Gli invisibili nel mercato dell’arte

 Alexej von Jawlensky, Schokko mit Tellerhut, 1910 spostato da uno degli invisibili da Sotheby's, Londra

 

di Bianca Bozzeda

 

Come tutti gli ambiti professionali che si rispettino, anche il mercato dell’arte ha i suoi invisibili: persone che lavorano prima e dopo l’evento pubblico e che danno forma alle mostre, alle fiere e agli accrochages museali. 

 

Quasi sempre uomini, gli allestitori (anche noti come trasportatori, tecnici o imballatori) si occupano di tutti gli aspetti pratici a cui di rado si pensa durante la visita di una esposizione. Eppure, i quadri alle pareti sono stati imballati, trasportati e appesi al muro; le luci e gli spot sono stati orientati in modo che le opere si vedessero al meglio; i pannelli esplicativi, oltre ad essere stati scritti, sono stati installati, così come le lettere auto collanti sono state attaccate una ad una alle pareti. Ogni video-proiezione nasconde un video-proiettore e ogni installazione luminosa prevede prese elettriche, fili e a volte prolunghe, spesso chiusi in canaline che ne nascondono il passaggio.

 

Gli allestitori imballano opere, gestiscono i depositi, caricano camion, spesso li guidano da un paese all’altro e trasportano le casse contenenti le opere fino ai luoghi di esposizione; qui le aprono e installano le opere. Trapanano, avvitano, svitano, martellano, misurano, spostano, sollevano, rispostano, fissano. Poi mettono in ordine e, se tutto va bene -ovvero se non si scoprono altre viti da avvitare e altre assi da fissare- scompaiono per la durata dell’evento. Una volta finita la mostra o la fiera tornano, smantellano e ripartono. Occupano le sale espositive durante i giorni che precedono l’inaugurazione, dalla mattina presto fino a tarda notte. Danno così vita agli allestimenti, alle mostre concepite dai curatori; spesso, anche i curatori fanno nottata insieme a loro, vegliando alla conservazione delle opere e alla curatela (vale a dire la concezione di una mostra e la disposizione delle opere). Il nome del curatore, poi, appare sul catalogo d’esposizione.

 

Durante il periodo di installazione, gli allestitori sono i re delle sale spoglie in cui si terranno le esposizioni: conoscono gli accessi ai luoghi, le opere che saranno esposte e il materiale tecnico, preziosissimo, che portano sempre con sé e che personalizzano in modo da non confonderlo con quello altrui. Ogni allestitore ha la sua cassetta degli attrezzi: non una cassetta in latta, ma veri e propri bauli, piccoli mobili suddivisi in scompartimenti di varie dimensioni. Oltre a un grande rigore organizzativo, agli allestitori è richiesta una forza fisica che permetta di manovrare opere e casse molto pesanti. Non è un caso se molti di loro hanno alle spalle una carriera sportiva. Uno dei più forti che abbia mai visto era un ex body builder: sapeva reggere sforzi maggiori rispetto ai suoi colleghi e per questo era molto richiesto, quindi anche molto ben pagato. Anche lui però, quando la fatica che gli si chiedeva era eccessiva, si infortunava, stirandosi muscoli; infortuni che il responsabile, in quel caso il gallerista, avrebbe facilmente potuto evitare. La sala era invasa da un misto di imbarazzo e di odio quando il gallerista chiedeva agli allestitori di sollevare un’opera pesantissima per poi interrogarsi per interminabili secondi sull’altezza alla quale avrebbero dovuto installarla: un po’ più in basso, un po’ più in alto, più su. Più a destra. “Keep” era l’ordine che indicava agli allestitori che dovevano mantenere una certa posizione, il tempo necessario perché il gallerista si decidesse.

