Caporetto

 

di Andrea Germani

 

«Il caporettismo è una tara storica e morale, sinonimo di codardia, di doppiezza e di viltà. Il cadornismo è l’antico vizio di gettare le responsabilità sugli altri, di non ammettere i propri errori, di cercare altrove l’agnello sacrificale, finendo paradossalmente per diventare l’unico capro espiatorio».[1]

 

Così Stefano Cingolani in un articolo de Il Foglio, uno dei tanti pubblicati in concomitanza del centenario della battaglia che più di tutte è stata assurta a simbolo dell’impotenza militare italiana. Niente di nuovo sotto il sole: soldati che hanno fatto della vigliaccheria un’ancora di salvezza; ufficiali distanti anni luce dalla truppa reale (parafrasi dell’usato e abusato paese reale) incapaci di guardare ai propri errori; -ismi come se non ci fosse un domani. Una magistrale sintesi di cento anni di trasposizioni su carta di inaccuratezze storiche e perpretrazione di stereotipi intorno al bellicismo tricolore, il tutto in sole quattro righe. Bravo Cingolani, non c’è che dire.

 

Facciamo i seri, Cingolani non vuole sicuramente difendere queste due categorie e tutto il portato della débâcle di Caporetto in campo storico e letterario; anche perché, come ha tentato di mostrare Alessandro Barbero in questo voluminoso saggio (645 pagine), la disfatta di Caporetto ha dei contorni particolarmente sfumati che mettono in dubbio la visione manicheista che da cento anni connota la narrazione sulla battaglia. Leggendo le pagine di Caporetto (Laterza, 2017) emergono dettagli passati inosservati dalla vulgata storica, oltre a una visione d’insieme degli schieramenti in campo che tradisce la dicotomia post-bellica che vede contrapposti i bravi italiani – sempre furbi, pigri, paciocconi e inadatti a prove di forza che richiedono una certa dose di fegato[2] – ai cattivi tedeschi – spietati, precisi, rigorosi e inflessibili nei loro mortiferi doveri di Stoßtruppen, prima, e Waffen-SS, dopo.

 

Ho ritenuto inutile avventurarmi nell’ennesima sintesi della battaglia/disfatta con tanto di cause ed effetti – c’è una letteratura sterminata sull’argomento,[3] se non dovesse bastarvi l’opera di Barbero – e preferito privilegiare l’esposizione di tutti quegli aspetti adombrati nel discorso su Caporetto e dintorni ma che Barbero ha sapientemente riportato nella sua trattazione. Aspetti che solo parzialmente contraddicono i capisaldi dell’impianto divulgativo sulla Guera Granda ma che spesso non hanno trovato spazio perché disinteressanti, o forse perché difficilmente spendibili all’interno di un orizzonte narrativo che vede nella vittoria mutilata la più ovvia conseguenza di una guerra condotta male da una nazione in balia dell’incapacità di fondo che accomunava soldati, politici e ufficiali. Ciascuno inetto a suo modo, secondo i limiti concessi dalla sua professione.

 

L’inettitudine sembrò non essere una prerogativa tutta italiana, anzi. Soldati e ufficiali tedeschi non nascosero mai il loro disprezzo per i cobelligeranti austriaci, stimati alla stregua di “tedeschi di serie b”, assimilabili per cultura e livello di civilizzazione agli italiani; non sappiamo se questo malcelato disprezzo li portasse a immaginarseli persino peggiori degli italiani, di cui perlomeno stimavano profondamente la cucina e le produzioni artistiche. Ognuno è il terrone di qualcun altro. Per lombardi e piemontesi erano terroni i meridionali, per gli austriaci lo erano gli italiani in toto mentre per i tedeschi lo erano gli austriaci, welschen che abitavano le Alpi e l’Europa orientale, uomini caratterizzati da «una Schamplerei (“sciatteria”) assunta a regola» oltre a «una rassegnazione che [...] sconfinava “nel fatalismo dell’Oriente”» (p. 5).

 

L’intero conflitto fu segnato da un senso di superiorità tedesco che sfociava nella derisione e umiliazione dell’alleato, subordinato addetto a lavori sporchi e a battaglie di second’ordine, come l’avanzata in Veneto, mentre i “soldati veri” tenevano testa a francesi e inglesi sul fronte occidentale e ai russi su quello orientale. C’è da immaginarsi il livello di denigrazione raggiunto dai tedeschi quando si trovarono costretti a correre in soccorso degli austriaci per aiutarli nelle offensive friulane del ’17. Non era un mistero che gli austriaci non sopportassero più i fratelli coltelli germanici.[4] Anche gli italiani percepirono l’abisso che si era creato fra i due alleati: il tedesco, agli occhi di un ufficiale italiano, risultava «equipaggiato a nuovo, assestato, pulito, ordinato, imperioso» a differenza dell’austriaco «mal equipaggiato, trasandato, sporco, addetto ai servizi più umili», tanto che «sembrava che l’austriaco servisse il tedesco» (p. 463).

