Ritratto di collezionista

Michel Temim, Collectionneur, olio su tela, 2013
Michel Temim, Collectionneur, olio su tela, 2013

 

di Bianca Bozzeda

 

Il collezionista è soltanto uno dei possibili acquirenti di opere d’arte: si può comprare per passione ma anche per ricavare denaro, per investire denaro (che poi è lo stesso), per sfizio o per arredare. Il collezionista si distingue dai mercanti, dai compratori occasionali e dagli investitori: ha un debole enorme per la materia, la superficie e la storia delle cose, e non si separerebbe mai dalle sue opere, tanto che a momenti non sa più dove metterle.

 

C’è anche un altro tratto distintivo: il vero collezionista è una persona seria. Non paga consulenti che vadano a spasso per le gallerie al posto suo per scegliere l’acquisto sulla base di una fotografia sfuocata e troppo scura, non compra opere per rivenderle all’asta qualche settimana dopo e, venuto a sapere della morte di un autore di cui possiede diversi lavori, non si rallegra pensando a quanto aumenterà il loro valore.

 

In maniera generale, collezionare non significa soltanto fare dell’acquisto di un’opera un atto di potere storico, culturale ed economico: comunemente parlando, si colleziona già dal momento in cui si riuniscono degli oggetti scelti secondo il gusto personale. Si pensi alle monete, ai cristalli o ai vecchi francobolli. Nell’ambito della storia dell’arte, però, questo non basta: collezionare è una cosa da grandi e ha di fatto sempre avuto un significato politico, perché solo chi ha potere possiede certe cose. «Ho fatto tutto questo per loro» dice Napoleone nell’ultimo film di Sokourov, aggirandosi per il Louvre e rivolgendosi alle opere raccolte durante le guerre.

 

Come molte cose, il collezionismo ha avuto diversi significati nel corso dei secoli, e anche per questo non è semplice capire quando sia nato. Nel Medioevo veniva guardato con diffidenza dalla Chiesa, ufficialmente perché incompatibile con il benessere spirituale, ma più probabilmente perché potenziale nemico del potere ecclesiastico. Secoli dopo, durante la Rivoluzione francese, il collezionismo tornò a passarsela male: una volta sventrate le abitazioni (e non solo) degli aristocratici, gli oggetti d’arte recuperati venivano lasciati per strada come simbolo della fine di un’era. Erano oggetti carichi di colpe non loro, e molti vennero distrutti, messi a fuoco. Ci si accorse poi che, più che distruggere, la vera rivoluzione sarebbe stata mettere quegli oggetti nelle mani della proprietà pubblica; è grazie a questo se alcuni di quegli oggetti sono visibili ancora oggi. È invece più facile rintracciare la nascita del collezionismo contemporaneo, e questo grazie a un suo nuovo, grande alleato: nel ventesimo secolo il collezionismo non è più soltanto retto dal semplice denaro, ma dall’intero sistema economico. L’opera d’arte ha ai suoi piedi banche e mercato: si paga in opere d’arte, si assicura via opere d’arte, si finanzia con opere d’arte. Le banche riuniscono degli esperti di investimenti in arte che si occupano di proporre le migliori opere in cui investire, ovvero da comprare: delle casseforti dipinte e scolpite dove il denaro sarà particolarmente al sicuro, anzi, nelle quali potrebbe anche duplicarsi.

 

Diversamente dall’investitore e dal cliente occasionale, il collezionista è spesso l’acquirente più preparato e più difficile. Si pensa che i collezionisti siano sempre miliardari, o come si dice adesso, milionari; spesso è così. I maggiori collezionisti provengono da ambiti professionali molto distanti da quello delle arti plastiche e visive: il più delle volte da banche e finanza, petrolio (che poi è lo stesso), agenzie immobiliari e aziende specializzate nei prodotti più vari, dal materiale da imballaggio ai macchinari chirurgici fino alle onoranze funebri. Trovano nell’arte uno spessore e una bellezza che non frequentano nei loro uffici. È una sorta di rivalsa, di complemento. Da qui anche la convinzione che l’artista sia qualcosa di diverso e di lontano da sé, una specie a parte, che ha dato priorità a ciò che davvero è importante nella vita. Interessante come spesso i collezionisti soffrano di un senso di inferiorità nei confronti degli autori di opere: perché l’artista è arrivato lì dove loro non hanno potuto. Quindi, che li si lasci almeno comprare in pace.

