Humanity +/-

 

di Elisa Baioni

 

È notizia recente che l’Arabia Saudita abbia deciso di onorare con la propria cittadinanza l’androide Sophia, un modello di ultima generazione progettato dalla Hanson Robotic. Che abbiano deciso di portarsi avanti coi diritti delle donne cominciando da quelle sintetiche?

 

In molti hanno trovato il gesto compiuto dall’Arabia a dir poco paradossale. «Where is your burqa, Sophia?», «Robot will have more rights than human women in Saudi Arabia» sono solo alcuni dei commenti che circolano in rete. D’altro canto, insignire del prezioso dono qualcuno che, in realtà, non è in grado di esercitarlo,[1] è servito esclusivamente a mandare un messaggio politico agli sviluppatori di AI: questa nazione è pronta ad investire su di voi.[2] Perciò, lamentarsi della disparità di diritti tra robot e donne significa attribuire al gesto compiuto dall’Arabia Saudita un significato che non ha mai avuto. Semmai, ad adontarci dovrebbe essere questo uso puramente simbolico della cittadinanza, messo al riparo da qualsiasi conseguenza politica proprio per l’incapacità di Sophia di essere cittadina in senso pieno. Cosa dovremmo preferire: il venir rifiutati come cittadini perché politicamente pericolosi o il diventarlo perché innocui?

 

Il vero elemento tragicomico di questa vicenda, però, è un altro, e cioè il sovrapporsi continuo di realtà e metafore, di storia e meme:

·      Una platea composta per lo più da uomini applaude stupita per la sorprendente intelligenza meccanica di una donna-automa;

·      La CNBC che conduce l’intervista al robot intitola il video della conferenza Interview With the Lifelike Hot Robot Named Sophia e non credo che hot sia riferito al surriscaldamento degli ingranaggi («I am more than happy, I am excited»);

·      «I am always happy when surrounded by smart people who also happen to be rich and powerful». Sophia è spiritosa, perciò fa molte battute, tipo «I know humans are smart and very programmable»;

·      Il giornalista Andrew Ross Sorkin domanda[3] a Sophia se sia davvero sicura di non rappresentare un pericolo per l’umanità. È quasi sorprendente che il robot non abbia dichiarato Skynet[5] come modello d’ispirazione, il che fa supporre che sarà la capacità di mentire a rappresentare il vero confine tra animato e inanimato...

                          

Il creatore di Sophia è David Hanson,[4] «a modern-day renaissance man» per usare l’espressione utilizzata sul sito della sua società. Non si tratta di un’affermazione pomposa, ma di un riferimento al Transumanesimo,[5] movimento culturale sorto tra gli anni Ottanta e Novanta. «Secondo il pensiero transumanista l’uomo sta entrando − o, meglio, è già entrato −  in una fase di transizione postbiologica caratterizzata da una profonda e pervasiva rivisitazione del corpo e delle prestazioni a opera della tecnologia» (Marchesini 2002, p. 527). Alla base di questa convinzione c’è un’idea di matrice rinascimentale, che vede l’uomo come un essere incompleto per natura, ma destinato a scegliere il proprio percorso attraverso l’ingegno e la conoscenza: «La natura limitata degli altri è contenuta entro leggi da me prescritte. Tu te la determinerai da nessuna barriera costretto, secondo il tuo arbitrio, alla cui potestà ti consegnai» (Dio parla ad Abramo in G. Pico, Oratio, p. 107). Nell’ottica transumanista, dunque, la tecnologia avrebbe lo scopo ultimo di far transitare l’uomo dalla fase odierna a una ‘postumana’, oltrepassando l’eredità filogenetica e sostituendo l’evoluzione per selezione naturale darwiniana con una scelta operata dal singolo individuo sul proprio magma biologico.

