Polizia contatti (a proposito delle fake news)

foto dal Calendario della Polizia di Stato 2012

 

di Elisa Baioni

 

Una decina di giorni fa, il Ministro degli Interni Marco Minniti, assieme al Capo della Polizia Franco Gabrielli e alla Direttrice del servizio di Polizia Postale Nunzia Ciardi hanno inaugurato un nuovo protocollo operativo, che consentirà ai cittadini di segnalare presunte fake news alla Polizia di Stato, tramite una sezione appositamente creata sul sito www.commissariatodips.it. L’iniziativa ha riscosso giudizi tra loro constrastanti: se è vero che in molti l’hanno applaudita, è vero anche che il coro dei dissensi non si è fatto attendere. Cerchiamo di capire perché.

 

Prima di spiegare quali critiche sono state mosse all’iniziativa, però, è opportuno capire meglio in cosa consista. Come si legge nel comunicato ufficiale, dopo che i cittadini avranno segnalato alla polizia l’URL della presunta fake news, un team del CNAIPIC (Centro Nazionale Anticrimine Informatico),[1] prenderà in esame la notizia, verificandone il grado di attendibilità tramite ricerche OSINT, smentite ufficiali, dichiarazioni e analisi provenienti da pagine istituzionali e certificate, o da altre fonti di reputazione affidabile. Nel caso la notizia risultasse “manifestamente infondat[a] e tendenzios[a], ovvero apertamente diffamatori[a]”, la Polizia provvederà a guidare l’utente nella richiesta di rimozione dei contenuti, e informerà la Magistratura per procedere penalmente. Questo è un punto centrale alla questione: di tutte le notizie che riceverà, la Polizia prenderà a carico solo e soltanto quelle penalmente rilevanti e quelle identificabili in maniera univoca come false.[2] Una volta accertato che si tratti di una fake news, un comunicato ufficiale comparirà sulle pagine social della Polizia, contribuendo a evidenziare il debunking effettuato e la smentita ufficile da parte dell’ente o della persona danneggiata. Il Ministro Minniti, nell’intervista rilasciata per l’inaugurazione del protocollo, si confonde quando afferma che sarà la Polizia a mediare con le piattaforme social, e si sbagliano anche coloro che hanno paventato la possibilità che il CNAIPIC possa oscurare le notizie. Secondo il comunicato ufficiale, infatti, l’attività compiuta dalla PS sarà semplicemente indirizzare il cittadino “nella proposizione di richieste di rimozione dei contenuti ritenuti lesivi, richieste le quali, in ogni caso, dovranno essere successivamente valutate dal singolo social network” (corsivo mio).  La Polizia, perciò,

  1. Compirà una vera e propria attività di fact-checking;
  2. Elaborerà un comunicato con i risultati della ricerca;
  3. Aiuterà chi ha segnalato la notizia nei passaggi per procedere alla rimozione;
  4. Contatterà la magistratura, nel caso sia necessario.

Gli obiettivi dell’iniziativa sono due. Il primo è usare Internet per rendere il più agevole possibile la comunicazione tra cittadini e agenti di polizia. Non è una novità: ben prima del Red Button, infatti, il sito del commissariato online consentiva ai singoli di avviare una denuncia per reati telematici o di minor entità.[3] Il secondo, e più importante, obiettivo è quello di “viralizzare la contronarrazione istituzionale”, ossia di mettere a disposizione del debunking il seguito di utenti e l’autorevolezza della Polizia di Stato, affinché l’impatto delle fake news sia meno deleterio. Il protocollo inagurato dal Ministro Minniti, perciò, rientra in quell’ampio quadro di iniziative che hanno, come  proprio fondamento, un’idea partecipata di sicurezza, cioè una collaborazione attiva tra gli operatori specializzati (i poliziotti) e la cittadinanza nel suo complesso. A questa iniziativa volta a contrastare “l’induzione sistematica di falsi convincimenti, individuali e collettivi, e la macroscopica alterazione del sereno dispiegarsi del confronto democratico; il tutto, per favorire interessi particolari - non sempre leciti, chiari o riconoscibili - da parte di singoli individui o gruppi di pressione” (ma chi scrive questi comunicati?) rimarrà comunque affiancata la normale, ed autonoma, attività investigativa compiuta dalla polizia postale.

