Il realismo è l'impossibile

Giovanni di Paolo, La creazione del mondo e l'espulsione dal paradiso, 1445, MET

 

di Edoardo Bassetti

 

Come sempre capita nella vita dell’Uomo, tutto ha inizio da una fica. O meglio, non proprio e non soltanto, da una fica. C’è un quadro, infatti, che più di altri ha scandalizzato la storia dell’arte per la sua inesauribile indecenza: L’Origine del mondo di Gustave Courbet. Un’opera che ha sconcertato anche chi era abituato a sconcertare, di solito: davanti a quella vulva in primo piano, appunto, si dice che l’esuberante Pablo Picasso - dopo essere rimasto a lungo senza parole come un qualsiasi scolaretto di fronte a un taboo legato al sesso - abbia mormorato fra sé e sé, mezzo intimorito:

 

«La realtà, è l'impossibile!».

 

Avessimo dovuto fare un’analisi retorica di questa strana espressione, avremmo detto senza indugi che si tratta di un ossimoro: l’unione di due termini fra loro contraddittori, che genera l’effetto di un cortocircuito sintattico. Una frase di quelle che piacciono tanto, oggi, già pronte per essere citate nella didascalia di qualche nostra immagine postata sui social, che spesso ha anche la presunzione di diventare foto profilo, come fosse legittimata da quella, disabitata, cornice letteraria. Ecco, Walter Siti parte proprio da questa intuizione – vera, o presunta che sia - per dimostrare che, a ben vedere, di un ossimoro non si tratta: realismo e impossibilità, infatti, non sono e non dovrebbero essere due termini fra loro contraddittori.

 

«Nel presente libretto la precisione filologica non è garantita, le citazioni sono a orecchio e spesso di seconda mano; volevo conservare il carattere di un confessione di laboratorio, se avessi lasciato entrare il demone dell’accademia certo questo mi avrebbe dissuaso dall’affrontare un argomento così impegnativo.», possiamo leggere in Nota. D’accordo, ma viene comunque da chiedersi: è possibile affrontare un tema così complesso come il realismo, in un’opera che si dichiara così sfacciatamente approssimativa?

 

Siti cerca di rispondere con quella che potrebbe sembrare una breve antologia di curiosi aneddoti letterari, anche un po’ citazionista a dir la verità, dove si intrecciano insistentemente le biografie e le opere dei più grandi artisti della storia: da Plinio il Vecchio a Nabokov, da Giotto a Warhol, passando per Dickens, Joyce e Dante. Cuce con disinvoltura le maglie sparse di questo marasma di pezzi di vite raccontate, presunte, vissute, o semplicemente inventate, e le cuce talmente bene che non ci accorgiamo nemmeno dov’è che ci sta portando.

 

Nel mettere insieme i tasselli di questo puzzle - come afferma l’autore stesso ancora in Nota – Siti ha attinto, dal saggio Realismo e letteratura di Federico Bertoni, aneddoti e frasi che tanto l’hanno fatto pensare: un nome che dovrebbe suonare famigliare a molti studenti dell’Alma Mater, che, come me, hanno avuto o avranno la fortuna di assistere alle sue lezioni di Teoria della letteratura o Storia della critica letteraria. Ma ora lasciamo stare questo pizzico di sano campanilismo che non fa mai male, e torniamo ad occuparci del nostro saggio in questione, Il realismo è l’impossibile: potrebbe essere questo, ad esempio, un buon punto di partenza per capire dove Walter Siti ci vuole portare, attraverso questa sfilza di aneddoti e citazioni:

 

«Plinio il Vecchio racconta che Zeusi e Parrasio, i due grandi pittori greci, vennero un giorno a contesa: nel prato fissato per la gara ognuno dei due aveva portato la propria opera protetta da un panno. Quando Zeusi mostrò la sua, dove aveva dipinto un grappolo d’uva, gli uccelli scesero dal celo per beccarlo; inorgoglito del successo e dichiarandosi già vincitore, Zeusi invitò con degnazione Parrasio a sollevare il panno per mostrare quel che aveva realizzato – ma Parrasio aveva dipinto il panno. Gli animali sono attratti da ciò che si vede, l’uomo da ciò che si nasconde; il panno di Parrasio rappresenta la cortina che divide la nostra impotenza dalla realtà. Il realismo non è la storia di un rispecchiamento piatto e subalterno, ma di uno svelamento impossibile.» (pp. 15-16)

 

La domanda sorge allora spontanea, istintiva: la realtà, può essere realistica? O è più realistica, magari, la rappresentazione artistica di quella stessa realtà? Oppure: è più realistico un quadro che ritrae fedelmente un grappolo d’uva, o un grappolo d’uva? Un ritratto, o un uomo vero, in carne e ossa? Un articolo di cronaca o un’opera letteraria sullo stesso, identico, fatto? È più realistico il racconto di una realtà oggettiva, asettica, o quello di una realtà soggettiva, deformata, percepita?

 

«Se finalmente raggiunta, la realtà-realtà risulta poco credibile dal punto di vista dell’arte; un aneddoto forse spurio ma ben trovato tramanda che il pubblico abbia mugugnato “stasera è morto male” alla fine dell’ultima recita del Malato immaginario, quando Molière ebbe davvero lo sbocco di sangue che lo condusse a morire poche ore dopo.» (p.25)

 

Ed ecco svelato l’arcano: l’opera più realistica di tutte è quella che più si avvicina alla realtà, senza però mai raggiungerla. Ce l’ha a portata di mano, lì, a pochi centimetri, ma decide di non toccarla. Resiste alle sue tentazioni; la guarda, continua a guardarla, ma non allunga la mano: la conserva incorrotta, pura e inarrivabile, e quindi prolifica, credibile. Credibile come un raggio di luce in Caravaggio, platealmente arbitrario e contro ogni legge della fisica, che ci sembra, però, la cosa più realistica che ci possa essere: siamo pronti a giurare, ogni volta, che quel raggio di luce possa cadere solo e soltanto in quel modo preciso, perfetto, quando invece dovrebbe farlo, semmai, in qualsiasi altro.

 

«La letteratura, dice Nabokov, non nacque il giorno in cui un ragazzo uscì dalla grotta gridando “al lupo, al lupo!” mentre un grosso lupo grigio lo inseguiva – nacque quell’altra volta che il ragazzo uscì dalla medesima grotta gridando “al lupo, al lupo!” e non c’erano lupi dietro di lui. D’accordo, ma quel ragazzo non ha gridato “al drago!” o “alla chimera!”: l’effetto non sarebbe stato così sconvolgente, avrebbero capito subito che stava recitando.» (p.16)

 

Ecco dov’è che Walter Siti vuole condurci – a questa semplice ma decisiva conclusione, che grazie a un approccio comparatistico potremmo indicare con un’ardita similitudine: il realismo, in arte, si comporta in modo molto simile al concetto di limite, in matematica: è tale, e anzi tocca il suo apice, a una sola condizione: non dovrà mai raggiungere il suo obiettivo; dovrà avvicinarlo, semmai, tendendo a sfiorarlo all’infinito. All’infinito.

 

«Se dovessi trovare, per il realismo come lo intendo, un verbo riassuntivo, indicherei il verbo sporgersi.» (p.79)

Walter Siti

Il realismo è l’impossibile

Roma, Nottetempo, 2013