Polizia contatti (a proposito delle fake news) - pt. 2

foto dal Calendario della Polizia di Stato 2012

di Elisa Baioni

 

Per comprendere meglio la dimensione politica ed economica delle fake news, alla base della ragione per cui il Red Button rischia di creare più confusione che altro, è necessario aprire una parentesi sul perché ci siano persone che credono alle fake news, ed altre che le producono. In altre parole, quali meccanismi giocano un ruolo nella diffusione di questo fenomeno e perché sembriamo incapaci di difenderci?

 

Innanzitutto, è bene sapere che le fake news sono legate al modo in cui ciascuno di noi, istintivamente, seleziona le informazioni che lo interessano. «[I]l nostro desiderio di trovare all’esterno conferme di quello che pensiamo soggettivamente ci spinge a raccogliere più informazioni che sono sovrapponibili al nostro pensare e sentire rispetto a quelle che li disconfermano» (AA.VV. Manuale per difendersi dalla Post-verità, p. 95). Quando navighiamo online, questo meccanismo viene incentivato anche dall’impiego di algoritmi[5] programmati per proporre all’utente informazioni simili a quelle da lui cercate, nonché dall’atomizzazione delle informazioni, «per cui “atomi” di propaganda sono diretti in modo mirato a utenti che sono più propensi ad accettare e condividere un particolare messaggio» (A. Romano, Valigia Blu). Così i siti che frequentiamo e i nostri profili social raccontano molto sia dei gusti che abbiamo, sia dell’idea del mondo che ci siamo fatti. Tendono, però, anche a chiuderci in essi. Questo fenomeno è chiamato echo-chamber, e deve la sua potenza proprio all’appagamento che deriva dal sentirsi parte di una comunità di persone che nutrono convinzioni ed interessi affini.

 

«[L]’effetto potenzialmente più deleterio di tale errore di percezione è […] il creare contatti esclusivamente con chi la pensa come noi, creando, in una fase iniziale, l’illusione di un mondo più simile al proprio, familiare, soddisfacente, affascinante e molto ampio. In un secondo tempo però ci direziona verso un mondo che non è più riconoscibile come quello variegato che ci circonda e che pur facendoci sentire a volte scomodi o differenti, ci offre molti stimoli di crescita» (AA.VV Manuale per difendersi dalla Post-verità, p. 96).

 

La prima controindicazione delle echo-chamber è che tendono a farci abbassare la guardia di fronte ai profili con cui siamo più in sintonia. In parole povere, è con le notizie che corrispondono ai nostri (pre)giudizi sul mondo che siamo meno attenti e, di conseguenza, più esposti al rischio di condividere un’informazione in maniera sbrigativa, senza aver compiuto le adeguate verifiche. L’attribuire questo modus operandi soltanto ai c. d. analfabeti funzionali è scorretto: l’articolazione delle menzogne a cui si crede potrà dipendere anche da quanto istruiti si è, ma le fake news vivono di processi che la maggior parte delle persone adotta costantemente: condividere un post avendone letto solo il titolo, oppure esclusivamente sulla scorta delle emozioni suscitate, tralasciando la verifica dell’attendibilità del sito o delle fonti, oppure esternando dubbi sulla veridicità delle informazioni proprio mentre le si piazza in bella vista sulla propria homepage. La seconda controindicazione delle echo-chamber è che calcificano gli individui sul proprio punto di vista, complicando l’interazione con chi manifesta posizioni molto differenti. Ecco perché queste tendono a polarizzare i dibatti, tribalizzando le reazioni, e a trasformando le proprie opinioni in questioni di appartenenza. Amanda Taub, sul New York Times, connette il fenomeno delle fake news a quello che lei chiama partisan bias, ossia l’iper-polarizzazione identitaria del dibattito politico:

 

«Partisan bias fuels fake news because people of all partisan stripes are generally quite bad at figuring out what news stories to believe. Instead, they use trust as a shortcut. Rather than evaluate a story directly, people look to see if someone credible believes it, and rely on that person’s judgment to fill in the gaps in their knowledge. […] Partisan bias strongly influences whom people perceive as trustworthy».

