Natura. Utilità, bellezza, armonia

Ralph Waldo Emerson, Nature, 1905, MET

 

di Paulo Fernando Lévano

 

Ralph Waldo Emerson (1803-1882) era l’esatto opposto del cowboy. Per cowboy naturalmente intendiamo quelli statunitensi, non i butteri della Maremma. Emerson, dicevamo, incarnava molto bene l’immagine del cittadino degli Stati Uniti di America nell’Ottocento: esattamente a metà tra il pioniere e l’eccezionalista.

 

Il pioniere è l’immagine di cittadino statunitense più o meno all’epoca dei nonni o dei bisnonni di Tex Willer: primi decenni e rotti dell’Ottocento, approssimativamente, il periodo in cui Zorro rompeva le scatole ai governatori messicani della California. L’eccezionalista invece è il figlio di discorsi che, sebbene già circolassero in quel secolo, non erano più riferiti al pionere, poiché l’eccezionalista era stato già testimone appassionato della Guerra di Secessione (1861-1865) e non poté più accontentarsi più del cowboy. L’eccezionalista aveva spazio nella sua immaginazione per storie come quelle de Il grande Gatsby di Francis Scott Fizgerald (1925).

 

Di sicuro la guerra impressionò molto Emerson: ogni guerra comporta uno sconvolgimento collettivo che si posa su ogni vissuto personale. Forse questo più di qualsiasi altra cosa funziona come discriminante principale di questa fascia generazionale dell’intellighenzia statunitense. Per usare una formula che troviamo particolarmente precisa, contenuta nel breve scritto introduttivo di Igina Tattoni, diremmo che la guerra accese quell'«immaginario dibattito» che accomunava questa generazione «tra chi, come Emerson, Thoureau e Whitman, continuava ad affermare la bellezza del sogno [americano], e chi, come Melville e in parte Hawthorne, lo denunciavano come falso» (p. 17).

 

Non ci fu tempo per decidere chi avesse ragione: la fine della guerra avviò la grande impresa di costruzione dell’american way of life, l’evoluzione Pokémon del “sogno americano” a cui prima si faceva riferimento. L’american way of life troverà poi, nel secolo scorso epigoni ed epitomi di ogni tipo, ma porterà nel nostro millennio un po’ del cupo fatalismo di Melville e Hawthorne, assieme a un po’ dell’ottimismo individualista di Emerson, di Thoureau e di Whitman.

 

Perciò, è interessante leggere i due saggi intitolati Natura e provare a vedere quanto è rimasto di questa avventura del pensiero a metà fra la formazione e la consolidazione dell’immagine degli USA come the land of the free and the home of the brave, come recita il loro inno nazionale, uno dei pezzi più belli che siano mai stati composti, checché se ne dica. Utilità, bellezza, linguaggio e disciplina sono i termini in cui Emerson stipula la sua definizione teleologica di natura: è naturale che troviamo cose utili e cose inutili; è naturale trovare nel bello l’utile e nel brutto l’inutile cose; è naturale che si parli o si taccia, che si agisca o si rimanga a braccia conserte, a seconda che si voglia soddisfare motivazioni pragmatiche o estetiche; guarda quanta naturalità! Sembra proprio il caso di mettere su una disciplina, isomorfa agli oggetti naturali che contempli.

 

Per mettere su una disciplina, ci vuole un bel po’ di teambuilding: stabilire quanto di preciso ne sia necessario eccede il proposito di recensire questa eccellente edizione. È però opportuno segnalare come la scelta di proporre i due saggi rispecchi il periodo di maggior impegno di Emerson. Ma in virtù di cosa si impegnava Emerson? I due saggi intitolati Natura svolgono la funzione di manifesto del celebre “Club Trascendentale”, uno dei primi think tanks della storia, sicuramente il primo nella storia indipendente degli Stati Uniti. Come in ogni manifesto, è possibile rilevare una piccola filosofia della natura in esso, in cui lo spirito viene collocato all’interno di una certa teleologia. Il lettore che possiede i rudimenti più rozzi di filosofia può, a questo punto, capire quale sia la ricetta basata su questi ingredienti.

 

«L’effetto costante della cultura sulla mente umana è di non scuotere la nostra fede nella stabilità di particolari fenomeni – come il calore, l’acqua, l’azoto –, ma di indurci a considerare la natura come un fenomeno e non come una sostanza, di attribuire un’esistenza necessaria allo spirito, di considerare la natura come un accidente e un effetto» (p. 60) – si legge nel saggio del 1836. «La differenza tra un paesaggio e un altro è minima, ma grande è la differenza in chi guarda. Non v’è nulla di così splendido in un paesaggio come l’imperativo d’esser bello al quale ogni paesaggio sottostà. La natura non si fa sorprendere discinta» (p. 91) - si legge successivamente, nel saggio del 1844.

 

Il maestro Paolo Rossi disse una volta che il meccanicismo è stata la prima immagine della scienza moderna, proliferando attraverso scoperte vincolate a mestieri e discipline che progressivamente si elevavano a maggiore dignità teoretica. Cercando di usufruire dal valore di questa analogia, potremmo dire che l’Idealismo è stata la prima immagine della filosofia come disciplina chiaramente distinta all’interno degli odierni settori scientifico-disciplinari, in modo tale che ogni filosofo sappia che in fin dei conti l’oggetto dei suoi skills è la natura, che a sua volta ospita dentro di sé gli oggetti di tutte le altre discipline. Così, fra i due saggi è possibile cogliere il movimento di ascesa del mestiere alla disciplina: il primo è il movimento verso su, il mestiere che si presenta come serio, “siamo al di là”; il secondo è il movimento verso giù, la disciplina che si presenta come essenziale, “siamo al di qua”.


Qual è il mestiere che corrisponde alla disciplina professionale di filosofo idealista? L’esatto opposto del cowboy: il conferenziere popolare, incaricato di riportare l’ideale pastorale del sogno americano nei nuovi paesaggi industriali dello stile di vita americano, attraverso una concezione di natura come semplice immanenza assoluta, da ricondurre al processo.

Ralph Waldo Emerson
Natura. Utilità, bellezza, armonia (1836)

Roma: Donzelli, 2017