Le Ateniesi

The Acropolis from the Areopagus, Athens, Thomas Hartley Cromek, 1972, MET

 

di Matteo Ogliari

 

È opinione comune che vi sia una linea netta di demarcazione che separa il saggio dal romanzo. Il saggio nasce dalla voglia di comprendere e di spiegare qualche cosa, come tale richiede di essere preciso, accurato, scientifico. Il romanzo no.

 

Il romanzo nasce dalla voglia – e dal bisogno – di raccontare qualcosa, e nel farlo il romanziere ha licenza di modificare fatti realmente accaduti, di inventarli, sino anche a stravolgerli. Tutto (o quasi) è lecito ad un romanziere, a patto che scriva un buon romanzo.

 

Ecco che allora questa linea di demarcazione si fa ancora più spessa quando si parla di storia, dove, tra un saggio storico (già il nome richiama alla mente qualcosa di pesante, rigoroso e un po’ noioso) e un romanzo storico, accogliamo quest’ultimo con un inconsapevole sorrisetto di comprensione e, nel prenderlo in mano, sappiamo di stare per dedicarci a qualche ora di piacevole intrattenimento. Allora cosa succede quando lo storico, quello di professione, quello che scrive saggi e tiene lezioni, diventa romanziere? È con queste premesse che ci approcciamo a Le ateniesi di Alessandro Barbero, certi che ci attenda qualche lieta sorpresa.

 

Alessandro Barbero è un personaggio già noto ai più – cosa rara per gli storici! –, vuoi perché da una formazione di medievista e di storico militare è arrivato a trattare degli argomenti più disparati, dal Risorgimento a Caporetto, da Costantino il Grande alla figura dell’immigrato nell’Impero romano, dalla guerra santa all’orario dei pasti; vuoi perché le sue frequenti apparizioni in RAI e le sue innumerevoli conferenze lo hanno fatto conoscere al pubblico come un grande divulgatore, uno di quelli in grado di presentare un oscuro e noioso accadimento e trasformarlo in due ore di puro divertimento. Allora, ecco che quando un personaggio del genere scrive un romanzo storico le aspettative partono già alte.


Il romanzo narra tre storie, parallele ma concatenate, in un dramma sinistramente attuale, legato ad un preciso fatto di cronaca. La scena si svolge, come in una commedia, nel corso di un giorno e di una notte nell’Atene del 411 a.C. L’Atene della democrazia e della guerra contro Sparta, del popolo libero riunito in Assemblea e delle donne segregate in casa. Il contesto è importante, anzi fondamentale, ed emerge con finezza dalla trama della narrazione: quella Atene democratica, per noi modello di tutto, era una società lenta, lacerata, dove violentissima era la lotta politica, violentissime le passioni. Proprio una commedia costituisce la prima delle storie: la Lisistrata di Aristofane, forse l’opera più scandalosa vista da occhi ateniesi. Aristofane, sincero democratico e tuttavia critico di quella guerra disastrosa per Atene, mette in scena le donne di Grecia che, unite, si ribellano agli uomini occupando l’Acropoli e annunciando uno sciopero del sesso a oltranza, fino a che pace non giunga. Qual modo più efficace? Ateniesi e spartani furono lesti a firmare. Durante la prima rappresentazione della Lisistrata Si svolgono altre due storie. Una racconta le trame notturne di coloro i quali odiavano quella democrazia – sistema abietto! –, pronti a scatenare un terrore che ne minasse le basi. La storia ci racconta che di lì a pochi anni l’avrebbero rovesciata davvero, la democrazia di Atene, e non a caso Barbero ci presenta Crizia, futura guida di quelli che sarebbero stati poi ricordati come i Trenta tiranni. L’ultima storia, la più terribile, traspone un fatto di cronaca, oggi forse noto per sentito dire, ma che segnò profondamente la coscienza della generazione che ci precede: il massacro del Circeo. Come in quel triste episodio – e l’autore fa onore allo storico per essersi andato a leggere, di prima mano, i verbali di polizia e gli atti del processo – la violenza terribile ed efferata su due ragazze (Charis e Glicera, nel romanzo; Donatella e Rosaria nel mondo reale) si tramuta in un fatto politico. Come nel delitto reale, tre ragazzi, figli di ricche famiglie, nati per essere i padroni del mondo, decidono di poter fare tutto ciò che desiderano dei corpi e delle vite di due ragazze del popolo, due proletarie, figlie di povera gente. Ai loro occhi e nelle loro parole non erano niente di più che due cimici, nate per servire e per mendicare ai piedi dei padroni. Ad essi devono dunque essere grate di ogni attenzione; pure di quella che avviene quando uno di loro si ‘abbassa’ a toccarle. Tanto l’ideologia quanto la premeditazione sono chiarissime, nel romanzo come allora. La trasposizione di quel fatto di cronaca con il fermo obiettivo di raccontarlo, e di raccontarlo così com’è andata davvero, rende la lettura a un tempo necessaria e terribile.

 

In definitiva il romanzo, pur senza la pretesa di raccontare niente di ‘nuovo’ (il riferimento ai fatti del Circeo, oltre che palese, è stato in più occasioni riportato dall’autore stesso come il motivo principale che lo ha spinto a scrivere quest’opera), possiede due sostanziali punti di forza: il primo è una struttura narrativa complessa e precisa, nella quale ogni elemento trova puntuale un contrappunto. L’intera narrazione si basa su continue dicotomie: c’è la sintesi sesso-potere, che vede da un lato la visione solare e vitale della sessualità della Lisistrata e dall’altro la costrizione e la volontà di morte che supplisce all’impotenza maschile – ebbene sì, il lettore perdonerà questo piccolo spoiler. C’è la dicotomia tra guerra e pace, tra democrazia e oligarchia, tra due parti stesse del popolo. Persino il coro di Aristofane è sdoppiato, e vede il coro delle donne contrapposto al coro degli uomini. L’opera nell’insieme è perfettamente bilanciata e scandita nei tempi con grande maestria. Il secondo punto, forse quello più caro all’autore nel suo ruolo di storico, è la ricca immagine che emerge dell’Atene classica. Barbero ha più volte affermato di aver ricevuto lo stimolo alla scrittura, oltre che dai fatti del Circeo, dall’opera di Luciano Canfora Il mondo di Atene, e ciò spiega la resa realistica e il grande affresco di una Atene al suo apice, ricca di contrasti e contraddizioni, ancora inconsapevole di trovarsi sull’orlo del precipizio. Di essa nulla o quasi ci viene narrato direttamente: tutto emerge dal tratteggio psicologico dei personaggi, dalle loro voci interiori e dai loro gesti. Un tratteggio che vale un libro di storia.

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Alessandro  Barbero

Le Ateniesi

Milano, Mondadori, 2015