L'arte di nuotare

Louis Michel Eilshemius, Swimming Party, 1918, MET

 

di Paulo Fernando Lèvano

 

Pubblicazioni come queste sono proprio il motivo per cui sarà sempre attuale il vetusto luogo comune del “filosofo” (‘o filosofo, se proprio siamo in vena di verismo duro e puro). Un personaggio il cui mestiere, nel migliore dei casi la sua gag, è aggiungere meditazioni a una determinata arte, a un modo di fare, a una tecnica. Il filosofo, o comunque il momento per la filosofia, arriva sempre e comunque a cose fatte, quando arriva.

 

Nuotare è un’arte, e quest’arte chiamiamo “nuoto”. Barbero suggerisce di tracciare una prima partizione, fondamentale per importanza: il nuoto in acque libere e quello in acque non libere (cfr. pp 18-22). A seconda delle acque in cui si trova, mare aperto o piscina comunale, il nuotatore cambia atteggiamento, modi di respirare, modi di orientarsi, stili di nuoto (ad ogni stile viene dedicato un capitolo, una meditazione); ma la scelta delle acque sembra essere sempre una scelta dell’artista, del nuotatore stesso. Perciò, va da sé che le Meditazioni sul nuoto avvengono fra persone libere di scegliere la località in cui praticare l’arte del nuoto.

 

Ora, le meditazioni sono, secondo la definizione canonica di Cartesio, pensieri attraverso i quali si arriva ad una conoscenza certa ed evidente della verità. E la verità qui è che a Barbero il nuoto piace oltre ogni ragionevole motivazione, al punto di avviare una mobilitazione totale di pesci grossi nel corso delle Meditazioni: Aristotele, Montaigne, Pascal, Hegel, Merleau-Ponty, per menzionare solo alcuni, filosoficamente rilevanti. La definizione cartesiana che prendiamo in considerazione include però una clausola: il risultato delle meditazioni deve essere sufficiente per persuadere gli altri della validità della propria linea di argomentazione.


In questo senso, si capisce il precoce accostamento di temi non strettamente filosofici alle meditazioni filosofiche nel discorso sul nuoto di Barbero, così come lo abbiamo caratterizzato. La tesi filosofica forte di questo discorso è che «l’acqua è capace di dare al nuotatore una esperienza immediata del proprio corpo» (pp. 72-73), quasi come si trattasse di una teleologia dell’essere-bagnato, sottesa alla ricerca di un puro sé-nuotare. L’implicazione biunivoca che ci sembra di scorgere è che si è nuotatori se e solo se si è bagnati, mentre si è bagnati se e solo se si è nuotatori, cioè «il tipo di conoscenza che il nuoto richiede per essere appreso e messo in pratica si può ottenere solo grazie all’esperienza» (p. 54).

 

Il lettore che si orienta un minimo nella fenomenologia ha forse capito dove sta il trabocchetto: il nuotatore ha esperienza immediata del proprio corpo anche fuori dall’acqua. C’è sicuramente una differente intensità della percezione dell’essere-bagnato, ma avvertire che non si è pronti per iniziare a nuotare, ad esempio per via di uno stomaco ancora pieno, continua a sembrare un accorgimento corporeo utile solo se lo si ha mentre si è ancora fuori dall’acqua. Se il nuoto corretto si palesa attraverso l’esperienza, non è detto però che quest’ultima debba accadere nell’acqua e non fuori. Il problema delle meditazioni di Barbero, problema che è un vero e proprio classico del pensiero filosofico del secolo scorso, è presupporre che le meditazioni portano a un ché di puro, a un’istanza in cui le conoscenze non sono più proposizionali e di seconda mano ma sono invece procedurali, intuitive, i loro contenuti possono mostrarsi ma nulla può venire detto nel loro riguardo.


Appunto, con la finalità di mostrare ciò di cui non si può dire un gran ché, temi non filosofici popolano le Meditazioni sul nuoto, dalle disquisizione sulla vicenda di Ramón Sampedro, protagonista di Mare dentro (2004, regia di Alejandro Amenábar), alle considerazioni sull’arte del nuoto di Michael Phelps, il nuotatore olimpico che più premi ostenta in assoluto. Fra la tetraplegia di Sampedro e Phelps che «non nuota semplicemente a delfino [ma] sembra essersi trasformato in un delfino» (pp. 88-89), la “tesi filosofica” finisce per essere una metafora visiva: «l’essere umano non è più una mera sostanza pensante in un corpo materiale, ma si trasforma in un pensiero liquido» (p. 13), cosa che ha senso nella misura in cui la si paragoni al commento di qualcuno che è accanto alle acque libere o non libere scelte dal nuotatore. La filosofia è sempre condannata dunque ad essere un commento a cose fatte?

Carola Barbero

L'Arte di Nuotare. Meditazioni sul nuoto

Genova, Il Melangolo, 2016