 

Scelgono le opere per passione e se ne infischiano dell’andamento del mercato, delle mode e delle quotazioni: molto spesso non hanno alcun tipo di restrizione economica e a volte non chiedono nemmeno il prezzo. Si informano sull’opera, sul suo autore e sul contesto storico e sociale da cui entrambi sono nati. I collezionisti seri conoscono la biografia degli autori e l’evoluzione del loro lavoro; prima di acquistare un’opera cercano i cataloghi più rari e si buttano in una vera e propria ricerca bibliografica. Riflettono per mesi sul senso di un lavoro. Quando poi lo acquistano sono felicissimi, e appena possono (ovvero non appena il gallerista conferma di aver ricevuto la totalità del saldo) si buttano sull’opera, e se la portano via. Il pagamento avviene tramite assegno o bonifico bancario, ma c’è anche chi preferisce saldare una parte in contanti, entro i limiti consentiti dalla legge in vigore nei diversi paesi: 1.000 euro in Francia, 3.000 euro in Italia e in Belgio, 100.000 franchi in Svizzera (equivalenti a circa 86.000 euro) e via dicendo. Succede poi che alcuni collezionisti, anche tra i più seri, accumulino così tante opere da non sapere più dove tenerle: prima manca lo spazio in casa e poi nei magazzini, dove le opere vivono chiuse in casse imbottite, termiche o meno, accatastate l’una sull’altra. Sono luoghi tristi e silenziosi in cui la temperatura, il tasso di umidità e la frequenza delle vibrazioni sono costantemente tenuti sotto controllo.

 

A differenza dei mercanti, che comprano opere con l’intenzione di rivenderle e devono perciò badare al loro perfetto stato di conservazione, dopo l’acquisto i collezionisti hanno la liberà di commettere un atto altrimenti vietato da tutta l’etica e la segnaletica museale e fieristica: toccare l’opera. Una volta, durante una fiera d’arte negli Stati Uniti, vidi un collezionista toccare una delle opere esposte da una galleria; non era una galleria a caso, ma la sua - i migliori galleristi sono prima di tutto grandi collezionisti. Se ne stava lì tranquillo e guardava una delle sculture che avrebbe presentato al pubblico di lì a poco. Da lontano lo vidi allungare la mano sulla scultura, un’enorme sfera in bronzo; la accarezzò tutta, quasi l’abbracciò. Io pensai fosse un pazzo a lasciare l’impronta delle sue dita su una scultura in bronzo patinato un attimo prima dell’inizio della fiera (oltre al rischio di compromettere la vendita, le impronte sulla patina richiedono un delicato e costoso processo di pulitura). Forse però un altro collezionista avrebbe capito prima di me: quello era un gesto d’affetto verso una cosa propria, che si è voluta, si è avuta e si stava per lasciare. Un gesto tra la carezza e il saluto, perché il feticismo può anche essere una questione di cuore.

 

Dal mercato non ci si aspetta questo tipo di umanità e di rispetto verso le cose: la gente compra, vende, offre, riserva, rilancia. Si parla di soldi, si beve champagne, e tutto è sempre nuovo, anche il vecchio. Eppure, il senso del mercato dell’arte e del collezionismo risiede proprio in questo rispetto per l’oggetto. Per quanto le cifre e le cerimonie del mercato dell’arte possano sembrare ingiustificate e fuori luogo, l’opera è al centro delle preoccupazioni: che si tratti di un pezzo unico o di un’edizione (è il caso delle stampe fotografiche o delle opere grafiche che, come le acqueforti e le litografie, possono essere prodotte in più esemplari o tirature), l’oggetto in sé ha un senso e una storia. Se si scheggia o si rompe non solo perde valore economico, ma – ben peggio – si rivela mortale: svela la miseria del mondo, la fine dei giochi. Bisogna proteggerlo e metterlo a dovuta distanza. Nel 1935, in una grafia microscopica, Walter Benjamin scriveva che l’opera d’arte viene compromessa nel momento in cui è tolta dal suo contesto originario: una volta riprodotta, l’opera è in qualche modo mutilata e tradita, perde senso. Si trattava per Benjamin di un processo senza ritorno che porta alla perdita dell’unicità dell’opera e del suo potere rituale (non a caso, l’arte africana entrava ufficialmente in Europa proprio in quegli anni). Riprodotta e decontestualizzata, l’opera perde così quella che Benjamin chiamava la sua aura. Più semplice e pragmatico, il mercato dell’arte celebra invece l'unicità indiscussa dell'opera: non teme le copie né le riproduzioni, anzi sfrutta entrambe per aumentare la fama e il valore dell’originale. Non è vero che l’opera ha perso la sua aura, e quando mai: l’opera è lì intatta, unica e vera, bellissima. Il collezionista lo sa, e la vuole per questo.