Graffiti. Arte e ordine pubblico

foto di Elisa Baioni

 

di Paulo Fernando Lévano

 

«Il mondo degli oggetti pratici si rivela come un mondo di simboli vitali che promuovono il vivere significativo» (Rudolf Arnheim, Non c’è arte senza funzione).

 

Il 2016 è stato l’anno del graffiti. Prova di ciò è che, persino nel 2017, il graffito è un nuovo cittadino, protagonista di scelte amministrative locali e vessillifero di gusti e sensibilità. Un esempio? Il sindaco di São Paulo, João Doria Junior, ha dichiarato la guerra ai grafiteiros, altrimenti conosciuti come i pichadores di muri (dal portoghese paulista, pichação).

 

Doria vuole una città bella, uma cidade linda e libera di graffiti: di recente perciò ha fatto ricoprire di grigio un immenso murales dipinto a più mani sul viale 23 de Maio, con l’eccezione di alcuni segmenti del muro, fra i quali si contano anche opere dell’apprezzatissimo street artist Eduardo Kobra.

 

Nessuna novità. Anzi, questo episodio sembra abbastanza neutro, se si pensa che non si tratta di artisti che rinunciano alla città (come fu infatti il caso di Blu e i suoi dipinti nella periferia bolognese), né si tratta di città che rinunciano agli artisti (come invece fu il caso di alcuni writers nella Siria di Assad, cfr. volume recensito, p. 13). A São Paulo sembra che ognuno stia svolgendo il suo ruolo assegnato: l’artista interviene nello spazio urbano, l’autorità locale interviene nell’intervento dell’artista nello spazio urbano, il più ampio milieu sociale interviene nell’intervento dell’autorità locale che è intervenuta nell’intervento dell’artista nello spazio urbano.

 

Con l’eccezione di coloro che effettivamente lavorano nell’amministrazione locale e di coloro che più o meno surrettiziamente intervengono artisticamente pichando sui muri, osserviamo che i nostri lettori si trovano proprio nell’ultima posizione della scaletta appena tracciata: per loro, è quasi intuitivo che il graffiti è un oggetto ibrido, fatto per cinquanta percento di materiale abilità del writer e per cinquanta percento di immateriale “intenzione” di autore, ovvero, di “messaggio che si vuole trasmettere”. Arte e ordine pubblico, appunto.

 

Perché riflettere ancora sul graffiti e più in generale sulla street art? Sorvolando sulla chiarezza espositiva di questa efficace rassegna della problematica in questione, nello stile della collana Voci del Mulino, il lavoro svolto da Alessandro Dal Lago e Serena Giordano offre un’angolazione neutra, intellettualmente onesta, impassibile rispetto all’urgenza dell’impegno e della presa di posizioni: questo è, senza voler stabilire subito dall’inizio della discussione se fare i graffiti sia sbagliato o giusto.

 

Il primo capitolo trova per il graffiti un’adeguata collocazione in quella carrellata storica di emozioni plastiche che siamo soliti chiamare “storia dell’arte”; il secondo capitolo invece è dedicato a una periodizzazione interna alla street art stessa. Il terzo capitolo delinea un profilo delle inquietudini e delle perplessità che destano le nuove maniere dell’arte contemporanea nello spazio urbano che tutti ci troviamo a condividere con gli artisti in questione; l’ultimo capitolo trae un po’ di conclusioni sullo statuto della street art rispetto all’arte ufficiale da galleria e da museo.

 

Per la street art, la cosa più giusta è imbattersi nell’oggetto artistico, non arrivarci preparato. Rispetto all’arte ufficiale, la street art gode del «privilegio della gratuità e del disinteresse» (p. 163), privilegio che non è il frutto di una ricerca di stampo estetico: piuttosto si tratta di un privilegio che è espressione di un determinato contesto, che per l’artista stesso è significato qualcosa. Sembra strano, ma lo si può assolutamente dire: allo street artist non interessa un bel niente della fruizione, né di quella dei nostri lettori, né di nessuno, meno che mai che questa fruizione sia o non sia consona all’ordine pubblico.

 

Un esempio chiarissimo di ciò è la famosissima scena di Brian di Nazareth (Monty Python, 1979) in cui il protagonista, proprio per provare il suo valore come elemento sovversivo del Fronte Popolare di Giudea, riceve l’ordine di imbrattare i muri del palazzo del governatore romano con la scritta “romani, andatevene a casa!”. Colto in fragranti da un legionario, questi punta tutto il rigore della propria autorità, anziché sul gesto vandalico, sulla scarsa conoscenza di Brian della grammatica latina, con un accanimento tale da rendere la situazione una delle più comiche nell’intera storia del cinema: il risultato è l’intera facciata del palazzo ricoperta con la scritta, ripetuta cento volte a mo’ di punizione.

 

In fondo, l’arte e l’ordine pubblico non vanno su strade parallele e non sono nemmeno complanari, ma l’arte ha avuto sempre il suo processo davanti all’ordine pubblico, processo che si svolge sui muri della città, attraverso questo nuovo tipo di espressione significativa, che è il graffiti. Essendo espressione della vita in città, la street art sovrabbonda e stravolge le regole stesse della vita in città: se l’arte ufficiale è un determinato oggetto di museo, l’arte della strada è un immateriale «gesto di appropriazione» (p. 75) dello spazio urbano, la cui economia è sempre di più oligarchica e gestita da pochi, pochi che però hanno dalla loro parte poliziotti di ogni tipo, sia quelli in divisa che quelli mancati, sempre pronti a esprimere significativamente e urgentemente il loro parere nei social media.

 

«Il poliziotto si limiterà a fare il suo mestiere, cioè ad arrestare i writer [sic.] e multarli» (p. 81) poiché non si pone affatto il problema del valore estetico del graffiti sul muro. E questo per quanto riguarda i poliziotti in divisa. Per quanto riguarda quelli che abbiamo appena definito “poliziotti mancati”, riportiamo l’acuta considerazione degli autori in merito a questa fetta di cittadini, gli stessi che cercheranno di negare fino alla fine questa loro vena gendarmica: «chiunque cercherà di giustificare la sua avversione con criteri estetici. In altre parole, anche gli avversari più esacerbati entrano prima o poi nel merito artistico dei graffiti» (p. 131). Non sono espressione di una volontà di tutela dell’ordine pubblico, poiché pretendono che non ci sia più niente da ordinare: ma per dare un “non mi piace” a tutti gli artisti della città, prima dovrai dare “mi piace” a tutti gli artisti della città.

 

Alessandro Dal Lago, Serena Giordano

Graffiti. Arte e ordine pubblico

Bologna, Il Mulino, 2016