Pensiero caraibico

Eugène Cicéri, Design for a Stage Set: Backdrop of Tropical Landscape, 1830-90, MET

 

di Paulo Fernando Lévano

 

Questo volumetto a cura di Andrea Gazzoni contiene scritti di Kamau Braithwaite (Barbados, 1930), Édouard Glissant (Martinica, 1928-2010), Derek Walcott (Santa Lucia, 1930-2017) e Alejo Carpentier (che è già passato dal nostro divano). Arricchisce queste letture un saggio introduttivo del curatore, che mette in dialogo tre parole chiavi: pensiero, poetica e pedagogia.

 

Protagonista di tutti gli scritti è la transculturazione, nozione che si pone come alternativa al movimento binario di ac-culturazione e de-culturazione. Protagonismo che evidentemente complica quello che altrimenti sembrerebbe un semplice gioco di sillabe, specie per il lettore che ancora non ha incontrato la problematica della letteratura comparata. A costui sfugge l’importanza di questa pubblicazione poiché limita il suo consumo agli spazi che concede «un panorama fortemente etnocentrico sia per ragioni intere italiane sia per il condizionamento dell’industria culturale globale» (p. 33) che, a quanto pare, è capace di ricordare l’esistenza del c.d. global south solo quando non sta pensando di dedicare un Nobel al far east o al wild wild west

 

Il singolo individuo transculturale è il meticcio, il creolo. Ma qui bisogna subito fare chiarezza: il creolo non “è” transculturale nel senso in cui adesso “è” l’una di notte e negare i crimini di guerra del nazifascismo “è” sbagliato. In questi ultimi due casi, c’è sempre un posto dove adesso non è l’una di notte e c’è sempre un momento in cui troviamo quantomeno divertente negare i crimini di guerra del nazifascismo. Ma per quanto possa piacere questo riempire di parole lo spazio e il tempo, è innegabile che questa attività alla fine lascia luoghi indeterminati, che né si pensano né si creano né si insegnano.

 

La letteratura comparata parla di questi luoghi, in maniere che diventano comprensibili man mano che scorrono i testi di questa antologia, portando il lettore sempre più lontano dalla terraferma e sempre più nel complesso universo dell’arcipelago. Non c’è nessuna nozione appartenente alla consueta manualistica letteraria che fa riferimento alle narrazioni «celebrate dal modello degli stati-nazione europei, apparentemente omogenei e continui» (p. 22) poiché la discontinuità è quello che accomuna tutte le isole di un arcipelago. Gli unici due modi moderni di pensare l’unità di un arcipelago sono la ricollocazione geologica su grosse zolle i cui spostamenti durano milioni di anni (troppi per pensare veramente all’umanità) oppure l’assoggettamento del territorio a un sovrano la cui vita dura alcuni decenni (troppo pochi invece, per fare lo stesso pensiero).

 

Da qui che la transculturazione sia una chiave di lettura così importante per sfruttare al meglio la lettura di questo volumetto. Braithwaite (cfr. pp. 56-62) ad esempio propone di confrontarsi con questa frammentazione fenotipica ed etnica degli esseri umani che hanno abitato queste isole da quando queste sono entrate ufficialmente nella Storia dei manuali, che è la Storia degli stati nazionali, la Storia di Rai 3 per meglio intenderci. Al di fuori di un’ottica di letteratura comparata, i frammenti diranno solo due cose al lettore moderno: il pensiero caraibico parla di individui deculturati rispetto ai loro antenati oppure di individui acculturati rispetto al cosmopolita del futuro. Ma un’alternativa è possibile se si considera, seguendo Walcott, che «la storia è irrilevante nei Caraibi, non perché non venga creata o perché sia stata ignobile, ma perché non ha avuto mai importanza» (p. 109).

 

Da queste parti boreali del mondo, risulta veramente difficile pensare all’irrilevanza della storia. Non si chiama il Vecchio Continente per distinguersi da una sua versione meno invecchiata e con l’etichetta di un colore diverso: la storia siete veramente voi e tutti coloro che non fanno parte di voi sono i soggetti che hanno perso, quelli che vivevano su un arcipelago e sono stati sterminati senza lasciare traccia dei loro spostamenti, quelli che furono sradicati dal loro posto e traslocati di forza su un arcipelago che non è il loro. Non si può né naturalizzare né culturalizzare il pensiero caraibico, ma vi si può derivare una poetica e una pedagogia che insegni al lettore moderno a scartare che esista qualcosa come il destino sicuro e puro di un pensiero, poiché un siffatto pensiero è il surrogato di una filosofia della storia all’interno della quale sussistono depotenziate una poetica e una pedagogia, tutte e due tristemente incasellate nel manuale che impartisce il caveas di non mischiare francesi con tedeschi, spagnoli con italiani, russi con tedeschi e via dicendo.

 

«Cominciamo a comprendere che ci comprendiamo meglio comprendendo meglio gli altri e che di conseguenza, dal punto di vista dell’avanzamento delle civiltà e delle culture, i popoli “barbari” sono quelli che isolano le loro differenze per difenderle meglio» (p. 179) scrive Glissant, forse l’esponente di questa generazione di pensatori caraibici posteriori di una generazione sola a Carpentier, anglofoni e francofoni a modo loro ma nella stessa misura in cui Carpentier, in linea con la musicalità afro-cubana, era ispanofono a modo suo. Forse un giorno i manuali di letteratura parleranno senza remore, in merito a questo gruppo di scrittori, di un vero e proprio Rinascimento dove al centro non sarà più l’umanesimo ma la negritudine.

Andrea Gazzoni

PENSIERO CARAIBICO. K. Braithwaite, A. Carpentier, É  Glissant, D. Walcott

Roma: Ensemble, 2016