 

Chi ha temuto che con il Red Button si stesse inaugurando un Ministero della Verità può dormire sonni tranquilli: questa iniziativa è più piccola e inutile di quanto vorrebbe apparire. Al di là del nome altisonante (e inquietante) che le è stato affibbiato, infatti, l’effettiva capacità d’intervento degli agenti di polizia rimarrà esattamente quello di prima, ossia scenderanno in campo solo quando si sarà in presenza di reati penalmente perseguibili, e sempre dietro le direttive della magistratura. Tuttavia, chi si è lamentato dell’iniziativa non l’ha fatto perché in preda a un’isteria da complottismo. Vi sono tre ottime obiezioni che si possono muovere a quanto deciso dal Ministro Minniti. In primis, (1) il Red Button sembra sottostimare (per non dire ignorare) ciò che si conosce del fenomeno fake news. In secondo luogo, e in ragione di quanto appena affermato, (2) il protocollo rappresenta una cura omeopatica del problema, qualificandosi come l’ennesima operazione di breve respiro incapace di incidere sui fattori che realmente contribuiscono al diffondersi delle fake news. Infine, (3) mettendosi a disposizione del debunking, o affidando alla Polizia parte dell’attività ad esso necessario, manda un messaggio politico distorto, e sconfina platealmente nel campo di competenza del giornalismo. Con tutte le implicazioni che questo comporta.

 

Generalmente, con fake news si intende «un’affermazione falsa creata per ingannare il pubblico, spacciando come notizia reale qualcosa di falso o manipolato» (AA.VV. Manuale per difendersi dalla Post-verità, p. 14). Questa categoria, di per sé estremamente ampia, si articola poi in sottogruppi eterogenei, che vanno dalle notizie di satira alle teorie complottiste, dalle bufale pseudoscientifiche a quelle politiche, dagli errori giornalistici alle truffe vere e proprie, ognuno dei quali andrebbe trattato in maniera differente, come fa notare Philip Di Salvo su Wired. Ci trovassimo semplicemente davanti ad un’idra con molte teste, per vincere basterebbe organizzare bene la propria campagna militare, e affrontare ciascun capo con l’arma più appropriata. In realtà, come afferma Shane Greenup,[4] «[n]on esiste una linea chiara che separi le fake news dai titoli manipolati né che separi i titoli manipolati dall'informazione faziosa». Per capire come queste affermazioni apparentemente contradditorie possano stare assieme, si può prendere ad esempio la polemica attorno ai vaccini e all’autismo.

 

Nel 1998 il medico Andrew Wakefield pubblica sulla rivista Lancet una ricerca che tratta di vaccini ed autismo. Malgrado questa manchi del gruppo di controllo e stabilisca che non vi è correlazione tra vaccini e autismo, Wakefield organizza una conferenza in cui definisce probabile il nesso causale tra i primi e il secondo. La notizia ottiene grande risonanza sui media inglesi, finendo col causare una drastica diminuzione delle vaccinazioni e, di conseguenza, un incremento dell’incedenza di quelle malattie che i vaccini contrastavano. Nonostante ciò, Wakefield acquista popolarità presso il grande pubblico, di contro, invece, a quanto accade in ambito medico, dove la sua fama precipita mano a mano che le sue ricerche vengono falsificate. Il colpo definitivo alla sua carriera arriva, però, da un’indagine giornalistica, che rivela come «[…] Wakefield fosse stato contattato da un avvocato che rappresentava alcune famiglie di bambini autistici e che gli aveva proposto di effettuare degli studi finalizzati a dimostrare la correlazione tra autismo e vaccinazioni. Tali studi avrebbero dovuto essere utilizzati per iniziare una causa contro le case produttrici del vaccino MPR ed ottenere un risarcimento miliardario» (AA.VV. Manuale per difendersi dalla Post-verità, pp. 28-29). L’ordine dei medici deciderà di radiare Wakefield proprio per questa sua commistione losca tra interessi pubblici e privati.

 