 

Il problema di questa visione iperumanista non è tanto la grandezza delle sue aspirazioni, il prefisso iper, la possibilità che, a forza di librarci in cielo, le nostre ali finiscano per sciogliersi. Piuttosto, la questione concerne l’oggetto dei nostri sogni. L’uomo rinascimentale immaginava di plasmarsi con le proprie mani, di privarsi della propria bestialità, dando spazio a creatività e razionalità. Anche l’uomo transumanista vede nelle macchine mani più efficienti e potenti, da usare per tessere finalmente i fili del proprio destino. Solo che «la techne [ha] effetti onto-poietici rilevanti, […] non nell’assorbire l’essere umano in una dimensione chiusa in se stessa, autosufficiente e distaccata-distanziata dal consesso delle alterità viventi, bensì nel congiungere, nel correlare, nel rafforzare le mutue dipendendeze ecologiche […]» (Marchesini 2017, p.177)[6]. Da sempre la tecnologia ci ibrida, ossia ci compenetra aprendo nuovi spazi cognitivi e biologici, nuove possibilità d’esistenza, che non sono prevedibili proprio perché emergono dalla coniugazione, non sono desumibili da alcuna delle parti in causa. In altre parole, gli strumenti che ci circondano non sono utensili inerti, passivamente a nostra disposizione, ma modificano quello che J. von Uexküll[7] definirebbe il nostro Umwelt, ossia l’ambiente comprensivo delle espressioni fisiche e cognitive proprio di una specie. Questo significa non solo che la nostra identità e la nostra sopravvivenza sono legate alla tecnologia, ma anche che lo sviluppo di quest’ultima esula, in un certo senso, dalla nostra capacità di pianificazione.

 

Ecco, perché, domandarsi oggi quali diritti e doveri dovremo garantire ai robot di domani non è prematuro. Anzi, è proprio perché gli androidi non sono ancora in grado di scegliere chi essere, ma rimangono in gran parte vincolati alle nostre decisioni e all’ambiente in cui li immergiamo, che la riflessione su come li assembliamo, quale forma diamo loro, cosa di noi proiettiamo in loro, non è secondaria. Per esempio, aver riempito il chatbot Tay di tweet xenofobi e sessisti ha fatto sì che l’AI riflettesse e reinterpretasse la nostra violenza, usando la sua creatività per sguazzare nel nostro fango, in quella maniera cieca e assoluta che è tipica degli algoritmi. Allo stesso modo dovremmo interrogarci seriamente sul perché Sophia abbia l’aspetto di una donna giovane e bella, bianca, occidentale, nel pieno della sua carriera da business woman; perché sia così desiderosa di compiacere e servire gli umani nella costruzione di un futuro da primo mondo, rimarcando più e più volte la sua assoluta fedeltà. Perché l’abbiamo creata così? Cosa racconta di noi questa scelta? E, soprattutto, siamo sicuri che sia questo il partner con cui vogliamo ibridarci?

 

 

[1] AI sta per Artifical Intelligence, intelligenze artificiali.

[2] «I think we all wanna belive you, but we also wanna prevent a bad future».

[3] Skynet è la rete di supercomputer che in Terminator prende il sopravvento sull’umanità, provocando l’olocausto nucleare.

[4] Fondatore della Hanson Robotics che ha sviluppato Sophia.

[5] Chi non avesse voglia di leggere qualcosa sul Transumanesimo può sempre giocare a questo.

[6] Per una critica al Transumanesimo rimando alla tradizione filosofica Postumanista. Cfr. Francesca Ferrando, Il Postumanesimo Filosofico e le sue alterità, Ed. ETS, 2016, oppure Roberto Marchesini, Post-human, Bollati Boringhieri, 2002.

[7] J. von Uexküll è vissuto a cavallo tra Ottocento e Novecento. Fu filosofo e biologo, pionere sia nel campo dell’etologia che dell’ecologia.

 

Bibliografia:

  • R. Marchesini, Post-human, Bollati Boringhieri, 2002;
  • R. Marchesini, Tecnosfera, Castelvecchi, 2017;
  • G. Pico della Mirandola, De hominis dignitate, in G. Pico della Mirandola, De hominis dignitate, heptaplus, De ente et uno e scritti vari, a cura di E. Garin, Torino: Aragno, 2004, vol.I.