Un mondo senza guerre

Naval Combat, "Peace and War" (Divers desseins tant pour la paix que pour la guerre), Stefano della Bella, 1641, MET

 

di Paulo Fernando Lévano

 

Domenico Losurdo personifica il rigore della ricerca storica su cui dovrebbe appoggiarsi ogni riflessione filosofica, di qualunque tipo essa sia. A volte, l’ansia di portare la filosofia nella realtà spinge a pensare che oggi, qui e ora, ci siano tutti gli strumenti necessari per costruire una riflessione filosofica: la filosofia che c’è nel mio telefilm preferito, la filosofia della mia cucina, la filosofia del mio sport preferito, ecc. Allettante, vero?

 

Purtroppo, se non ci diamo un minimo di coordinate storiche, il discorso entra nella trappola letale dell’autoreferenzialità: non c’è cosa più brutta di sentirsi dire che la propria ricerca è rilevante per te e per tutti coloro che la pensano come te, ma principalmente è rilevante per te e basta; eppure, da un lato, la consolazione è che non sono tutti filosofi e qualcuno deve pur “porsi le domande fondamentali”, che altro non è se non un modo arcaico di dire “chiarire i nodi problematici” delle cose. Un vicolo cieco.

 

In questo senso, il lavoro di Losurdo è davvero monumentale, e non va confuso con i discorsi storici standard del tuo collega marxista né con quelli del tuo altro collega neoidealista: contraddistingue infatti l’approccio di Losurdo una particolare consapevolezza dello sviluppo delle discipline storiche e geografiche, in cui la storia del mondo è fondamentalmente geopolitica e non un semplice percorso finalistico che ha come scopo l’attualità di noi stessi ora, né la geografia è una semplice sfumatura di contesto che distingue la maggiore o minore fortuna di essere nati in certe parti del mondo piuttosto che in altre. Un mondo senza guerre invece è un esempio di quella maniera di fare filosofia politica che un po’ si è persa parlando di sistemi-mondo e di valori universali negli ultimi decenni.

 

Cinque singolarità storiche e geografiche ben precise vengono individuate, per delineare un netto profilo globale non della storia universale vera e propria, ma di quell’idea particolare di globalizzazione che siamo soliti associare al “ben pensare” moderno. In sintesi, la pace perpetua consisterebbe in un mondo in cui i popoli non si fanno più la guerra perché sono ormai diventati ricchi di civiltà e benessere per tutti. Ovviamente, la guerra e la pace diventano così fasi di una filosofia della storia del progesso dell’umanità. Uno scenario talmente ingenuo, da poter essere confutato con la semplice constatazione che i Romani, quelli degli acquedotti che non si rompono, non posero fine all’egemonia di Cartagine sul Mediterraneo facendo il solletico ai cartaginesi. Eppure, l’idea della Pace Perpetua Tra I Popoli (d’ora in poi, “PPTIP”) di tutta la Terra persiste nell’immaginario moderno alla pari con la slitta volante di Babbo Natale.

 

«Si tratta di indagare i momenti storici in cui [il traguardo ideale della PPTIP] ha ispirato, assieme a personalità illustri, settori considerevoli dell’opinione pubblica e talvolta masse di uomini e donne, ed è divenuto comunque una forza politica reale» (p. 14). Dalla ewige Friede di Kant al rule of international morality di Bob Marley, la PPTIP si è sempre presentata come uno stadio successivo, esclusivamente accessibile a partire dalla risoluzione di tutti i conflitti attuali: da qui, l’ostinazione del pacifismo e tutte le confusioni ad esso associate. Sono cinque i momenti in cui la PPTIP è stata protagonista delle sorti del mondo e della sua storia:

  1. La Rivoluzione Francese (1789), quando l’ideale della pace perpetua era visibile nel panorama di un mondo senza ancien régime;
  2. La Santa Alleanza, quando l’ideale della pace perpetua era visibile nel panorama di un mondo senza i rivoluzionari;
  3. L’avvento del commercio transoceanico, promosso dalle società industriali, quando l’ideale di pace perpetua era visibile nella completa modernizzazione del pianeta, ovvero, un mondo senza rozzi primitivi;
  4. La Rivoluzione Russa (1917), quando l’ideale della pace perpetua era visibile nel panorama di un mondo senza imperialismo capitalistico;
  5. Il primato degli Stati Uniti negli affari del mondo, oggi che l’idea di pace perpetua è considerata equivalente al successo di interventi militari della NATO in altre nazioni, e comunque è un panorama senza “sovversivi”.