L’episodio in questione esemplifica perfettamente il problema delle fake news. Ci troviamo, infatti, di fronte a una notizia in principio vera, pubblicata peraltro su una rivista medica di fama internazionale, che diviene prima scientificamente falsa, e fraudolenta poi, nel momento in cui si scopre l’intrigo tra Wakefield e l’avvocato delle famiglie. La notizia, però, ha assunto anche la forma di uno scoop giornalistico/televisivo, cominciando, per questo, a rispondere dei meccanismi di notorietà e guadagni che regolano la diffusione dell’informazione sui vari media. Pubblicizzata in lungo e in largo, entra a far parte delle teorie pseudoscientifiche a sfondo medico, cui centinaia di persone aderiscono per convinzione sincera, e delle bufale politiche che numerosi partiti inseriscono nei loro programmi elettorali, proprio in virtù della risonanza che il tema ha presso il pubblico. Costantemente l’interesse dimostrato dalla gente per questi argomenti attira chi fa soldi sulla base dei click, chi è in cerca di voti, o chi usa la propria conoscenza per fini di lucro, senza contare i satiri che di questo circolo vizioso si fanno beffe. Ravvivando il fuoco, inevitabilmente si ottengono nuovi adepti, ossia persone realmente impegnate ad argomentare a favore di queste pseudo-teorie, e il ciclo ricomincia. È evidente, perciò, che più che a un’idra, il problema delle fake news assomiglia a una matassa aggrovigliata, che nessun Button, per quanto Red, può eliminare. Cosa succederebbe, perciò, se qualcuno segnalasse alle ff.oo. dell’ordine l’URL di una notizia che correla vaccini e autismo? Vale la pena provare a costruire qualche scenario, per comprendere perché il Red Button non è di grande aiuto al problema fake news.

 

La prima cosa che possiamo immaginare è che gli agenti della postale cerchino di capire chi e perché ha diffuso la notizia. Si rivelasse una bufala prodotta per tornaconto economico, per esempio una pagina che cita articoli di ricerca o dottori mai esistiti, la Polizia smaschererebbe l’inganno, facendo uscire un comunicato che descrive che tipo di indagine ha compiuto per dimostrare l’inesistenza di quelle ricerche o di quei dottori. Perfetto! Immaginiamoci, invece, che la notizia segnalata si dimostri la convinzione infondata di un navigante del Web.

 

L’utente X segnala alla Polizia di Stato che Y ha scritto un pezzo per un giornale online in cui autismo e vaccini sono correlati, e questo pezzo sta avendo un grandissimo numero di condivisioni. Siamo nel 2018, e al Governo ci sono persone che hanno manifestato apertamente la loro convinzione nell’utilità dei vaccini, rendendoli obbligatori su scala nazionale, e scatenando un acceso dibattito con quei partiti, invece, che non condividono questa scelta del Governo.

 

La Polizia verifica il pezzo di Y, notando che esso cita estratti di libri cartacei, pubblicati per case editrici di fama nazionale, e firmati da giornalisti e medici (omeopatici) realmente in vita. Non ci sono errori né gravi distorsioni dei passi citati, perciò, pur essendo una fake news, non sembrerebbe profilarsi alcun reato perseguibile. Ammettiamo, con un po’ di fantasia, che i poliziotti riescano anche a capire che Y, per scrivere quel pezzo, non ha ricevuto compensi dalle fonti utilizzate: è sinceramente convinto di quello che dice.

 

Cosa potrebbe fare la Polizia, a questo punto?

 

CASO 1. Risponde a X dicendo che non può intervenire, perché, per quanto si tratti di una notizia falsa, non è stato commesso alcun reato.

 

A questo punto, però, X potrebbe chiedersi perché un’Istituzione come la Polizia non prenda una posizione netta nei confronti di idee che minacciano seriamente la salute pubblica del paese, accusandola di essere faziosamente neutrale, o quantomeno troppo politically correct.

 

CASO 2. La Polizia risponde a X come in 1, ma in più fa girare sulle sue pagine social un articolo in cui spiega perché autismo e vaccini non sono correlati secondo la ricerca scientifica.

 

2.1 Se il comunicato prendesse una posizione decisa, Y e l’ampia fetta di cittadini che condivide le sue opinioni potrebbero obiettare che il dibattito in merito è ancora aperto, e che il debunking della Polizia è politicamente fazioso, perché riprende la posizione del Governo.

 

2.2 Se, al contrario, il comunicato della PS si limitasse ad informare che la questione vaccini-autismo è controversa, ad essere scontenta, oltre a X, sarebbe la comunità scientifica, che potrebbe accusare la Polizia di bollare come discutibili, o perlomeno ancora dubbi, i risultati di centinaia di ricerche scientifiche che, invece, hanno già emesso un verdetto chiaro sulla questione. Paradossalmente, mostrandosi prudente nel rispettare le convinzioni dei cittadini, la Polizia finirebbe, indirettamente, a legittimare la fake news.

 

CASO 3. La Polizia si limita a informare X e il pubblico che il pezzo di Y non è fittizio o, per quanto emerso dalle ricerche, non risulta essere mosso da intenti sinistri.

 

Anche in questo caso, e forse più di prima, la Polizia starebbe facendo pubblicità a una fake news.

