La Terra brucia

Frederick J. Waugh, Wild Weather, 1930, MET

 

di Paulo Fernando Lévano

 

C'è un grosso problema con la libertà di espressione: si è propensi a pensare che si tratti di un problema di contenuti. A mercè di questo trabocchetto, tendiamo a formulare il problema della libertà di espressione nei seguenti termini: “non possono esserci contenuti vietati” ma siccome “ogni contenuto si esprime in una determinata forma” si deve concludere che “nessuna forma può esprimere un contenuto da vietarsi” (supino passivo). 

 

Questa formulazione attiva dei curiosi impliciti che dimorano nelle democrazie costituzionali, che a loro volta possono formularsi in questi altri termini: “si devono vietare alcuni contenuti” ma siccome “ogni contenuto si esprime in una determinata forma” si deve concludere che “alcune forme possono esprimere un contenuto da vietarsi”.


Ormai dovrebbe essere chiaro che il grosso problema con la libertà di espressione si rispecchia sull’essere incorsi in questa contraddizione relativa alla qualificazione e quantificazione dei contenuti di tutte quelle asserzioni che riteniamo simultaneamente ben visibili e ben comprensibili. A prova di ciò, l’attualissima questione che viene presa in esame in La terra brucia, scritto dal climatologo Michael Mann (The Hockey Stick and the Climate Wars, 2012), e illustrato dal vignettista Tom Toles, attivo presso il Washington Post, che nei primi mesi dell'anno scorso ha adottato il motto «democracy dies in darkness» (“la democrazia muore nell’oscurità”). Probabilmente, lo spirito di questo motto è quello che ha spinto Damiano Di Simine e Marzio Marzorati di Legambiente Lombardia a includere una Prefazione alla traduzione di Sara Lurago.

 

«È istruttivo ed estremamente educativo leggere questo libro che riflette sui danni provocati dalla politica e dall’economia che non praticano il modello scientifico per fare le loro scelte, anzi scelgono la negazione per legittimare modelli energetici dannosi di un sistema economico e finanziario concentrato in poche mani» (p. XIII) - si legge dunque nella Prefazione che introduce questo simpatico libro nel mercato editoriale italiano, dove si verifica da diversi lustri l’aumento dell’interesse dei lettori per il concetto squisitamente anglofono di sustainability (trad. it. “sostenibilità”) da intendersi come un vero e proprio «imperativo morale ed esistenziale» (p.XIV), per usare un’espressione della prefazione italiana.

 

Naturalmente, c’è anche una Prefazione degli autori in cui essi si augurano che le scelte e i passaggi all’azione dell’umanità si facciano con la finalità di raggiungere un’«esistenza planetaria sostenibile» (p. XVIII). Il concetto però svanisce del tutto nel lavoro di Mann e Toles, tranne che per due occasioni: la prima, in cui si parla di Greensburg, nel Kansas, piccola città che, dopo essere stata distrutta da un tornado nel 2007, venne ricostruita come «modello di sostenibilità» (p. 149); la seconda, in cui si parla di un salto di qualità, in cui il «modo sostenibile» (p. 163) sarebbe da riportare auspicabilmente dallo stato di salute di ecosistemi locali allo stato di salute dell’ambiente, inteso come ecosistema dalla portata globale.

 

«I nostri dibattiti sul cambiamento climatico troppo spesso vengono monopolizzati da fisici ed economisti. Ma quello di cui stiamo parlando, la salute del pianeta e il benessere dei suoi abitanti attuali e futuri, è molto ma molto più di un problema di fisica o di economia. È fondamentalmente una questione etica» (p. 54) che ci costringe a scegliere tra salvaguardare il pianeta oppure ipotecarlo per il profitto economico e finanziario di pochi. L’etica a cui fanno riferimento è un’etica degli amministratori che non è manager ma steward: manager è sempre una persona sola ma stewards si può essere solo in tanti (come avranno notato i lettori che frequentano lo stadio).

 

Infatti, un personaggio che attraversa tanto la trattazione di Mann e Toles come la valutazione che di questa trattazione fanno Di Simine e Marzorati è Jorge Bergoglio, in arte Papa Francesco, e la sua predica di un ambientalismo ecumenico che vorrebbe i suoi praticanti pronti ad agire. L’ambientalismo ha bisogno di un leader spirituale e carismatico poiché esso si presenta come fondato su un valore nuovo, la sostenibilità, che pretende l’universalità della propria applicazione; per trovarlo, l’ambientalismo è già in ritardo se pensate al fatto che questo tipo è diventato Presidente del paese dove Mann e Toles abitano. Rivolgersi al Sommo Pontefice dei cattolici però costituisce un grosso problema poiché il Pontefice non rappresenta nessun tipo di consenso: il papa non viene scelto in elezioni democratiche concordi con una legge elettorale stabilita nei margini di una costituzione. Come rendere laica questa forma dell’ambientalismo? Come riconoscerne un leader politico e trasparente?

 

Una “conversione” ecologica verso un’esistenza più sostenibile riguarda tutti, candidati ed elettori; i candidati però possono eleggere se stessi e allo stesso tempo agire nell’interesse dei propri elettori. Perciò, alcune forme possono esprimere un contenuto da vietarsi, ad esempio, “i candidati agiscono nel proprio interesse in quanto elettori (di se stessi)”: bisogna capire che un conto è essere un elettore negazionista e tutto un altro paio di maniche è essere un candidato negazionista. Se qualcuno nega col discorso l’attualità del cambiamento climatico, non è un problema di libertà di espressione: egli non è l’elemento anomalo ma la regolarità qualora si riconosca che tanti soldi e tanta ideologia (cfr. pp. 81-97) vengono messi all’opera per creare consenso intorno all’effettiva esistenza di qualcosa di inesistente (come appunto il “dato climatologico che nega il cambiamento climatico”).

 

Quindi, quando si ha davanti una persona che oggi, anche dopo aver letto questo bellissimo libro di Hoepli continua a negare l’attualità del dato climatologico relativo al cambiamento climatico (parlare di riscaldamento puntualmente riscalda gli animi), la prima cosa da valutare è se si tratta di un elettore o se si tratta di un candidato: perché questo interlocutore nega che il ritiro delle calotte polari e le emissioni di anidride carbonica siano correlate? Bisogna essere coerenti, portare il gioco fino in fondo e non scaricare tutto sulla stupidità dei social, sulle fake news, sulla post- verità: la questione ecologica non si rivolge ora ai più illuminati e dopo a quelli che non credevano. Questa volta non c’è Noè e con lui è assente dunque qualsiasi marchingegno

ingegneristico che possa conservare la biodiversità della Terra: a differenza della salvezza e della sostenibilità, non c’è omeostasi che tenga per sempre.

Michael Mann e Tom Toles

LA TERRA BRUCIA. Perchè negare il cambiamento climatico minaccia il nostro pianeta

Milano: Hoepli, 2017