A Calais

 

di Paulo Fernando Lévano

 

Il violento mestiere di scrivere a volte implica cacciarsi nei guai, nel senso che, a volte, uno scrittore va a fare il suo mestiere in posti violenti, dove la scontrosità è l’unica emozione disponibile a chi vi abita e «la cosa peggiore è non poter fare a meno di schierarsi» (p. 16).

 

Perciò, dopo il filosofo al CIE, l’entomologo sull’isola e il giornalista davanti ai fornelli, ora vi proponiamo lo scrittore a Calais. Nel caso trascuriate completamente cosa sia accaduto a Calais, basti semplicemente sapere che ivi si verificava una crisi umanitaria grande quanto l’intero Monte Bianco, e dato che il Monte Bianco si trova in un confine internazionale, noi variamo leggermente sul tema e ora vi presentiamo una crisi umanitaria in un confine internazionale, attraverso questo reportage di Emmanuel Carrère, scrittore francese di consolidata fama internazionale e particolarmente bravo in questo specifico genere (cfr. L’avversario, sesta edizione per Adelphi, 2013).

 

A Calais si è verificata una crisi umanitaria, dicevamo, ma non solo. Potremmo invece soffermarci su alcune bizzarrie della geografia politica comunitaria, come ad esempio il Protocollo di Sangatte oppure il Trattato di Le Touquet (di cui Carrère parla brevemente, pp. 18-19). Il fatto è che non tutti si sono accorti, ma è da poco più di cent’anni che l’Inghilterra non è più un’isola, e l’onda d’urto scaturita da tale cambiamento si fa sentire ancora sull’odierno senso comune. Possiamo anche dire con un grado di certezza relativamente alto, che il primo ad accorgersi fu un collega divulgatore, uno dei primi nomi grossi del mestiere: Alfred Harmsworth, in arte Lord Northcliffe, fondatore del Daily Mail e del Daily Mirror, che sono vere e proprie istituzioni del giornalismo sensazionalistico inglese, altresì conosciuto come “formato tabloid”.

 

“L’Inghilterra non è un’isola” è uno slogan, dicevamo, venuto in mente a Lord Northcliffe fra il 1906 e il 1909, fra Parigi e Londra, fra il cielo e la terraferma. Risultato del fiuto per la novità che caratterizza la sensibilità di ogni bravo giornalista, questo motto divenne il sottosfondo ostinato con cui Northcliffe seguì l’intera vicenda dell’aviazione, fino all’esplosione mediatica successiva alla prima trasvolata del canale della Manica, un 25 luglio 1909, ad opera di Louis Blériot e il suo monoplano Blériot XI. Da allora, ne sono successe di cose: la battaglia di Dogger Bank, l’operazione “Dynamo”, la battaglia d’Inghilterra, le scoperte di Groningen e di Ekofisk, la costruzione del Tunnel della Manica. E ora, la recentissima crisi umanitaria a Calais, nel cuore dell’Europa unita.

 

Con il nuovo millennio, purtroppo, l’Inghilterra ha capito che un secolo di novità può bastare e ora vuole tornare ad essere un’isola: così, ha preso la parte del confine in cui gli inglesi confinano con la Francia e se l’è portata sull’isola; allo stesso tempo, ha preso la parte del confine in cui i francesi confinano con l’Inghilterra e l’hanno restituita ai francesi (come si dice di solito, “a casa loro, con il loro burro e il loro can can”). Tutto ciò, naturalmente, a discapito dei partecipanti quotidiani di questa crisi che, vista così sulle lunghe durate, fornisce una prospettiva molto ricca per capire episodi di folklore europeo come Brexit oppure che gli inglesi si ostinino a buttare latte nel thé.

 

Attenzione alla caratterizzazione che Carrére dà di un certo tipo di attivismo associato alle figure di Edgar Morin e di Serge Latouche (cfr p. 26), poiché è importantissima per usufruire al meglio dell’espediente narrativo dell’autore: che sussistano, nel mondo reale, contraddizioni (come isole che non sono isole oppure latte nel thé) è indicativo della fine dei tempi, della fine delle ricette new age del “granello di sabbia”. Parafrasando Lacan, c’è del disagio: c’era già molto prima di ora, ma ora è molto più percepibile nelle zone di comfort dell’Occidente moderno. Nel disagio, si formano gli schieramenti e parte la violenza.

 

Nel bel mezzo di questa violenza, gli scrittori si sentono chiamati a scrivere, e coloro che sono abbastanza accorti non si fermeranno alla loro scrittura ma cercheranno di includere altre scritture. La scrittura di A Calais si è configurata sulla base di un’opposizione: il confronto fra l’esperienza dell’attivismo intellettuale à la Latouche e il mestiere dell’attivista che scrive a caso, per l’occasione (rappresentata nel reportage dalla misteriosa interlocutrice di Carrére, “Marguerite Bonnefille”[1]) permettono almeno di mettere in discussione la qualità del “realismo” giornalistico odierno, magari prima che l’oblio finisca di posarsi sul recente sgombero della giungla di Calais.

 

Come siamo finiti nel mondo dove le notizie accadono sempe ora?

 

[1] Niente spoilers.

Emmanuel Carrère

A Calais

 Milano: Adelphi, 2016