Le linee rosse

 

di Matteo Ogliari

 

«Viaggiamo di più, capiamo di meno». L’incipit in calce alla quarta di copertina dell’ultimo libro di Federico Rampini è già di per sé un manifesto dell’opera, nonché una suggestione circa l’ethos contemporaneo che muove tutti noi (o almeno la gran parte di noi) nel momento in cui saliamo su un aereo: si parte per arrivare da qualche parte. Il viaggio in sé si riduce a una parentesi sospensiva tra due punti. Rampini, viceversa, ha avuto la fortuna ed il merito di fare del viaggio la sua professione, cominciando in un’epoca nella quale il gesto del partire era più importante del luogo dove arrivare.

 

Da Milano a Shangai, da Parigi a Bruxelles, da New York a San Francisco, coprendo numerose sedi prestigiose come inviato del Sole-24 Ore e poi de La Repubblica. Viaggiando, spiega, siamo oramai abituati ad una visione distorta dello spazio e della velocità, la quale privilegia i luoghi di arrivo e di partenza, trasformando tutto quanto c’è nel mezzo, con la sua complessità e la vita concreta che vi si svolge, ad un monotono e uniforme panorama da finestrino d’aeroplano. E non ci sarebbe niente che non vada in questo, se non portasse con sé la tendenza a uniformare, a sottovalutare, a ritenere che là sotto – salvi alcuni macro elementi tipici dell’ambiente antropizzato, come le grandi reti autostradali o la muraglia cinese – non vi sia poi gran ché che meriti di essere approfondito.

 

Per contraddire questa visione, un volo coast-to-coast, da NYC a San Francisco, diventa per Rampini l’occasione per parlare d’America. Di quell’America del dopo Obama e dell’inatteso (ma non imprevedibile) Trump: quell’America tutt’oggi percorsa e frammentata da una molteplicità di linee rosse etniche, razziali, economiche. La geografia è importante, oggi più che mai, perché senza di essa saremmo naturalmente portati a pensare l’America come un elemento unitario e non come una realtà composita di tante Americhe differenti, dove le due coste – ricche, opulente, progressiste, liberal e digitali – contrastano nettamente con la cosiddetta fly-over country, il “paese di mezzo”. L’America liberal delle due coste raramente vi posa piede, limitandosi a guardarlo distrattamente dall’alto. È questa America, l’America rurale, industriale o ex industriale, l’America delle periferie e del tradimento del sogno americano, che in un imprevisto moto di rivolta ha deciso di spiazzare le carte sul tavolo dei politici di Washington DC, dei finanzieri di New York e dei capitani d’industria della Silicon Valley, portando il “loro” candidato sino allo Studio Ovale.


Il libro procede con ritmo incalzante attraverso tredici capitoli tematici, ampi ed ampiamente interconnessi. In essi l’autore tenta di tracciare il quadro di una nuova geografia che poco o nulla ha a che vedere con quella “classica”, quella che ad ognuno di noi evoca ricordi di scuola e grandi cartine vecchie di vent’anni appese alle pareti. In questo percorso l’impegno è tutto volto a tracciare relazioni e influenze, ad analizzare frizioni e aporie, dalle quali emergono quelle linee rosse che danno il titolo all’opera. Le linee rosse sono linee di faglia, allo stesso tempo trincee lungo il fronte di nuove guerre e fragili intersezioni di piani. Per ognuna di esse l’autore propone una (o più) personale cartina geografica, ad alternare il ritmo di quello che altrimenti sarebbe una raccolta di saggi, costringendo così il lettore a trattenersi di tanto in tanto, fermarsi e riflettere. Due quindi sono i fili conduttori del libro: le linee rosse come fronti di cambiamento, attraverso i quali muta e si trasforma il mondo intorno a noi. L’altro è l’attenzione a tutto tondo per i fenomeni del contemporaneo, analizzati nella loro stringente fisicità. Per una cartografia del contemporaneo – sarebbe potuto essere a mio giudizio un sottotitolo appropriato per un libro che unisce competenze geografiche e precise conoscenze storiche del mondo dal secondo Novecento ad oggi con una brillante capacità d’analisi, insieme ad un certo estro narrativo. Il panorama tracciato dall’autore descrive il presente col fine di anticipare il futuro: un futuro a tinte fosche, dominato dall’allarme dovuto al pericolo che trasformazioni incomprese e incontrollate recano con sé. Nonostante ciò, nel corso del libro si aprono spazi di inaspettato ottimismo e, molto spesso, si mostra come la realtà dei fatti riservi più di qualche sorpresa.


La morale è che ogni crisi, vicina e lontana – dai nuovi flussi migratori alla minaccia nucleare, da Brexit a Trump, dall’India alla nuova via della seta, dalle nuove Tigri Asiatiche alla rivoluzione digitale, dall’Europa tedesca al ‘medioevo’ birmano – ci costringe a riflettere sulla fisicità del mondo nel quale viviamo. Influenze, condizionamenti, vincoli, resistenze: ci servono mappe intelligenti per orientarci in fretta. Possibilmente prima che sia troppo tardi.

 


Federico Rampini

Le linee rosse. Uomini, confini, imperi: le carte geografiche che raccontano il mondo in cui viviamo

Milano: Mondadori, 2017