 

Ciò che ci interessa, qui, non è tanto quale posizione prenderà il CNAIPIC in concreto, ma il fatto che, qualsiasi mossa faccia, questa acquisterà un significato politico. Qualcuno potrebbe obiettare che per le ff.oo. questa non sarebbe una novità: da sempre vengono tacciate di schierarsi politicamente e, in un certo senso, ogni azione poliziesca è un’azione politica. Qui, però, si tratta di essere efficaci contro le fake news e, come Metthew Ingram racconta su fortune.com, se una persona non ha fiducia nella fonte che sta consultando, gli argomenti da essa presentati per il debunking di una notizia, potrebbero, sorprendentemente, convincerla dell'opposto. Nel caso dei vaccini, il debunking della Polizia persuaderebbe solo e soltanto chi la considera già un fact-checker affidabile e per questo è disposto a contribuire alla viralizzazione “della contronarrazione istutizionale”. Ma perché i cittadini inquieti dovrebbero credere alla Polizia, se non si fidano nemmeno di quegli scienziati che i vaccini li studiano da una vita? Se il problema non è la validità della Scienza, ma la collusione politica ed economica degli scienziati (Wakefield, in un certo senso, docet), in cosa un poliziotto dovrebbe mostrarsi più indipendente e libero di agire?

 

[1] Il nome completo è Centro Nazionale Anticrimine Informatico per la Protezione delle Infrastrutture Critiche.

[2] Si presume che rientrino in questo gruppo dichiarazioni mai pronunciate, parenti inesistenti, eventi non accaduti, ossia quanto viene inventato di sana pianta e grossolanamente spacciato come vero. Rimane, comunque, vago cosa intenda la Polizia per “manifestamente infondat[a] e tendenzios[a]”,  e quanto sospetta debba essere una notizia per finire sulle smentite ufficiali. Questa fumosità degli intenti è una delle ragioni che hanno fatto dubitare della qualità dell’iniziativa, ma di ciò parleremo tra poco.

[3] Nel caso serva, si trova qui.

[4][6] Shane Greenup è il fondatore di rbutr, un programma che consente che mostra all’utente quali pagine web si richiamano l’una con l’altra per criticarsi: «It works by connecting fact-checking articles, corrections, critical reviews, rebuttals and all forms of counterpoint style articles to the webpages they counter. Our key differentiating factor is that our system makes zero attempt to evaluate the truth of falsity of any page. The connection is 100% based on the fact that one page critiques the other, and nothing else» (dal sito). Il 17 luglio 2017 ha pubblicato su Medium l’articolo Fake News: Teasing out the problems with all the solutions offered so far…, tradotto in italiano da Valigia Blu (qui).

 

Bibliografia:

  • G. Bonanomi, R. Dolce, M. Giacomello, F. Pilla, Manuale per difendersi dalla Post-verità. Come combattere bufale e inganni nel mondo digitale, Milano: LEDIZIONI, 2017;
  • M. Bauerlein, C. Jeffery, “The Fear-Hate-Anger Click Machine”, Mother Jones, 25.9.16, <https://www.motherjones.com/media/2016/09/fear-hate-anger-click-machine/>;
  • F. Chiusi, “Censurare l’odio e le notizie false non salverà la democrazia”, Valigia Blu, 28.12.16, <https://www.valigiablu.it/facebook-censura-democrazia/>;
  • P. Di Salvo, “Come farla finita con le fake news?”, Wired, 13.1.17, <https://www.wired.it/attualita/media/2017/01/13/basta-fake-news/>;
  • S. Greenup, “Fake News: Teasing out the problems with all of the solutions offered so far…”, Medium, 10.7.17, <https://medium.com/@Aegist/fake-news-teasing-out-the-problems-with-all-of-the-solutions-offered-so-far-c12d29e7db51>;
  • M. Ingram, “Facebook's Fact Checking Can Make Fake News Spread Even Faster”, Fortune, 16.5.17, <http://fortune.com/2017/05/16/facebook-fact-checking/>;
  • S. Lavin, “Facebook promised to tackle fake news. But the evidence shows it's not working”, The Guardian, 16.5.17, <https://www.theguardian.com/technology/2017/may/16/facebook-fake-news-tools-not-working>;
  • M. Nurra, “Il Lato Oscuro dei media disposti a tutto per un click”, Valigia Blu, 28.9.16, <https://www.valigiablu.it/media-virali-clickbait/>
  • A. Taub, “The Real Story About Fake News Is Partisanship”, The New York Times, 11.1.17, <https://www.nytimes.com/2017/01/11/upshot/the-real-story-about-fake-news-is-partisanship.html>.