Libro dei poveri

Ryūryūkyo Shinsai, Books, 19th century, MET

 

di Sara Quondamatteo

 

Inserire la raccolta di poesie Libro dei poveri (Ksiȩga ubogich) di Jarosław Mikołajewski nel novero delle opere di carattere pubblicistico potrebbe suscitare più di una perplessità: non c’è bisogno di disturbare voci autorevoli della critica letteraria per accorgersi dell’enorme differenza che intercorre tra un componimento in versi e un articolo di giornale. Eppure leggendo questo volume, che spicca per il suo colore giallo come il genere tanto amato dall’autore[1], si ha proprio la sensazione di sfogliare le pagine di un quotidiano, alla ricerca di  notizie o di approfondimenti sulle assurde vicende che si susseguono nel mondo intorno a noi e dentro di noi. 

 

Il titolo Libro dei Poveri campeggia in mezzo alla copertina come una testata di giornale: in esso è già contenuto tutto il programma della raccolta, che trova in quella omonima composta ben 101 anni prima da Jan Kasprowicz una fonte di ispirazione e allo stesso tempo un antimodello. I poveri di Mikołajewski non sono creature che vivono in semplicità e in armonia con una natura che le avvicina al loro Creatore, come scrive Kasprowicz. Al contrario, l’umanità che popola i versi del poeta contemporaneo è povera in spirito poiché costretta a riconoscere che «non dio è amore / ma amore / è dio»[2] (p. 71). Il chiasmo della brevissima poesia intitolata errore teologico (błąd teologiczny)[3] stravolge l’esistenza dell’uomo: egli non è più beneficiario di un amore celeste che sembra piombare su di lui come dono dall’alto, ma protagonista di una inarrestabile quête verso un sentimento totalizzante. Eppure l’amore, entrando a far parte di una nuova dimensione terrena, è costretto a fare quotidianamente i conti con la sua negazione, la morte: «è un mistero troppo grande vedere / la tomba vuota dell’amore / come si fa a spartirlo / con una sola morte / a meno che non muoia ogni giorno»[4] (p. 131).

 

È in quel ogni giorno che si inserisce la poesia di Mikołajewski, impegnato a registrare tutti gli interrogativi dell’esistenza come se fosse un inviato speciale di fronte ad un evento di complicata natura. Compito della sua scrittura è cercare di districare,  per quanto possibile, l’ingarbugliata matassa di eventi ed emozioni che costellano l’esistenza di ciascuno di noi e che rendono la nostra testa «sempre più simile a un colabrodo»[5] (p. 13). Ma i suoi versi sono investiti di un’ulteriore missione: opporre resistenza all’inevitabile fluire della realtà e dei pensieri, al «nulla / incenerito nel nulla»[6] (p. 13) che solo foglio e matita possono tentare di imprimere nel tempo e nello spazio. Affinché tale processo si realizzi, è necessario che il poeta operi una dilatazione di queste due coordinate: solo dando voce agli «sviluppi impensabili» dell’immaginazione diviene possibile contrastare la minaccia della dissipatio. Ecco allora che nel componimento abbagli di torpore sull’aereo da londra (senne ćmy w samolocie z londynu) Mikołajewski sogna universi paralleli, fatti di città sconosciute, anime in attesa, amori insoliti ed attimi eterni.

 

L’attualità riveste un’importanza notevole nella raccolta Libro dei Poveri: numerose sono le liriche che si immergono nelle vicende, spesso drammatiche, del mondo contemporaneo per ricavarne del materiale poetico. La prima si intitola 20 febbraio 2017 (20 lutego 2017): il «barcone vuoto / sul mare»[7] (p. 45) citato nel distico finale senza dubbio richiama alla mente le migliaia di immagini e servizi sul fatale viaggio della speranza intrapreso dai migranti. Ma il riferimento ad una data precisa del titolo nasconde quella capacità di dilatare il tempo e lo spazio di cui si è appena parlato: il tema dell’immigrazione è senza dubbio uno dei nodi centrali della contemporaneità, tenuta a fare i conti quotidianamente, e non solo il 20 febbraio, con tale fenomeno di portata globale. È proprio di fronte a quei barconi e al loro tentativo di attraccare sulle coste di paesi lontani che l’uomo è chiamato ad interrogare la propria coscienza, misurandosi con speranze e timori implacabili.

 

Qualche pagina più avanti troviamo dopo l’attentato (po zamachu), poesia che, nonostante il titolo privo di pathos, si rivela sempre più struggente nel tentativo di raccontare il coraggio e allo stesso tempo il senso di impotenza di coloro che subito dopo il tragico evento si adoperano per salvare la vita, in cielo o in terra, delle vittime. Segue un componimento dedicato al poliziotto keith palmer, morto il 22 marzo 2017 nel tentativo di impedire al terrorista Khalid Masood di entrare a Westminster. In realtà, solo dopo pochi versi «quel viso / […] sull’asfalto in un’aureola / di lumini»[8] (p. 105) si trasfigura assumendo le sembianze di coloro che hanno prestato servizio o soccorso per garantire l’ordine pubblico: a tutti loro Mikołajewski assegna l’«oscar per il ruolo / secondario nel posto / sbagliato»[9] (p. 109). Fra di essi compare uno dei tanti “angeli di Amatrice” «incastrato fra le pietre / della città ammazzata da una morte / irreparabile»[10] (p. 105). Il terremoto che ha colpito il cuore d’Italia nell’agosto del 2016, distruggendo la vita di interi paesi e di centinaia di uomini, deve aver scosso anche il poeta polacco. Infatti, la sua avere o non avere (mieć albo nie mieć) ruota attorno a questo evento che snatura i sentimenti umani, instillando la paura di avere accanto a sé  le persone o le cose più care, «soprattutto durante / perché subito dopo / è di nuovo un bene / averlo / anche se preavvisano che ritornerà»[11] (p. 113).

