Il lettore di impronte digitali

 

di Sara Quondamatteo

 

«Ewa Lipska nasce a Cracovia nel 1945» (p.93): così si apre la nota in appendice alla raccolta poetica Il lettore di impronte digitali (Czytnik linii papilarnych), nella traduzione italiana di Marina Ciccarini. Una frase che rasenta la banalità per la sua struttura sintattica elementare, percepita dal lettore come una formula convenzionale del genere biografico. Eppure, in questo semplicissimo enunciato è contenuto il destino artistico di una poetessa non comune, non intercambiabile con un qualsiasi altro nome della letteratura. 

 

La poesia di Ewa Lipska non sarebbe stata tale se su di essa non avesse gravato il peso di coordinate geografiche e storiche ben precise: quelle della Polonia dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.

 

Nata dalle macerie di una nazione distrutta da bombardamenti, stermini e atrocità di ogni genere, Ewa Lipska era destinata a crescere al fianco della Polonia: «Imparavamo a contare. / Sommavamo / dita ancora / analfabete. / La sottrazione / già apparteneva ai morti» [1]. Ma dove muovere i primi passi, dove tracciare il percorso di un nuovo presente che non si intersechi con un passato così ingombrante e che non ponga limiti a tutto ciò che il futuro può offrire? È da questo “scontro tra titani” che nasce l’inquietudine lipskiana, importante chiave di lettura di una raccolta che sviscera quasi chirurgicamente la tematica del tempo.

 

Per Ewa Lipska il tempo è senza dubbio una gran scocciatura. Non è un caso se la «(m)orbida flanella / dell’infanzia» riusciva a coccolare tutti noi con il suo calore e la sua morbidezza solo «quando il Tempo Assoluto di Newton / non ci rompeva le scatole» [2]. Il trauma generato dalla consapevolezza che il nostro «asse temporale» (oś czasu, arbitrariamente tradotto da Marina Ciccarini con «diario»; p. 14) si muove privo di punti di riferimento solidi, ben radicati nella dimensione in cui viviamo, costituisce il momento di maturazione della «… gioventù. Frutti di felicità / non ancora privati della buccia» [3]. La stessa Lipska, quando scrive con un pizzico di nostalgia «(e)ravamo come loro» [4], riconosce di essersi spogliata dall’involucro illusorio che si poneva come discrimine fra l’età rigogliosa della giovinezza e quella decadente della vecchiaia. La realtà è che non esiste separazione alcuna: «(t)empo presente e tempo passato / Sono forse entrambi presenti nel tempo futuro, / E il tempo futuro è contenuto nel passato».[5]

 

In questo puzzle temporale, nel quale ogni genere di scansione rappresenta solo una convenzione del genere umano, la percezione degli eventi si rivoluziona. È possibile domandarsi se «è ancora vivo qualcuno / che è stato complice / della creazione di questo mondo» [6] con la stessa familiarità con la quale si rammenta di una notte trascorsa con il proprio amato «addormentati / in un aeroporto sovraffollato» in volo «verso ennesimi problemi» [7]. Il veglione di Capodanno al quale ci si incontra «(d)opo tutti questi anni ambiziosi» [8] sembra avere luogo mentre «(l)e luci dell’etica ci abbagliano / con intere notti di secoli» [9]. E se il passato diviene persino un compagno di viaggio, da portare con sé in vacanza (Le targhe – Tablice rejestracyjne), allora si può affermare con certezza che sin dal principio «(i)l tempo si scostava dalla verità» [10]. Esso non costituisce più un valido strumento per la comprensione del mondo: al contrario, l’uomo sembra essere confuso e disorientato, costretto a vagabondare senza meta «sotto la tenera narcosi del cielo» [11]. A tal proposito, molto efficace è l’immagine contenuta nella poesia L’uccello (Ptak): questo pennuto, «al quale / hanno cancellato il volo / sonnecchia / sulla / pista / dell’aeroporto» [12]. Il tempo è divenuto ormai uno dei tanti interrogativi dell’umanità e tale constatazione fa sorgere in Ewa Lipska un dubbio paradossale che esprime nel componimento Il mondo, posto a chiusura della prima sezione della raccolta: ella non sa «nemmeno / se è la storia che ha creato noi / o se noi abbiamo creato la storia. / Se siamo solo l’eco / di un cuore altrui» [13].

 

