I Reietti Della Città

di Paulo Fernando Lévano

 

Presenteremo ora un amichevole accesso diagonale per accedere all’architettura concettuale di questo imponente studio sociologico di Loïc Wacquant, allievo del defunto Pierre Bourdieu: si tratta di una bufala. Per la precisione una foto-bufala, per restare in ambito di cross-medialità e falsi storici

 

Non è necessario presentarvi Paris Hilton, vero? La rampolla è la protagonista di questo curioso episodio: la scritta di una sua maglietta è stata modificata (grazie alla magia di Photoshop© o affini, si suppone), in maniera tale da far leggere all’incauto di turno stop being poor (“smettetela di essere poveri”) anziché stop being desperate (“smettetela di essere disperati”), nel torso della gioiosa bionda. Ora, nel 2017 dovrebbe essere chiaro che se le foto-bufale proliferano, non è 100% opera del maligno autore del fotomontaggio, ma deve esserci una grossa fetta di partecipazione (non più del 20% comunque) degli utenti della community in cui l’informazione viene considerata rilevante. E, in questa sede, non c’è timore di ammettere che, almeno diagonalmente, Paris Hilton e le bufale che la riguardano c’entrano con gli argomenti di questo libro:

  1. la frammentazione degli spazi di cittadinanza, poiché i ricchi e i poveri si parlano (quando si parlano) sempre da lontano;
  2. una diagnosi delle forme emergenti di marginalità urbana (cfr. pp. 65-67) in questi tempi in cui ormai la fine va da sé, è inevitabile.

Per quanto possano far ridere, a forza di stereotipi non si arriverà mai a una comprensione adeguata dei problemi che derivano da questi argomenti. Eppure, le risate puntano verso qualcosa, forse, al fatto che non sarebbe insomma da scapestrati immaginare che Paris Hilton abbia voluto trasmettere un messaggio del genere, magari con la stessa naturalità con cui uno si raffigura la bufala di Maria Antonietta che propone ai suoi consiglieri di stato di dare la brioche ai poveri affamati. E così come facile viene alla mente pensare che “tutti i ricchi sono superficiali”, ci sarebbe da chiedersi se le generalizzazioni che oggi ricorrono più spesso parlando di marginalità urbana hanno una qualche opportunità di diventare un discorso sensato, completo o coerente, di quelli che sanciscono per bene la differenza tra critica construttiva e giornalismo locale.

 

Cosa ha da dire Wacquant al riguardo? In primo luogo, che non serve più parlare di ghetto, di ghettizzazioni e di ghetto pass, poiché oggi persino il ghetto è alla moda: in fondo, che il ghetto abbia fatto questa fine non sorprende affatto, se si pensa all’abisso che distingue il block, la inner city così come ne parlava Jennifer López nel 2002, dall’immagine, ad esempio, di Compton fornita cortesemente dagli N.W.A. nel 1988[1]. Comunque, questa diversificata potenzialità espressiva dell’esperienza del ghetto è sintomo della transizione storica, negli ultimi quarant’anni, da povertà ghettizzata a povertà iperghettizzata in stato di marginalità avanzata: «le condizioni materiali nel ghetto peggiorano in modo significativo quando l’economia attraversa una fase recessiva, ma non ritornano allo status quo ante durante l’espansione successiva, di modo che le fluttuazioni cicliche dell’economia nazionale conducono ad un graduale aumento della dislocazione sociale» (p. 140 n. 24).

 

Con il progressivo aumentarsi di questo divario, aumenta la distanza che c’è fra la cosmovisione delle persone ricche (o comunque dagli interessi affini a quelli di Paris Hilton) e quella delle persone povere. Un tempo, prima che si iniziasse a parlare seriamente di diverse tipologie di capitalismo pompato, il dualismo città ricca/città povera era chiaro e la marginalità urbana era uno spazio ben determinato: che si fosse condomini, verso la fino degli anni Ottanta, a Compton con i buontemponi di N.W.A. oppure nel Bronx con la famiglia umile ma onesta messa su dal signor López (Wacquant direbbe qui, black middle class,), il degrado comunque era il sintomo di dissoluzione di un ghetto e di differenziazione sociale e spaziale tra due forme dell’abitare nella grande metropoli industrializzata, capitalistica, moderna, a “karma occidentale”, e via dicendo.

 

Oggi invece, «conglobare variegati spazi di dispossessamento nella città sotto l’etichetta di “ghetto” adombra e al tempo stesso perpetua tre errori» (p. 320), ovvero:

  1. Il ghetto implica de re e de dictu il degrado, con la consequentia mirabilis che il degrado si può contenere contenendo il ghetto, per palmas oppure per tornellos [2];
  2. Il ghetto e l’iperghetto sono la stessa cosa, perché alla fine è sempre l’hip hop la musica che piace ai marginali, con la conclusione che oggi si è più sensibili a cogliere le cose cool del ghetto invece di segnalarne le eventualità indesiderate, meglio conosciute come “le prese a male”;
  3. I quartieri operai periferici delle metropoli europee sono fondamentalmente la stessa cosa che le inner cities ghettizzate delle metropoli statunitensi.

In sintesi, non c’è brioche che possa conciliare questa dislocazione sociale, aggravata dai luoghi comuni diffusi dai media e dai comunicatori politici (“chiusi in se stessi”, per usare ancora un’espressione ricorrente di Wacquant): ogni volta che parliamo dei reietti della città, ma facendo riferimento a un’idea poco chiara dei processi di ghettizzazione ed iperghettizzazione, anche qualora si tratti di un gesto filosoficamente innocente, lo si fa a patto di concedere un certo potere di causazione sociale ai ruoli dell’identità: “i poveri sono poveri perché pensano come poveri”, “i ricchi sono ricchi perché pensano come ricchi”, “i poveri dovrebbero smetterla di essere poveri” e via dicendo.

 

Attraverso simili gesti innocenti e in maniera intuitiva (dato che si parla di ghetto), si finisce per perpetuare la stigmatizzazione territoriale dei reietti della città, mentre vengono rimandate indefinitamente le occasioni per discutere seriamente, senza inutili antagonismi, la scienza politica che è possibile delineare dietro all’effettiva formazione dell’iperghetto, nella quale sono fatti ormai assodati che non bisogna vedere la disoccupazione di massa come un problema, e che non c’è assolutamente niente di male se i progetti immobiliari più ambiziosi iniziano proprio dai quartieri in declino nei quali i reietti della città sono stati relegati.

 

Le apparenze ingannano, ma per quanto possa possa essere multiculturale l’hip hop, non può parlarsi di una convergenza transoceanica delle forme di marginalità avanzata: che il quartiere operaio non si ghettizzi, ma che in ogni metropoli emerga un iperghetto, e che questa emergenza sia direttamente vincolata a scelte politiche ben precise (prese in esaustivo esame nella terza parte del volume recensito) è forse la tesi più interessante di questa monumentale monografia, corredata da un’utilissima introduzione di Sonia Paone e Agostino Petrillo.

 

[1] Straight outta Compton / is a brotha’ that’ll smother yo’ mother / and make ya’ sister think I love her. Riposa in pace e grazie di tutto, Eazy-E (1964-1995).

[2] È pluralia tantum.    

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Loïc Wacquant

I Reietti Della Città. Ghetto, periferia, stato

Pisa, ETS, 2016