Invasori

Cosmetic dish in the shape of a dog, ca. 1550–1295 B.C., Egypt, MET

 

di Elisa Baioni

 

Il saggio di Pat Shipman [1] qui recensito comincia con una constatazione: nel Global Invasive Species Database [2] manca una specie. Considerato che all’assente è stato attribuito un ruolo centrale nella VI estinzione di massa, non si può dire che si tratti di una svista da poco. La specie in questione siamo proprio noi, Homo Sapiens.

 

È noto a tutti che l’uomo sia stato (e continui ad essere) il mezzo attraverso cui una lista molto lunga di piante, insetti e animali ha travalicato i confini del proprio habitat per diffondersi in altri continenti. Shipman, però, sta affermando qualcosa di diverso, ovvero che la nostra specie abbia avuto (e abbia) un impatto non meno significativo sugli ecosistemi colonizzati di quello che noi, oggi, ascriviamo agli infestanti che vorremmo estirpare. Invasori, in verità, non è un manifesto per l’ambientalismo, ma un testo di antropologia. Il punto, perciò, non è dimostare quanto l’uomo di oggi stia distruggendo il territorio in cui abita, [3] ma piuttosto capire quanto l’uomo di ieri abbia cambiato per sempre il destino di chi ha incontrato e il volto di questo pianeta. Ed infatti, la domanda che il saggio si pone riguarda quanto accadde 40.000 fa, quando i primi uomini moderni giunsero in Europa. Se alla paleoantropologia affiancassimo la biologia delle invasioni, il modo di guardare al passato della nostra specie cambierebbe? La risposta è sì. La cosa interessante, però, è che, con questa lettura, il nostro non sarebbe l’unico passato a mutare di significato. Se siamo diventati una specie invasiva altamente impattante, infatti, non lo dobbiamo all’arte con cui manipoliamo l’ambiente, alle nostre mani. Lo dobbiamo ai cani.

 

In un’invasione, solitamente, i fattori chiave affinché una popolazione minima vitale (PMV) possa insediarsi con successo sono la dieta e il tipo di riproduzione. Specie estremamente prolifiche e con un regime alimentare flessibile sono, ovviamente, le più avvantaggiate. Altrettanto importante è la posizione occupata dall’invasore nella catena trofica [4]. Questo aspetto è strettamente correlato alla dieta, ma vale la pena menzionarlo a parte, per il ruolo fondamentale che ha nel determinare il tipo di impatto esercitato sugli autoctoni. Se, infatti, ad essere introdotto in un nuovo ambiente è un superpredatore,[5] questi eserciterà la propria influenza non soltanto sulle prede cacciate, ma anche su chi competeva o era a sua volta mangiato da quest’ultima. Il propagarsi degli effetti diretti e indiretti lungo la catena alimentare è chiamato cascata trofica, e dà l’idea di quanto una singola specie possa modificare profondamente l’equilibrio di un intero ecosistema.[6]

 

I primi uomini moderni erano predatori apicali. Seppur di stazza media e lenti nella riproduzione, avevano dalla loro una grande mobilità, una dieta estremamente flessibile e, soprattutto, armi a lunga gittata, che permettevano di cacciare un range più ampio di animali, mantendosi relativamente al sicuro. Il loro stile di vita li rendeva competitori diretti di gran parte dei grandi carnivori dell’epoca e, in particolare, dei loro “cugini” neandertaliani. Ora, quando in natura le nicchie ecologiche di due specie si sovrappongono completamente, due sono gli esiti possibili dello scontro: o entrambe le specie modificano le proprie abitudini, di modo da ridurre al minimo le aree di concorrenza,[7] oppure una delle due si estingue. Perché questo è interessante? Perché vi è «un pattern globale secondo il quale l’arrivo dell’uomo è seguito dal crollo della fauna e da altri mutamenti ecologici […] senza eccezione» (Shipman, pp. 16-17),[8] e perché le nuove datazioni di reperti neandertaliani suggeriscono che questi si siano estinti proprio nell’arco di tempo in cui in Europa si insediavano i primi uomini moderni.[9]

 

Le due teorie alternative circa la scomparsa dei Neanderthal vedono contrapporsi come cause primarie dell’estinzione gli uomini moderni e il cambiamento climatico. Effettivamente il MIS 3, cioè il periodo durante il quale i Neanderthal entrarono in declino, vide alternarsi nel giro di poche centinaia d’anni momenti caldi a climi molto rigidi. Eppure i Neanderthal erano sopravvissuti ad epoche altrettanto dure, in cosa il MIS 3 sarebbe stato fatale per loro? I dati raccolti dai paleoantropologi suggeriscono che in quegli anni la loro popolazione stesse passando per un collo di bottiglia,[10] e che gli ambienti più propizi alla caccia ad agguato, di cui erano specialisti, si stessero riducendo drasticamente. Penalizzati ulteriormente dalla dieta rigida, la sovrapposizione con gli uomini moderni, più efficenti e flessibili nel procurarsi le risorse, sarebbe risultata fatale. Secondo Shipman, però, armi migliori e regime alimentare vario non bastano a spiegare il vantaggio che gli uomini moderni ebbero sui Neanderthal e su gran parte dei carnivori dell’epoca. Secondo l’antropologa, il vero asso nella manica dei nostri progenitori fu la domesticazione dei lupi.