L’accostamento del termine «eco» all’espressione «cuore altrui» all’interno dello stesso verso ci introduce al secondo tema della raccolta, quello della solitudine. L’uomo è solo, e questo Lipska non ha paura di ricordarlo. Anzi, nella poesia La solitudine (Samotność) sembra denunciare con una certa disinvoltura la pericolosità di questa “amica” che «non ha corpo. / Neppure quando ci abbraccia.», e che, «ingannevolmente vuota […] (v)olteggia sopra di noi» [14]. L’incapacità dell’individuo di costruire relazioni sincere tra «(i) nostri solitari / corpi biografici» [15] trova una perversa soluzione nell’universo sterile del Web, dove semplicemente «(p)oggiamo un dito / sul lettore di impronte digitali / e iniziamo ad amarci» [16] con migliaia di individui indistinti, indifferenti, inesistenti. Lo strappo generato nel cuore umano dall’inadeguatezza al sentimento amoroso viene ampiamente ritratto in poesie come Non tornerò più qui (Nigdy tu nie wrócȩ), dove la parola «amore» viene pronunciata a fatica solo nella strofa finale, o Due parole su questa notte (Parȩ słów o tej nocy), in cui gli amanti, pur avvinghiati l’uno all’altra, percepiscono una lontananza alla quale non sanno porre rimedio. Persino i festeggiamenti delle Nozze d’oro (Złote gody) sono oscurati da «una paura analgesica» [17], generata dal ricordo degli anni dolorosi vissuti nella Polonia post-bellica, tra colpi di Stato, soldati, arresti ed esecuzioni.

 

La memoria, personale e storica, si fa dunque protagonista dei versi di Ewa Lipska, «infierendo» (Non tornerò più qui) su di lei con immagini, sensazioni e pensieri evocati attraverso un linguaggio poetico che trae vigore da accostamenti insoliti, descritti da un lessico di uso quotidiano. Emblematica è la lirica L’abisso (Przepaść), che, ponendosi in dialogo con il componimento Il caffè (Kawiarnia) del premio Nobel Czesław Miłosz, si apre con un incipit tragicomico: «(l)e visite dei morti / capitano sempre / in momenti inopportuni» [18], mentre siamo al cinema, al supermercato o addirittura in discoteca. Ciò che essi portano con sé non sono tanto i ricordi, fluttuazioni della mente, ma «frammenti / di muri. Pezzi di lamiera. / Fili di ferro avvolti nel dolore»[19], tutti elementi materiali che di certo non appartengono al mondo dell’aldilà. Tali combinazioni aumentano la drammaticità dell’esistenza umana, costretta ad un perenne confronto con la sua totale negazione: la morte. Nell’unica poesia senza titolo contenuta all’interno della raccolta, più simile nella struttura ad un aforisma, le parole «vita» (życie) e «morte» (śmierć) sono poste significativamente ad inizio e a chiusura del componimento, in una contrapposizione semantica che richiama Il gatto in un appartamento vuoto (Kot w pustym mieszkaniu) di Wisława Szymborska.

 

Perciò, cosa resta all’uomo tra il principio e la fine dei suoi giorni? La caccia (Polowanie), ossia la scrittura poetica. Simile ad un cacciatore, il poeta insegue parole, espressioni e suoni in grado di «(r)idurre in polvere» [20] il mondo reale e svuotarlo delle sue certezze fasulle. Del resto, il «vestito cosmico» [21] che ci circonda, del quale solo «a volte» (czasem) è possibile riconoscere la bellezza, «si chiamava Rebus / e se ne infischiava delle nostre domande» [22].

Ewa Lipska

Il Lettore Di Impronte Digitali

(a cura di) Marina Ciccarini

Roma, Donzelli Editore, 2017

 

 

[1] Uczyliśmy siȩ liczyć. / Dodawaliśmy / niepiśmienne jeszcze / palce. / Odejmowanie / należało już do umarłych (p. 18).

[2] Miȩkka flanela / dzieciństwa / kiedy Absolutny Czasu Newtona / nie zawracał nam głowy (p. 18).

[3] Młodość. Owoce szczȩścia / nie obrane jeszcze z łup (p. 16). 

[4] Byliśmy tacy jak oni (p. 16).

[5] Citazione di T. S. Eliot contenuta in I progetti per il futuro (Plany na Przyszłość, pp. 58-59).

[6] Może żyje jeszcze ktoś / kto maczał palce / w stworzeniu tego świata? (p. 52).

[7] kiedy zasypialiśmy / na przeludnionym lotnisku. […] do kolejnych kłopotów (p. 38).

[8] Po tylu ambitnych latach (p. 12).

[9] Światła etyki oślepiają nas / całymi nocami wieków (p. 30).

[10] Czas mijał siȩ z prawdą (p. 36).

[11] pod czułą narkozą niebios (p. 42).

[12] któremu / odwołano lot / drzemie / na / płycie / lotniska (p. 22).

[13] Nawet […] / czy to historia nas stworzyła / czy my stworzyliśmy historiȩ. / Czy jesteśmy tylko echem / czyjegoś innego serca (p. 74).

[14] nie ma ciała. / nawet kiedy nas obejmuje. / […] zdradliwie pusta. / […] Krąży nad nami (p. 26).

[15] Nasze samotne / biograficzne ciała (p. 56).

[16] Kładziemy palec / na czytniku linii papilarnych / i zaczynamy siȩ kochać (p.14).

[17] Z przeciwbólowym lękiem (p. 46).

[18] Odwiedziny umarłych / wypadają zawsze / w niefortunnych godzinach (p. 68).

[19] fragmenty / murów. Kawałki blachy. / Zwinięte w bólu druty (p. 68).

[20] Obrócić w proch (p. 64).

[21] Kosmiczny ciuch (p. 74).

[22] nazywał się Rebus / i gwizdał na nasze pytania (p. 10).