 

Un’altra grande capacità di cui gli allestitori fanno prova è la pazienza, in particolare durante la fase dei trasporti delle opere, che avvengono quasi sempre via camion: pazienza per le pratiche amministrative, per i tempi di viaggio, per il traffico, per i cambiamenti dell’ultimo momento. Ma soprattutto per le pratiche doganali che, temutissime, restano un mistero per i non addetti ai lavori. Controlli, permessi, valori di assicurazione, fatture, bolle di accompagnamento: un rovo di demoni che hanno il potere, se vogliono, di fare andare tutto storto. Gli agenti doganali si occupano di verificare i documenti nel minimo dettaglio: basta un errore, come la dichiarazione di un numero di colli (ovvero di pacchi) diverso da quello indicato sulla lista delle merci trasportate, e il tragitto del trasportatore viene bloccato per ore. Imprevisti del mestiere purtroppo molto frequenti, che limitano la possibilità di organizzare a pieno le giornate, non soltanto nelle ore lavorative: perché un ritardo di tre ore nelle pratiche doganali può allungare il viaggio di mezza giornata o più, e magari comportare spese di pernottamento da contrattare con il gallerista o con il direttore del museo. Motivo per cui, durante i trasporti, agli allestitori capita di dormire sui camion che guidano, e non certo per propria iniziativa.

 

Il miglior allestitore che abbia mai incontrato era svizzero: a più di cinquant’anni aveva una perfetta padronanza del suo mestiere. Sembrava lavorasse sempre: la sua vita era un grande calendario fatto di partenze, arrivi, carichi, scarichi, montaggi, smontaggi, consegne. Chiunque gli mettesse tra le mani l’opera più delicata si sentiva improvvisamente sollevato, anche solo al pensiero di passargli la responsabilità di quel fardello (le opere costano, oltre che valere). Quando non si ha l’abitudine di avere un’opera tra le mani, sono principalmente due le ragioni per cui si inizia a tremare: la consapevolezza dell’unicità dell’opera, e il numero di zeri che ne compongono il prezzo. A lui le mani non tremavano mai. Adorava le ceramiche di Lucio Fontana, fragilissime, e sapeva bene quanto costassero; ma aveva ormai instaurato con la materia un rapporto intimo e di reciproca fiducia.

 

Si era affascinati da tanta sicurezza nei movimenti e tanta tecnica negli accrochages: di fatto, gli era sufficiente guardare un muro per sapere quanto era lungo e conoscere il materiale di scultura per indovinarne il peso. Per fissare due chiodi a due metri di distanza non usava né laser né livelle ad acqua; gli bastavano una matita e un metro. Era capace di dirigere una squadra di cinque o sei persone anche durante lo spostamento di opere dal peso di 250 chili e più; manovre durante le quali gli altri allestitori coinvolti seguivano le sue indicazioni ad occhi (metaforicamente) chiusi. Nel corso di questi spostamenti indicava agli altri i gesti e persino i passi che avrebbero dovuto compiere, consigliando il tipo di presa con cui avrebbero dovuto afferrare l’opera. Ricordo il trasporto di un’immensa tela di Jannis Kounellis (opera rara di per sé, dato che Kounellis smise di lavorare su tela negli anni Sessanta) che doveva essere portata da un piano all’altro di una casa dalle scale lunghissime e affusolate: trasportata da sei persone e sgambettando con le sue dodici gambe, la tela scivolò giù dalle scale come una goccia d’acqua. Tutti i passaggi erano perfetti: sembrava un grande insetto in movimento. Capitava che altri allestitori ma anche galleristi, artisti e giornalisti si fermassero a guardarlo lavorare: prima per curiosità, poi quasi per imparare qualche trucco del mestiere. Certo è che, come diceva lui, 25 anni di esperienza non si imparano in due giorni.

 

Qualcuno banalmente pensa che “di braccia se ne trovino sempre”, ma non è vero: nessuno compra o espone opere rotte, sbeccate o danneggiate; in pochi sanno come manovrarle, spostarle, appenderle e imballarle.