Del sesso

Charles W. Gilhousen, Nude, 1917, MET

 

di Paulo Fernando Lévano

 

(Bollino giallo oppure BA, a seconda del regime di visto censura televisivo cui vi siate abituati, cari lettori).

 

«C’è una violenza e/o una sconvenienza del sesso dalla quale ci allontaniamo tramite il riso o il pudore» (p. 29) – scrive Jean-Luc Nancy (1940), uno dei più validi rappresentanti di una generazione di intellettuali francesi, a grandi linee distintasi per aver indirizzato la riflessione filosofica in tutte le sue sfumature verso il territorio (che si suppone più grande) del quotidiano, che dovrebbe essere il non-filosofico per antonomasia: l’uomo medio del dato statistico, il buon senso del diritto, le “cose appesantite”, insomma, per parafrasare Maurice Blanchot (La conversazione infinita, Einaudi, 2015).

 

Forse riso e pudore sono meccanismi consci di auto-conservazione, quando ci ritroviamo nudi, poiché tutto ciò che ha a che fare col sesso ha a che fare con la nudità. Da bravi uomini nella media allora, guidati dal buon senso, l’unico modo in cui troviamo lecito dedicare porzioni di discorso quotidiano al sesso è attraverso le battutine, il Super Attak® delle relazioni sociali, oppure attraverso il contenimento del discorso entro limiti che gli interlocutori trovano opportuni; questo ovviamente quando se ne debba proprio parlare, poiché nella quotidianità esiste anche la possibilità di farlo, e lì non si tratta più solo e soltanto di discorso. In generale, ci piace comunque pensare a due cose: a) che siamo padroni della nostra sessualità; b) che la nostra sessualità pressappoco esaurisce ogni forma soggettiva di identità, orientamento o espressione del rapporto sessuale.

 

Del sesso pone seriamente in discussione questi due postulati. Intanto, tutto ciò che ora sappiamo sul sesso lo sappiamo esattamente nei momenti in cui non lo stiamo facendo: nessuno “sa” che cosa sta facendo mentre lo fa, lo fa e basta. Normalmente, qualora un soggetto si autoproclami “esperto” di sesso o comunque si creda con un po’ di ingenuità che possa esistere un simile expertise, si pensa che l’oggetto di questo sapere sia il “piacere”. Mentre lo facciamo, sappiamo benissimo che cosa stiamo facendo, sappiamo che cos’è il piacere e se voi non lo sapete il nostro expertise ve lo farà capire.

 

Come ben si legge su uno dei Caprichos più famosi di Francisco de Goya, il sonno della ragione genera mostri. Il mostro questa volta si chiama “godimento” (trad. fr. jouissance) e la cosa che spaventa di più di questo mostro è che, per parafrasare Michel Foucault, finisce di sancire nel soggetto il passaggio da una pratica artistica del proprio erotismo ad una pratica scientifica della propria sessualità (La volontà di sapere, Feltrinelli, 2013). Il godimento dà l’illusione di poter “far funzionare” il rapporto sessuale e di proiettare questo funzionamento su dinamiche analoghe all’interno del quotidiano: c’è un senso nel fare questo piuttosto che quello, vero?

 

Il godimento è alla base di molte dottrine che cercano di “pensare” la quotidianità, sottraendola al monopolio che su di essa hanno dato statistico e codificazione giudiziaria. «Ma vi sono sempre dei seri motivi per non fidarsi dei nomi delle dottrine. Essi evocano sempre una costruzione di pensiero che si basa su fondamenti o si conferma a principi, le cui conseguenze innervano l’intera struttura, dettano regole e proclamano la superiorità di un’adesione convinta» (p. 64). Potrebbe persino dirsi che i nomi delle dottrine anticipano quello che le dottrine sono in grado di vedere: ne segue che, alla luce delle dottrine del godimento, ogni volta che facciamo sesso abbiamo a che fare con un’esclusiva e ascetica nozione di piacere, fondato su semplici fatti del corpo oppure su accuratissime pratiche del rapporto sessuale in quanto tale o, come piace agli idea-listi, in sé.

 

Toccare qui perché qui si è particolarmente vicini al partner; dire questo anziché questo poiché significa qualcosa di particolarmente vicino al partner: sì, certo, ma a patto che si consideri il piacere come una proprietà della prossimità. Eppure, «la vera categoria non è la prossimità, ma l’approssimarsi» (p. 40). La cosa più interessante dal punto di vista filosofico non è che il sesso rappresenti un’istanza privilegiata del godimento, ma che fare sesso significa denudarsi, fare qualcosa da nudi: così, non troverete nessuna fotografia in cui la posa del pensatore venga eseguita da un corpo nudo, nella stessa misura in cui sarebbe assurdo pensare che il pensatore può fare il pensatore anche nella quotidianità, e addirittura mentre è nudo.

 

«I corpi nudi non sono più corpi organizzati, e tanto meno sono corpi pronti ad apparire sulla scena sociale. Essi prendono le distanze dalla loro funzione e ognuno cessa di essere un solo e medesimo corpo proprio» (p. 80). Denudarsi non è un mezzo, ma un fine: denudarsi è approssimarsi, tendere insieme a un limite; di conseguenza approssimarsi non è un semplice, passivo sinonimo di spogliarsi. Spogliarsi è un passaggio all’interno di ciò che detta l’expertise e non è mai la cosa più importante poiché ci sarebbero sempre passaggi più cruciali e più decisivi all’interno di una gerarchia del godimento. Per assurdo: posso spogliarmi da solo e provare vergogna lo stesso; oppure, l’orrore massimo, posso venire costretto a spogliarmi.

Jean-Luc Nancy

Del sesso

Napoli: Cronopio, 2016