 

Al di là di ogni disistima germanica verso gli alleati è doveroso menzionare, al fine di comprendere il gap creatosi fra i due, la difficilissima situazione dell’esercito austro- ungarico, carente di mezzi in misura non troppo dissimile dall’organico militare italiano, e dell’Impero stesso, prossimo alla definitiva disgregazione, complici le istanze indipendentiste provienenti da ogni remoto angolo della nazione. La presenza di croati, ungheresi, rumeni, ucraini, bosniaci (musulmani), italiani (fra tutti triestini e trentini) fra le file dell’esercito di Carlo I contribuì indubbiamente al consolidamento di un pregiudizio anti-austriaco che sfociava talvolta nel razzismo più spudorato. La fame che attanagliava Vienna – ma anche i soldati imperiali, sempre a caccia di cibo italiano prima ancora che di prigionieri o materiale bellico – l’ovvio disinteresse per la causa imperiale da parte di un gran numero di soldati e le privazioni cui furono sottoposti condussero al collasso l’armata delle aquile, sfinita ancor prima che la guerra terminasse. «L’aspirante Trojani racconta che dopo la cattura “un territoriale austriaco ci si accosto e parlando veneto disse assai male degli austriaci e peggio per i tedeschi. Era disperato perché l’offensiva aveva avuto successo”: l’Austria era al lumicino, in caso di sconfitta la guerra sarebbe finita» (p. 464).

 

Gli austriaci pativano l’insostenibilità della guerra, già particolarmente impegnativa a est contro russi e serbi, resa successivamente impossibile dalle spallate italiane sull’Isonzo. Il timore di perdere Trento e Trieste acuiva la delicata situazione e debilitava un esercito in balia di isterie nervose e principi di disobbedienza militare: le diserzioni da parte di dalmati, giuliani e sloveni abbondavano nell’ultima fase della guerra. Gli austriaci temevano l’esercito italiano, si perché i mezzi e gli uomini che avevamo schierato erano più che sufficienti per affrontare la battaglia; se ne erano resi conto anche i tedeschi. Al 20 ottobre 1917 gli austro-tedeschi schieravano 562 battaglioni contro gli 891 italiani (cfr. p. 163) mentre sorvolavano i cieli 570 velivoli italiani da contrapporsi ai 220 scarsi austriaci (cfr. p. 84). Non solo i numeri erano dalla parte nostra; le qualità ingegnieristiche italiane erano riconosciute da entrambi gli eserciti dell’Alleanza e l’XI battaglia dell’Isonzo aveva fatto luce sulle capacità della macchina da guerra tricolore e sul potenziale della sua truppa. Di più, le maschere antigas italiane funzionavano, contro ogni bufala sulla loro presunta inutilità (cfr. p. 293), e la nostra artiglieria era adeguatamente dotata di pezzi e munizioni, schierati moderatamente bene. Non avevamo un’Armada Invencible, poco ma sicuro, ma nemmeno una compagnia degna di Brancaleone da Norcia.

 

A tradirci furono: la disorganizzazione dilagante; il feroce classismo, da cui scaturiva un’incomprensione incolmabile fra la dirigenza e la fanteria, quest’ultima intesa come un ammasso di oggetti sacrificabili; l’ethos pseudo-cavalleresco degli ufficiali, talvolta creati ex novo nel vacuo tentativo di istituire una classe dirigente dal nulla mandando a fare la

scuola per ufficiali chiunque avesse titoli di studio; il bizantinismo degli uffici che rese le comunicazioni un andirivieni di bollettini che volevano avere la parvenza di articoli di giornale. «[...] “nei nostri ordini d’operazioni si fece spesso della letteratura. E si scrisse pensando più al superiore che doveva giudicarli, che all’inferiore che doveva eseguirli”» (p. 399). I risultati li conosciamo tutti: l’offensiva si concluse con soldati italiani che gridavano «Evviva l’Austria!» o «Evviva la Germania!», benedicendo la cattura, o che dovevano schivare i proiettili di carabinieri e ufficiali connazionali, intenti a punirli per i continui tentativi di diserzione. Qualcuno si spinse a dire di «essere stufo di battersi per i Veneti» (p. 498) e che gli austriaci potevano pure prendersi Milano, per quel che lo riguardava.

