Star Wars: The Last Jedi

 

di Elisa Baioni e Arianna Ricci

 

Uscito nelle sale cinematografiche ormai da Natale scorso, Star Wars: The Last Jedi ha riscosso giudizi tra loro contrastanti. Ad essere onesti, entrare nel dibattito interno alla fandom di Star Wars è un po’ come perdersi nella selva oscura: fiere da tutte le parti, e nessun Virgilio in aiuto. Ecco perché questo commento a The Last Jedi è dedicato ai profani, cioè a coloro che hanno visto il film senza ripassare gli episodi precedenti, che non si sono mai interessati alla saga ma hanno dovuto accompagnare al cinema amici o parenti, che hanno percepito il richiamo dei pop corn più che quello della Forza, o che sono cresciuti con Star Wars, senza per questo sentire il bisogno di aderire alla religione Jedi.

 

[ATTENZIONE: da qui in avanti ci saranno SPOILER su The Last Jedi]

 

Immaginate di crescere in una famiglia completamente assorbita dai propri problemi. Vostro padre, Han Solo, è un contrabbandiere, animo irrequieto e vagabondo, colmo di debiti e sempre in cerca di guai, apparentemente incapace di mettere radici. Vostra madre, Leia Skywalker\Organa,[1] è una princessa ribelle. Figlia del terrificante Darth Vader, ha guidato la resistenza partigiana contro l’Impero dittatoriale e, insieme a suo fratello Luke, è riuscita nell’intento di rovesciarlo, ma non in quello di cancellarlo per sempre. Da quando dalle sue ceneri si è sollevato il Primo Ordine, si è di nuovo ritrovata in prima linea a combattere. Siete figli d’arte di due leggende e anche uno Skywalker, con tutto ciò che di ammirabile e deprecabile questo comporta.[2] Il vostro disappunto per questa situazione vi ha reso un tipo piuttosto rancoroso e la figura solida dalla quale vi sentite compresi e rappresentati finisce per essere proprio vostro nonno, Darth Vader. E poiché, come lui, siete particolarmente portati a maneggiare la Forza,[3] i vostri genitori sono molto preoccupati. Vi sentite un figlio sbagliato, che non si sa se temere o amare. Incapaci di fare i conti con la vostra rabbia e con il vuoto che vi portate dentro, vostra madre e vostro padre decidono di spedirvi lontano da casa, da vostro zio, Luke Skywalker, nella speranza che meditazione, ascetismo e consapevolezza dell’equilibrio cosmico possano aiutarvi a gestire il vostro cuore prepotente. La situazione, però, non migliora, perché nemmeno lui sembra in grado di aiutarvi. Smarrito di fronte alle possibili conseguenze di un suo fallimento, ve lo ritrovate nel mezzo di una notte al vostro capezzale, la spada laser in pugno e lo sguardo di chi è a un passo dall’uccidervi. L’uomo che persino dietro la corazza di Darth Vader aveva percepito un barlume di umanità, non sembra riporre in voi la stessa speranza, e in un attimo di debolezza e tradimento, ha creduto che uccidervi avrebbe risolto i problemi prima che germinassero. Si sbagliava.