 

«[C]i siamo inventati la capacità di prendere a prestito le caratteristiche di altre specie e di usarle per aumentare la nostra sopravvivenza in ogni habitat del pianeta […] l’alleanza senza precedenti tra gli uomini moderni e un altro grande superpredatore (lupo-cane) potrebbe essere stata la strategia decisiva che rese impossibile la sopravvivenza dei neandertaliani e di molte altre specie predatrici» (Shipman, p. 193). Con accanto un lupo-cane da usare come animale da soma, da guardia o da caccia,  gli uomini moderni avrebbero ottenuto maggiori quantità di carne in minor tempo e con un minor dispendio di energia. Inoltre, avrebbero potuto difendere le carcasse degli animali abbattuti e macellarle sul posto. In effetti, i reperti suggeriscono che proprio negli anni in cui avvenirono le prime domesticazioni, i nostri antenati cominciarono a insediarsi nei luoghi di abbattimento dei mammut, creando villaggi con postazioni appositamente dedicate alla lavorazione della carne. Senza un mezzo di difesa efficace contro leoni, iene, tigri dai denti a sciabola o orsi delle caverne, questo sarebbe stato impossibile.

 

Dunque «gli uomini potrebbero essere sopravvissuti semplicemente grazie ai cani, grazie al proprio accanimento» (Shipman, p. 164) nell’addomesticarli. [11] Confermare che le cose siano andate veramente così, cioè che l’Homo Sapiens abbia avuto l’impatto distruttivo di una specie invasiva, e che questo sia dipeso in larga parte dalla sua capacità di addomesticare il lupo, richiederà, probabilmente, ancora un po’ di tempo. Se, però, questa tesi dovesse essere corroborata rimarrebbe in sospeso ancora una domanda. Poiché la domesticazione è un’alleanza tra due controparti; un’alleanza in grado di plasmare il corpo dei propri componenti e di ibridare per sempre il loro sistema di vita, è inevitabile chiedersi: se noi abbiamo cambiato i lupi, i lupi come hanno cambiato noi?

 

[1] Docente di Antropologia alla Pennsylvenia State University.

[2] Cioè il catalogo mondiale delle specie invasive.

[3] Cosa che è sotto l’occhio di tutti…

[4] Catena trofica e catena alimentare sono sinonimi.

[5] Cioè un consumatore secondario che occupa le fasce alte della piramide alimentare.

[6] Un buon esempio dell’impatto esercitato da un superpredatore sull’ambiente sono gli studi sulla reintroduzione del lupo nel parco di Yellowstone. Qui il video.

[7] In ecologia si distingue tra nicchia ecologica potenziale, cioè il range di tolleranza fisiologica di una specie, dato dall’insieme di fattori che influenzano la sua distribuzione e la sua sopravvivenza, e nicchia ecologica realizzata, ossia lo spazio di utilizzo di risorse che questa riesce a ricavarsi nell’interagire con altre specie.

[8] La citazione è di D. Burney, T. Flannery, Fiflty Millennia of Catastrophic Extinctions after Human Contact, 2005, riportati in Shipman, a pp.16-17.

[9] Shipman dedica ampio spazio alla questione della datazione dei reperti e alla cronologia da essa risultante. Per ragioni di lunghezza, e perché questa non è una copia breve del libro, ho deciso di concentrarmi su altri aspetti del saggio. Segnalo lo stesso l’importanza centrale che il tempo ha per la tesi di Shipman: se le datazioni stabilissero che Neandertal e uomini moderni non si sono mai incontrati, per esempio, la sua tesi verrebbe necessariamente a cadere.

[10] Con collo di bottiglia si indica un tipo particolare di deriva genetica, cioè di riduzione della variabilità genetica, con conseguente perdita di alleli e (potenziale) sviluppo di malattie recessive.

[11] Un passaggio complicato e doloroso soprattutto per il lupo.

Pat Shipman

Invasori. Come gli umani e i loro cani hanno portato i Neanderthal all'estinzione.

Roma, Carocci Editore, 2017