 

Non è finita qui, l’aspetto forse più clamoroso della vicenda nella sua interezza è rappresentata dalla parsimonia e dall’eccessiva, e inutile, oculatezza nella gestione delle munizioni. A fronte di un incessante bombardamento austro-tedesco gli italiani non risposero per evitare sprechi di sorta: era stato «”severamente ordinato” di sparare poco per non consumare munizioni» (p. 316). Non che il piazzamento dell’artigliera fosse dei migliori, ma il giusto fuoco di copertura avrebbe, forse, aiutato le prime linee e i reparti d’assalto nelle loro operazioni e, inoltre, sarebbe stato di grande aiuto per evitare lo scoramento dilagante nelle truppe italiane, impensierite dal fuoco a ripetizione nemico a cui non corrispondeva, in quantità e qualità, quello amico. Cadorna vide bene di limitare il tiro allo «stretto indispensabile» (p. 319) per non sprecare munizioni al fine di averne a sufficienza per la primavera successiva. Come se non bastasse i pochi colpi sparati giunsero raramente a segno dal momento che la regolazione dei cannoni era stata calibrata per colpire le postazioni austriache, bersagli immobili, mentre una controffensiva si fonda precipuamente sulla distruzione di truppe all’assalto, dunque bersagli mobili. Un disastro logistico imputabile in parte a una frugalità piuttosto bizzarra per la nazione divenuta famosa, quasi un secolo dopo, per gli ingenti sprechi di fondi pubblici.

 

Barbero nel suo volume ha tentato di dare una giusta panoramica degli eventi che segnarono il tracollo di Caporetto facendo attenzione alle cause, nella loro complessità, e agli effetti che ne conseguirono. La scelta di fare ampio uso della diaristica e della cronachistica, accompagnata dalle canoniche fonti storiografiche, è volta a restituire l’esperienza di Caporetto secondo i differenti punti di vista, nel tentativo di comparare il racconto degli uomini presenti sul campo con interpretazioni e speculazioni della storiografia successiva. Il lavoro di Barbero si situa all’interno di un filone di ricerca in continuo stato di aggiornamento che difficilmente riuscirà a dare credito dell’esperienza caporettiana in ogni sua sfaccettatura: i depistaggi e la “politica dello scaricabarile” hanno difatti reso difficoltosa la ricerca della verità sulla disfatta già dai giorni conseguenti alla tragicomica ritirata italiana fin verso il Piave (vedi il capitolo XIII, La ritirata del Friuli tra apocalisse e carnevale, pp. 469-508). A ciò è da aggiungere l’impunità dei responsabili e lo sforzo di riabilitare la classe degli ufficiali del Bel Paese, anche nel momento in cui l’evidenza indicava esattamente l’opposto. Ma, tutto sommato, noi italiani sappiamo bene che fine fanno le responsabilità storiche, morali e politiche delle classi dirigenti che hanno mandato la nostra terra allo sfacelo: è dal 1945 che sentiamo dirci che, in fondo in fondo, non siamo stati tanto cattivi quanto i tedeschi e che qualcuno, fra le tante malefatte, “ha fatto anche cose buone”.

 

 [1] Stefano Cingolani, I Cadorna d’Italia, Il Foglio, inserto settimanale, 14-15/10/2017.

[2] «Fegato dicono... Quelli conoscono solo il fegato alla veneziana con cipolla. E presto mangeremo anche noi quello» dice l’ufficiale austriaco al soldato semplice Giovanni Busacca (Vittorio Gassman) in procinto di rivelargli la posizione delle truppe italiane nel film di Mario Monicelli La Grande Guerra (1959).

[3] Alcuni dei maggiori titoli sono: Nicola Labanca, Caporetto: storia di una disfatta, Bologna, Il Mulino, 1997; Mario Isnenghi, La tragedia necessaria. Da Caporetto all’otto settembre, Bologna, Il Mulino, 1999; Paolo Gaspari, La verità su Caporetto, Udine, Gaspari Editore, 2012; Angelo Gatti, Caporetto, Diario di una guerra (maggio – dicembre 1917), Bologna, Il Mulino, 2014; Stefano Lucchini (a cura di), A Caporetto abbiamo vinto, Milano, Rizzoli, 2017.

[4]  Il maggiore Metzger riferiva che «era semplicemente impossibile lavorare con questi tedeschi montati, con loro non si riusciva a concludere niente, ne sapevano sempre più di te, disgustoso», cfr. p. 166.

Alessandro  Barbero

Caporetto

Bari: Editori Laterza, 2017