Questa è la storia di Ben Solo, o meglio di Kylo Ren, la metafora perfetta del rapporto contrastato tra i film precedenti e i nuovi Star Wars. Come lui, anche i registi di The Force Awakens e The Last Jedi (J.J. Abrams e Rian Johnson) hanno dovuto fare i conti con un passato ingombrante di cui subire il confronto, e che li ha posti senza mezzi termini di fronte alla domanda delle domande: rischiare di essere una brutta copia di quanto c’è già stato o lasciarsi tutto alle spalle col rischio di diventare qualcosa di totalmente altro? In realtà, il nodo della questione non è il legame con le opere di George Lucas, a cui entrambi i registi sono profondamente legati, e che costantemente citano nei loro dialoghi, nelle scenografie e nelle scelte di trama.[4] È il fandom, cioè l’insieme delle idealizzazioni, delle speculazioni, delle aspettative e dei commenti sorte attorno a Star Wars, il vero termine di confronto. Rian Johnson, regista di questo ottavo capitolo, lo ha sfidato a testa alta, facendo di Kylo Ren il proprio testimone: «Let the past die, kill it, if you have to. That’s the only way to become what you are meant to be». L’intero film può essere letto in questa chiave figurata.[5] Johnson cala come una scure sia su gran parte delle elucubrazioni sorte in questi anni attorno a ciò che The Force Awakens lasciava in sospeso, sia sull’immagine idealizzata dei vecchi eroi, introducendo prepotentemente nella ballata epica di Lucas il dramma personale. Tutto si sporca in questo film,[7] che per due ore e mezza si interroga sul difficile rapporto tra mitizzazione e realtà, tra ideali e politica, tra piani in teoria perfetti e una pratica, invece, che poi si rivela disastrosa, tra cosa vuol dire essere un eroe e cosa un leader. A chi si lamenta dell’instabilità emotiva e dell’immaturità di Kylo Ren, si può rispondere che il punto è proprio questo: il pericolo, oggi, non è più un leader monolitico nella sua negatività, ma un giovane assetato di grandezza e influenzato dai fanatismi.

 

Johnson rivela il suo talento proprio nel costruire una trama che è un incastro continuo di errori di valutazione e pieghe inaspettate. Pur senza veri e propri colpi di scena, l’incessante rimescolamento delle carte in tavola crea stupore: per una volta, anche ai protagonisti tutto va per il verso sbagliato. La percezione che metà della confusione creata potesse essere risolta con un briciolo in più di chiarezza e sincerità non è sbagliata; è voluta. Fallimento e debolezza sono le due grandi parole chiave del film. In linea con le tendenze dei film fantasy e fantascientifici degli ultimi anni, si tende a voler mostrare l’umanità di entrambi gli schieramenti: nemmeno il più incrollabile degli eroi è infallibile (a parte Yoda, ovviamente!), nemmeno il peggiore dei nemici è totalmente ingiustificato. Interessante + la scelta di Johnson di dipingere una società in un certo senso rassegnata alla guerra tra ribelli e Primo Ordine, nel film rappresentata dal personaggio di DJ e, in particolare, dai trafficanti d’armi, che sul contrasto tra ideali hanno costruito il loro impero d’affari.


Anche la Forza assume un ruolo peculiare in questo film. Se nei capitoli precedenti essa ci veniva presentata come distinta in due poli antitetici costantemente impegnati a soverchiarsi l’uno con l’altro, in The Last Jedi è l’equilibrio a far da padrone. In un certo senso, assomiglia al Dao del Taoismo, che fluisce e pervade ogni cosa, che non va forzato o piegato, ma sentito e seguito. In quest’ ottica, Kylo Ren e la sua controparte Rey divengono personificazioni di un principio che, nel suo intimo, è unico: da soli essi sono squilibrati, insieme si bilanciano perfettamente. Gli estremi di un filo, dopottutto, sono parte del filo stesso. Così «Darkness rises and the light to meet it» (Snoke), in un equilibrio dinamico che è spontaneo e indipendente da qualsiasi ordine religioso o politico pretenda di farsene portavoce. Johnson costantemente gioca sull’ambivalenza di quel to meet, inteso ora come scontro, ora come incontro. Forse uno degli aspetti più interessanti del film è questo reciproco riconoscersi tra Kylo Ren e Rey, il loro realizzare di essere costretti ad interpretare un ruolo che solo in parte hanno potuto scegliere. Rey, Leia e il generale Ondo sono, invece, la prova che la componente femminile del film svolge un ruolo solo apparentemente secondario rispetto a quello degli uomini: in realtà, è alle donne del film che va il merito e la speranza di salvezza della Ribellione.

 

Malgrado le libertà che Johnson si è preso nel trasformare i vari personaggi, The Last Jedi non compie mai passi in direzione di lidi che nulla hanno a che vedere col passato, esattamente come Kylo Ren finisce con l’assomigliare veramente a Darth Vader solo quando rinuncia ad imitarlo. Dopo lo scontro con Snoke, infatti, si assiste a un netto cambio nelle movenze di Kylo Ren e nelle parole che egli pronuncia, e la somiglianza con suo nonno si fa sempre più netta.