 

Questi bias, naturalmente, non riguardano solo il modo in cui cernitiamo le notizie, ma anche i debunking a cui crediamo, il che spiega parzialmente perché il fact-checking ottiene sempre meno click della notizia vera e propria. Non va sottovalutato nemmeno l’impatto emotivo che scoprire la falsità di una convizione ha sull’individuo: «pensiamo allo smarrimento, l’incredulità, il senso di colpa, la rabbia, al possibile abbassamento temporaneo della fiducia nelle proprie capacità critiche» (AA.VV. Manuale per difendersi dalla Post-verità, p. 102). Il tentennamento da parte di molte piattaforme social nel voler porre filtri consistenti alle fake news deriva anche dalla consapevolezza che, di fronte alla percezione di essere esclusi per le proprie idee, un’ampia fetta delle loro utenze, invece che cambiare opinione, cercherebbe altri lidi per le proprie echo-chamber, con importanti conseguenze economiche per i colossi del web. È sempre Shane Greenup che ci rammenta, infatti, che «[l]e persone accusano sempre l'informazione di qualità di essere faziosa, per cui ci troveremmo in un punto in cui molte persone considerebbero un filtro per le fake news allo stesso livello della censura».[6] E qui si ritorna al problema prima evidenziato, ossia al fatto che l’intervento della Polizia postale sulle fake news sarebbe convincente solo per chi ha già aderito alla narrazione istituzionale, mentre finirebbe con l’essere letto in chiave prettamente politica (leggasi censoria) da chi, in realtà, vorrebbe persuadere. È un problema, questo, che non riguarda esclusivamente la Polizia, come ha riportato Sam Lavin sul The Guardian,

 

«When Facebook’s new fact-checking system labeled a Newport Buzz article as possible “fake news”, warning users against sharing it, something unexpected happened. Traffic to the story skyrocketed, according to Christian Winthrop, editor of the local Rhode Island website. “A bunch of conservative groups grabbed this and said, ‘Hey, they are trying to silence this blog – share, share share,’” said Winthrop, who published the story that falsely claimed hundreds of thousands of Irish people were brought to the US as slaves».

 

La diffusione delle fake news non dipende semplicemente dai bias cognitivi con cui ci relazioniamo al mondo. Il motore di questo fenomeno, infatti, è prettamente economico: «le bufale diffuse sul web possono essere, direttamente o indirettamente, una consistente fonte di guadagno» (AA. VV Manuale per difendersi dalla Post-verità, p. 41). Pur essendo un fenomeno che esula dal mondo digitale (vedasi il caso Wakefield), Internet rappresenta certamente un terreno fertile per i profitti che si basano sulla popolarità. Online, il sistema economico che incentiva la diffusione delle notizie sensazionalistiche e delle bufale è la pubblicità ‘pay for click’: i gestori di una pagina o di un portale guadagnano sulla base di quanto spesso un annuncio presente nel loro sito viene visualizzato. Creare un titolo scandaloso o una notizia falsa ma accattivante per indurre i lettori a cliccarvi il link annesso diventa, così, una fonte pecuniaria: è il cosidetto meccanismo dei clickbaiting.[7] A questo sistema pubblicitario si affianca anche un altro problema, ovvero il cattivo giornalismo. Monika Bauerlein e Clara Jeffery su Mother Jones, danno uno scorcio del problema:

 

«In America ci sono, più o meno, un 40% di giornalisti in meno rispetto a quanti ce n'erano 15 anni fa. E quei giornalisti stanno lavorando per riempire non un determinato numero di pagine o ore di trasmissione. Stanno alimentando l'appetito senza limiti di Internet, sfornando un post dopo l'altro alla ricerca di introiti pubblicitari. Mentre la pubblicità sta diventando sempre più economica, e Google e Facebook stanno divorando quei dollari al posto degli editori, un numero sempre più ristretto di giornalisti deve spingere sempre di più, contro una concorrenza sempre più dura» (traduzione di Marco Nurra su Valigia Blu).

 

Le conseguenze di questo modus operandi sono molte: dal calo della qualità nelle inchieste giornalistiche, allo spopolare degli opinionisti, dall’invasione sui giornali delle pubblicità, al bisogno, sempre più impellente, di finanziamenti esterni per le testate giornalistiche. Marco Nurra su Valigia Blu chiarisce ogni dubbio sugli effetti indesiderati del clickbaiting applicato al giornalismo: «la consuetudine è pubblicare il prima possibile (per arrivare primi su Internet) e solamente in un secondo momento verificare i fatti, ma il fact checking difficilmente avrà la stessa visibilità della notizia originale (o in alcuni casi non verrà mai fatto)». La notizia prima del fatto, il click prima della verifica. Non stupisce che i grandi giornali, e più in generale il mestiere stesso del giornalista, stia vivendo una crisi di popolarità, con effetti negativi anche sul contrasto delle fake news: abbiamo visto, infatti, quanto sia importante la fiducia nella percezione delle operazioni di debunking.

