, con un preciso riferimento a Biogea che viene al caso riportare: «un pensiero terzo-istruito, che ibrida stupore poetico e conoscenza scientifica, capace di rimetterci in simbiosi con un mondo non più ridotto a inerzia e meccanismi causali da padroneggiare o a fondo di energia da impiegare». Biogea è lo scrigno che contiene questo pensiero nuovo, che non dà speranze concrete ma insegna a sperare in un’altra, inaudita maniera.

 

Per onestà intellettuale, non si critica ciò che non si è letto: perciò, per parlare della filosofia di Serres bisogna prima confrontarsi con la sua scrittura, che è infatti inaudita per chi si prende le sue dosi di filosofia tramite la lettura di trattati (anche i trattatelli vanno bene) e di aforismari. Quello di Serres è un grande racconto in cui le cose sono state rimescolate: «chi comunica meglio, più in fretta, più lontano, più chiaramente? Noi con Internet oppure gli elementi del mondo, il fuoco, la terra e l’acqua?» (p. 89). Infatti, non sarebbe insensato postulare che la storia della filosofia, avendo finora privilegiato il determinismo tecnologico di Internet e noi, ha riguardato il mondo sempre e solo nella misura in cui esso sia bíos da impiegare (o sperperare) oppure gaia da sottomettere (oppure santificare).

 

Si tratta di un nuovo modo di assumere la sostanza filosofica nel proprio metabolismo: il libro non deve dirvi come è fatto l’ambiente, anzi, è l’ambiente che costantemente dice ai libri cosa devono dire. Invece di aspettarsi che il mondo risponda correttamente ai propri enunciati, il filosofo più di chiunque altro dovrebbe ascoltare l’ambiente. Forse in questo senso potremmo interpretare il voto nitzscheano di Umano, troppo umano: «non voglio leggere più nessun autore di cui si noti che volle fare un libro: ma solo quelli i cui pensieri divennero improvvisamente un libro». Di questo si tratta appunto mettere a tacere i libri degli scrittori: lasciar parlare l’ambiente e smetterla con tutte le ricerche che ambiscono alla purezza del proprio oggetto di studio.

 

Perciò, la lettura del Racconto della terra non procede per capitoli, non segue una trama, non ha un metodo evidente dall’inizio, che renda questo libro, questo autore, questo modo di operare con i concetti insomma, preferibile o biasimabile rispetto alle altre scelte che propone il mercato editoriale. Si va avanti per inni, si medita e si decide, in ogni passaggio s’innesca il confronto con ciò che Kant chiamava “assolutamente grande” nel §83 della Critica di capacità di giudizio: si è tranquilli leggendo questo libro, qualora non si provi più interesse esclusivo e privilegiato per l’uomo e per le sue risposte essenzialistiche (“che cos’è la tecnica?”, “che cos’è il capitalismo?”, “che cos’è l’utopia?”).

 

Ascoltate Biogea che parla ai meticci, ai nuovi filosofi che sanno fare di meglio di ascoltare o non ascoltare: la Terra è più vecchia della Vita, di tanto; la Vita è più vecchia dell’Uomo, di tanto; l’Uomo però è molto più giovane della Storia, che accadeva libera già ben prima di venire ricoperta dalla “storia del mondo” redatta dall’Uomo e derisa sempre in Umano, troppo umano. Se siamo così giovani allora lasciamo agli adulti (o almeno a coloro che credono di esserlo) i discorsi su grandi sostituzioni e azioni identitarie: ora che possiamo, invece di redigere, perché non ci mettiamo a cantare?

 

[1] E, nella misura in cui il filosofo italiano è rigorosamente detentore (talora possessore!) di un sapere specifico, la filosofia ha un metodo ed un modo di agire che si può dire scientifico (nel senso di “rivista scientifica”).

Michel Serres

BIOGEA. Il racconto della terra

Trieste: Asterios, 2016