 

Ma quando il confronto con il passato comincia a farsi troppo serio, ecco che Johnson sorprende tutti, trasformando l’atmosfera ansiogena e cupa di The Last Jedi in quella frivola e comica di Balle Spaziali. Il risultato è una bizzarra alchimia tra ironia e serietà, che non tutti hanno digerito e che in diversi momenti risulta eccessiva, con personaggi sprecati nel ruolo di macchiette e gag. Va notato anche che molti degli elementi lasciati in sospeso nell’episodio 7 sono rimasti tali: dal passato di Snoke e del Primo Ordine, a come abbia fatto quest’ultimo a sfoderare una simile potenza di fuoco quando nel film precedente ha perduto la sua base stellare più potente, e l’immediatezza con cui Leia già dal primo film ha dato suo figlio per perduto. Dettagli che, almeno per ora, appaiono come leggerezze nella trama, ma ci riserviamo il giudizio finale a dopo che l’opera sarà completa, ossia dopo l’uscita nel IX episodio.

 

L'ironia spicciola, la scelta di stravolgere alcuni dei vecchi eroi e quella di chiudere molte delle porte che J. J. Abrams aveva aperto nel settimo capitolo hanno fatto sì che una fetta del pubblico trovasse The Last Jedi un po’ insipido o, nei casi più estremi, inguardabile. Malgrado i difetti, ciò su cui The Last Jedi si concentra è curato nei dettagli. Il nostro consiglio, perciò, è quello di guardarlo concentrandosi soprattutto sull’evoluzione interiore dei protagonisti, l’aspetto indubbiamente più riuscito.

 

[1] Organa è il nome della famiglia adottiva.

[2]Anakin Skywalker\Darth Vader, caduto in un delirio d’oscurità per non essere riuscito a proteggere Padme Amidala dalla morte, è stato sfruttato dall’ex Imperatore Palpatine per governare la galassia, fintanto che Luke Skywalker e Leia Organa\Skywalker, con l’aiuto di Han Solo vi si sono ribellati, facendo appello a quel poco di umanità rimasta in lui.

[3] La Forza è un’energia che pervade ed anima ogni angolo del cosmo, un principio manicheo distinto in luce e oscurità, poli dualistici impegnati in un eterno movimento di reciproca trasformazione e compenetrazione, da cui escono sempre perfettamenti equilibrati l’uno con l’altro.

[4] Sugli elementi di continuità tra le precedenti trilogie e The Last Jedi rimandiamo a quanto scritto da Luca Melorio sul blog L’Insolenza di R2D2. Ad esempio delle numerosissime citazioni presenti nel film di Johnson, invece, si può prendere lo scontro che vede protagonisti Kylo Ren, Rey e Snoke, continuo riferimento ad incastro a L’Impero Colpisce Ancora e Il Ritorno dello Jedi. L’atteggiamento del Leader Supremo nei confronti di Rey e la scelta di Ben Solo di ribellarsi al suo maestro è un rimando esplicito alla lotta finale tra Luke Skywalker, l’Imperatore e Darth Vader, mentre le parole che Kylo Ren rivolge a Rey al termine della battaglia riecheggiano quelle di Vader a Luke Skywalker nel secondo episodio della prima trilogia, nonché il terribile discorso pronunciato da Anakin a Padme, alla fine di Star Wars: The Revange of the Sith. Infine, la morte di Snoke, tagliato a metà da una spada laser, richiama la fine di Star Wars: La minaccia fantasma, dove a vincere lo scontro fu Obi Wan Kenobi, il cui soprannome era Ben, vero nome di Kylo.

[5] Ad esempio, il primo discorso che il Leader Snoke rivolge a Kylo Ren, citazione fedele di tutto ciò che l’opinione pubblica aveva espresso su Kylo Ren alla fine dell’episodio sette.

 

Riferimenti:

Rian Johnson

Star Wars: The Last Jedi

United States, 2017