Che questa periodizzazione sia più o meno sensata, dipende strettamente dall’ampiezza dello sguardo con cui guardiamo alla storia del mondo: «poiché, nell’analisi di una concreta situazione storica, è inevitabile far riferimento all’empiria, alla particolarità delle circostanze e dei soggetti e degli interessi in lotta, ecco allora che senza controllo critico finisce con l’essere sussunto e considerato espressione dell’universale un contenuto empirico che può essere anche assai discutibile e controverso» (p. 146), come ad esempio gli sforzi concettuali e materiali (la mobilitazione totale?) per creare i quattro panorami e l’equivalenza sopra elencate.

 

Le indicazioni di Losurdo non sono gratuite: il prezzo da pagare per il lettore di questo esaustivo studio della PPTIP presso la modernità è alto, ed è anche amaro. Bisogna prendere atto del dato di fatto che ci sono filosofi che parlano della Storia come se questa appartenesse a loro, ovvero, come se la storia non fosse altro che una proiezione all’indietro dei loro rispettivi mondi. Questo loro atteggiamento fa in modo che il “controllo critico” si rilassi e porti a pensare ad esempio che la storia del mondo è fatta di rivoluzioni e contro-rivoluzioni; poiché dire che nessuna delle due è portatrice di un’autentica interpretazione della PPTIP sarebbe un’affermazione nichilistica (sempre secondo i tuoi colleghi marxisti e/o neoidealisti), è necessario ammettere che la PPTIP ci attende alla fine o della rivoluzione o della contro-rivoluzione: il mondo è troppo stretto per tutti e due.

 

Ecco che spunta il “contenuto empirico discutibile e controverso”, ovvero che ogni rivoluzione (con la rispettiva contro-rivoluzione) rappresentino un “prima” e un “dopo” completamente fuori dalla storia[1] e tutti siamo costretti ad essere o dei rivoluzionari o dei reazionari. In questa ottica etno-centrica, la storia è fatta di promesse, e le promesse si possono fare e soddisfare (o non) una volta sola, rispettivamente: in questo senso, il bersaglio critico di tutta la trattazione losurdiana della PPTIP è l’eurocentrismo, il pensare che la storia del mondo è fatta sì di mondo ma essa parla soltanto in tedesco, italiano, inglese e francese e comunque ha il passaporto comunitario: tutte le cose importanti sono accadute in Europa.


Eppure, il grido rivoluzionario (anche quello contro-rivoluzionario) è soltanto un inizio: per essere etnocentricamente precisi, l’inizio violento che smuove la storia universale. Il processo violento, l’eco delle rivoluzioni è più interessante, essa rimbalza nel mondo che effettivamente è fuori dall’Europa, altrimenti resterebbe un grido, un solitario e autoreferenziale grido. Si abbandoni dunque il traguardo di un “pensiero da fuori” entro il quale ri-problematizzare PPTIP, poiché cinque volte sono più che sufficiente. Il “fuori” non è una semplice proiezione di ciò che da dentro non si vede, il “fuori” è il mondo vero e proprio, l’insieme degli stati di cose che si verificano ovunque e non solo in Europa. Rivoluzione e contro-rivoluzione stanno strette invece schiaffate in un continente solo.    

 

A proposito di rivoluzioni, per i filosofi non è più facoltativo adottare una prospettiva post-coloniale: «il processo iniziato nel 1789 si concludeva con guerre di liberazione nazionale contro il paese che, con la rivoluzione, aveva promesso l’avvento della fratellanza internazionale delle nazioni; il processo iniziato nel 1917 si concludeva con la dimostrazione dell’incapacità a gestire un “campo socialista” scaturito da una serie di rivoluzioni: tutte si erano sviluppate ed erano giunte alla vittoria all’insegna di un universalismo sinceramente e profondamente sentito, ma tutte avevano rafforzato l’autocoscienza orgogliosa e persino la suscettibilità nazionale dei paesi e dei popoli che di esse erano stati protagonisti» (pp. 226-227). C’è tutto un mondo oltre le rivoluzioni e le contro-rivoluzioni, ma di una compatta PPTIP non se ne vedrà nemmeno traccia. Losurdo è attento ai processi, ad esempio Losurdo si ricorda di Toussaint Louverture e della lunga durata della geopolitica caraibica (cfr. p. 215, p. 354), sfociata nella crisi dei missili di Cuba (1962). Noi abbiamo già proposto di entrare in quel mondo: è un’idea ancora migliore partire da un bel romanzo.

 

[1] Maurice Merleau-Ponty direbbe: “a-cosmici”

Domenico Losurdo

Un mondo senza guerre. L'idea di pace dalle promesse del passato alle tragedie del presente

Roma, Carocci Editore, 2016