 

È bene precisare a questo punto che le poesie di Mikołajewski non sono monotematiche: sono molte le riflessioni o gli argomenti che si intrecciano alle vicende di attualità. Il primo di questi è senza dubbio la letteratura. Non importa che egli sia al Theatre Royal per assistere alla messa in scena dell’opera shakespeariana Molto rumore per nulla (Much ado about nothing) o immerso nel suo lavoro di traduzione nella speranza di non essere fatto a pezzi dalla critica. Ciascuna delle opere letterarie incontrate lungo il cammino parla alla sua vita e della sua vita: come Tabucchi che «solo / in portogallo leggendo / pessoa entrò nella propria / vita»[12] (p.87), così Mikołajewski sembra ritrovare se stesso nelle parole altrui, divenute magicamente anche le sue poiché in realtà di nessuno. D’altronde, già nel momento della nascita all’uomo si è rivelata «la vita la sua potenza l’inutilità e la vergogna / di un creatore che sentiva di non aver creato nulla»[13] (p. 79). La stessa immagine del Creatore, protagonista di una delle macro-tematiche che interessano all’autore, sembra uscire sommessamente di scena in seguito ad una non conversazione (nierozmowa) fallimentare. È proprio la «sua nevrosi / da stress creativo»[14] (p. 91) ad impedire la riconciliazione con l’uomo: nonostante i tentativi di avvicinamento, ciò che resta ad entrambi è soltanto un legame ormai spezzato e un iniziale interesse reciproco, sbiadito nel ricordo.

 

Accanto a queste attente analisi che penetrano nelle profondità dell’essere umano, troviamo molto altro: un fatto di cronaca rosa documentato  nella poesia tradimento (zdrada); il bollettino meteorologico di lapsus che con «una parola / mal pronunciata / o mal intesa»[15] (p. 23) mette in guardia dal potere dell’immaginazione; una sezione destinata alle lettere scritte per amici (lettere a un’amica – listy do przyjaciółki) e parenti lontani (caro papà – kochany tatusiu); un reportage sulla città di Londra; un trafiletto dedicato ad un anniversario (tanti auguri – sto lat). Insomma: ce n’è davvero per tutti. Ma se anche tutta questa raccolta può sembrare «malfatta / vuota / inadeguata / a pensieri e sentimenti»[16] (p. 133) agli occhi del lettore più esigente, il poeta ci rassicura: di certo non può essere peggiore «di quest’anima che ho dentro / e del barattolo in cui lei va a dormire».[17]

 

[1] Mikołajewski è traduttore dei romanzi di Camilleri e autore di un giallo intitolato Tè per un cammello, ovvero i casi e i casini dell’investigatore McCoy (Herbata dla wielbłąda, czyli sprawi i sprawki detektywa McCoya).

[2] nie bóg jest miłością / tylko miłość / bogiem (p. 70).

[3] La raccolta, sia nei titoli delle poesie che nei nomi propri, risulta priva di lettere maiuscole (con qualche rara eccezione) e di segni di interpunzione. Mikołajewski riprende la tradizione poetica degli anni ’30 iniziata con Czechowicz, finalizzata a creare polisemia e partecipazione attiva del lettore.

[4] zbyt wielka jest to tajemnica zobaczyć / pusty grób miłości / jak na to by siȩ nią dzielić / z jedną tylko śmiercią / która niech umiera wiȩc co dzień (p.130).

[5] coraz / bardziej jak durszlak (p. 12).

[6] nic / przepalone na nic (p. 12).

[7] pusta łódka / na morzu (p. 44).

[8] tȩ twarz / […] na asfalcie w aureoli / lampek (p. 104).

[9] oscar za kreacjȩ / epizodyczną w niewłaściwym / miejscu (p. 108).

[10] wciśniȩtym pomiȩdzy kamienie / miasta zabitego na śmierć / bezpowrotną (p. 104).

[11] zwłaszcza w trakcie / bo już po / znowu dobrze / jest mieć / nawet jeśli uprzedzają / że wróci (p. 112).

[12] dopiero / w portugalii kiedy czytał / pessoȩ wszedł w swoje / życie (p. 86).

[13] życie jego potȩga daremność i wstyd / stwórcy co czuje że niczego nie stworzył (p. 78).

[14] nerwicy / stwarzania (p. 90).

[15] w źle odczytanym / albo powiedzianym / słowie (p. 22).

[16] niedobry / pusty / nieadekwatny / do myśli i uczuć (p. 132).

[17] od tej duszy we mnie / i od puszki / do której ona / kładzie siȩ spać (p. 132).

Jarosław Mikołajewski

Libro dei poveri

Varese: LietoColle, 2017