Miniere di sale. Aneddoti sugli antichi e sui moderni

 

di Paulo Fernando Lévano

 

Ad ogni epoca storica corrisponde un modo egemone di diffondere la cultura: nel caso del Lord Cancelliere Francis Bacon (1561-1626), Barone di Verulamio e Visconte di Sant’Albano, troviamo che in lingua italiana UTET già faceva uscire nella prima metà degli anni Settanta due dei suoi proverbiali tomi con tutte le sue opere: gli Scritti politici, giuridici, storici a cura di Enrico De Mas (1971) e gli Scritti filosofici a cura dell’indimenticabile Paolo Rossi (1975).

 

Quattro decenni dopo, UTET propone Bacon in formato Twitter®, più consono alle letture del nostro tempo, più di quanto non lo siano venticinque pagine di saggio introduttivo e sessanta pagine di note biografiche, bibliografiche e storiche. Sulla riduzione del volume leggibile ci siamo, ma non vediamo l’ora che passi di moda italianizzare i cognomi dei filosofi.

 

Questi brevi Aneddoti sugli antichi e sui moderni sono stati selezionati dagli Apoftegmi nuovi e vecchi (1625) che compaiono nella compilazione di De Mas. Un apoftegma non è uno zeugma, un apoftegma è una sentenza memorabile, un detto breve e sentenzioso. In un certo senso, l’apoftegma è il bisnonno del tweet, poiché se uno si va a leggere la Prefazione degli Apoftegmi (1971, pp. 831-832; nel volume recensito è assente) si potrebbero riscontrare molti dei vantaggi che in termini di espressività offre la brevità del tweet: «servono per essere inframmessi nella continuità del discorso; servono anche per essere recitati degli stessi discorsi; servono per ricavarne il succo e farlo nostro». Anche i detti volgari volle includere il Lord Cancelliere, «molti detti volgari sono eccellenti». A prova di ciò, basti vedere nel volume recensito gli apoftegmi a pp. 4; 28; 34; 38; 52; 60; 63; 70; 74.

 

L’apoftegma dovrebbe infatti rispecchiare la poetica del tweet: «l’agilità della mente, unita al senso dell’umorismo, può rivelarsi l’ultima consolazione offerta al saggio quando la situazione si è fatta disperata» (p. VI), si legge nell’ancor più breve scritto introduttivo (meno di mille parole) in cui si vuole presentare al lettore un Bacon mondano e sagace, un Bacon giornalistico. La maggior quantità di reagenti coinvolti nella singolare reazione più semplice; oppure, ciò che accomuna gli Antichi e i Moderni, colto dal giudizio (determinato o riflettente) più lampante, favorito dal linguaggio del Lord Cancelliere, che il maestro Rossi negli anni Settanta definì come “immaginoso linguaggio elisabettiano”.

 

Del resto, ciò che si ricava dal fenomeno Twitter è che il lettore 2.0 è convinto che la lettura di un tomo è soltanto una possibile via di accesso al pensiero di qualcuno ma non è detto né che sia l’unica né che sia privilegiata: per chi non è abituato, la via illuminata dai tweet è sempre disponibile. Del resto, sussiste il curioso precedente delle barzelette di Slavo iek (Ponte alle Grazie, 2014) che fanno ridere solo le persone che non mentono quando dicono di aver letto Hegel: in parte è grazie a personaggi come lui (iek, mica Hegel) che oggi la brevità è assai sopravvalutata. Twitter e tutti i canali dove il discorso ideale abbia lunghezze comprese fra 140 e 280 caratteri sono lo spazio pubblico del pensiero, nulla di così profondo in sostanza da non poter dirsi in poche parole. La brevità più gradita? L’ipervincolo che porti esattamente dove vuolsi andare.

 

La brevità sicuramente era un talento della piuma del Lord Cancelliere. Nei suoi Scritti filosofici per l’appunto è stata inclusa la sua raccolta di miti e allegorie dell’antichità classica, intitolata Della sapienza degli antichi: in resoconti brevissimi (fra le 150 e le 200 parole) Bacon plasma le vicende mitiche del mondo classico, per commentarle successivamente, con la cifra eclettica che caratterizza tutto il suo pensiero di politico inglese secentesco. Logògrafi, conquistadores, strateghi di ieri e di oggi al servizio dell’eloquenza di un autentico terzo istruito, come direbbe Michel Serres.

 

Dio uccide un gattino ogni volta che si prende Bacon e lo si incasella nell’ascendenza dell’utilitarismo più becero, quello che falsamente si dice figlio di un empirismo inglese,[1] se non per altro perché Dio (che sa tutto ciò che è, ineccepibilmente) sa che le battute in animo paternalistico e saccentone non fanno ridere più dopo quattro secoli. Calcoliamo che questo destino ben più corrisponderebbe alle barzellette di iek anziché agli apoftegmi di Bacon. Poi, al di là del giornalismo, diciamo che esistenze alternative, più letterarie, spettano persino a una cosa così sciocca come il racconto delle vicende attuali.

 

[1] Eppure, basterebbe semplicemente leggere Bacon per capire cosa intendesse con la sua definizione dell’uomo come “ministro e interprete della Natura” e dissipare qualsiasi lettura paternalistica del concetto di Natura presso il Lord Cancelliere. E non è che si tratti di letture difficilissime, giacché una parte consistente del Novum organum sono proprio aforismi! In ogni caso, una spiegazione per questo baccano filologico può iniziare a stilarsi a partire dalla lettura di Guido Bonino, T.H. Green e il mito dell’empirismo britannico (Olschki, 2003).

Francesco Bacone
Miniere di sale. Aneddoti sugli antichi e sui moderni

Novara: UTET, 2017