 

Come si può, allora, contrastare il fenomeno delle fake news? Non certo attraverso un bottone rosso. È necessario rendersi conto del fatto che una soluzione definitiva del problema non esiste, proprio in quanto conseguenza del nostro quotidiano modo di filtrare la realtà. Ciò non vuol dire, però, che non si possano (o che non si debbano) fornire ai cittadini gli strumenti per essere il più consapevoli di fronte alle fake news. Come ricorda Philip Di Salvo, le uniche soluzioni sono di lungo periodo, e richiedono di investire nel giornalismo e nell’istruzione: «occorre spingere sulla formazione e sulla media literacy, la capacità di saper contestualizzare contenuti e fornitori di informazione». Nessuno può, e deve, sostituirsi alla nostra capacità critica, meno che mai la Polizia. Vivere in un mondo digitale richiede di uscire dallo quello stato di minorità il quale è da imputare a noi stessi. È tardi!

 

[4][6] Shane Greenup è il fondatore di rbutr, un programma che consente che mostra all’utente quali pagine web si richiamano l’una con l’altra per criticarsi: «It works by connecting fact-checking articles, corrections, critical reviews, rebuttals and all forms of counterpoint style articles to the webpages they counter. Our key differentiating factor is that our system makes zero attempt to evaluate the truth of falsity of any page. The connection is 100% based on the fact that one page critiques the other, and nothing else» (dal sito). Il 17 luglio 2017 ha pubblicato su Medium l’articolo Fake News: Teasing out the problems with all the solutions offered so far…, tradotto in italiano da Valigia Blu (qui).

[5] Per una buona guida agli algoritmi in Internet consigliamo M. Pireddu, Algoritmi,  Luca Sossella Editore, Collassi, 2017. Qui un articolo sul tema, sempre di Mario Pireddu.

[7] «Paul Horner, uno dei più attivi creatori di “fake news” del panorama statunitense, in un’intervista rilasciata al “Washington Post” ha dichiarato di riuscire a ottenere un guadagno mensile di circa diecimila dollari grazie alla pubblicità collegata alle sue storie, con la cifra che diventa giornaliera nel caso di una storia particolarmente virale» (AA. VV. Manuale per difendersi dalla Post-verità, pp. 41-42).

[8] Non perché non si possa essere professionali nel fare fact-checking, ma perché, come argomentato, per una fetta molto ampia di persone tale attività ha sempre una valenza politica.

 

Bibliografia:

  • G. Bonanomi, R. Dolce, M. Giacomello, F. Pilla, Manuale per difendersi dalla Post-verità. Come combattere bufale e inganni nel mondo digitale, Milano: LEDIZIONI, 2017;
  • M. Bauerlein, C. Jeffery, “The Fear-Hate-Anger Click Machine”, Mother Jones, 25.9.16, <https://www.motherjones.com/media/2016/09/fear-hate-anger-click-machine/>;
  • F. Chiusi, “Censurare l’odio e le notizie false non salverà la democrazia”, Valigia Blu, 28.12.16, <https://www.valigiablu.it/facebook-censura-democrazia/>;
  • P. Di Salvo, “Come farla finita con le fake news?”, Wired, 13.1.17, <https://www.wired.it/attualita/media/2017/01/13/basta-fake-news/>;
  • S. Greenup, “Fake News: Teasing out the problems with all of the solutions offered so far…”, Medium, 10.7.17, <https://medium.com/@Aegist/fake-news-teasing-out-the-problems-with-all-of-the-solutions-offered-so-far-c12d29e7db51>;
  • M. Ingram, “Facebook's Fact Checking Can Make Fake News Spread Even Faster”, Fortune, 16.5.17, <http://fortune.com/2017/05/16/facebook-fact-checking/>;
  • S. Lavin, “Facebook promised to tackle fake news. But the evidence shows it's not working”, The Guardian, 16.5.17, <https://www.theguardian.com/technology/2017/may/16/facebook-fake-news-tools-not-working>;
  • M. Nurra, “Il Lato Oscuro dei media disposti a tutto per un click”, Valigia Blu, 28.9.16, <https://www.valigiablu.it/media-virali-clickbait/>
  • A. Taub, “The Real Story About Fake News Is Partisanship”, The New York Times, 11.1.17, <https://www.nytimes.com/2017/01/11/upshot/the-real-story-about-fake-news-is-partisanship.html>.